La quarta puntata di “Pirati a Sarawak”
Le astuzie di una madre
«Quando la prima moglie del governatore morì, Aisha era ormai una nota capitana d’impresa, tra le più ricche del Sarawak, con un’immagine d’imprenditrice audace, per nulla compromessa dai rami opachi delle sue attività»...
Riassunto delle puntate precedenti. Mr O, l’advisor commerciale della Compagnia per l’estremo oriente, propone ad Angelo un affare: la costruzione della diga di Baleh, in Sarawak, Malesia insulare. La costruzione della diga è collegata all’apertura di certe miniere di bauxite nel sud del Borneo e allo sfruttamento del legname proveniente dalle aree di foresta che occorre disboscare. Angelo sulle prime è perplesso, riluttante. Ma si lascia convincere da Mr O e, dopo una missione esplorativa in Sarawak, partecipa all’incontro con la moglie del governatore, madame Aisha, persona-chiave che Mr O ha individuato per ottenere l’appalto dell’opera. Infatti madame Aisha spera di convincere il marito ad affidare il progetto di Baleh al minore dei suoi figli, Rachid, finora pecora nera e reietto della famiglia. Ciò che Mr O si propone di concludere è un accordo con madame Aisha, grazie al quale la Compagnia faccia da strumento che consenta a Rachid di condurre la costruzione dell’opera.
In Malesia la signora Aisha si faceva soprannominare madame, alla francese, e questo forse denota un po’ di civetteria, una lieve incrinatura nella severa corazza da irreprensibile dama islamica. Alla fin fine, anche nel suo caso dietro la facciata sobria e frugale si nascondeva una donna vanitosa. Ma questo non toglie nulla alla sua intelligenza, che Mr O commise l’errore di sottovalutare.
Aisha proveniva da una famiglia di recenti arricchiti dell’oil&gaz. Eccezion fatta per quello di madame, non vantava altri appellativi, nessun blasone, nessuna onorificienza. Come il marito, in gioventù aveva sempre rifiutato i titoli nobiliari – datuk, rajah e altro – che i diversi casati regnanti nei nove stati delle federazione retti da sultanati le avevano offerto, quando ancora non era governatrice del Sarawak, ma solo una giovane appartenente a una famiglia di crescente ricchezza e in rapida ascesa nel Paese, la cui economia andava esplodendo sotto la spinta di gas e petrolio. Sia lei che, in precedenza, il marito, erano coscienti del rischio implicito nell’accettare un titolo da questo o quel sultano, gli obblighi di vassallaggio che poi ciò avrebbe comportato, tanto secondo i cerimoniali della tradizione quanto in affari. E, consapevoli entrambi del valore della libertà – quello economico, misurabile in milioni – nonché dell’attuale forza delle rispettive famiglie, sia lui che lei – ancora non sposati – avevano resistito alle lusinghe e rinunciato a soddisfare quella vanità che è invece un richiamo irresistibile per molti malesi emergenti: essere nominato dato, datuk – barone, più o meno, o baronessa – da una delle nove case regnanti. Avevano entrambi conservato la loro indipendenza e adesso che erano governatore e governatrice del Sarawak – carica non nobiliare, ma di ben altra sostanza – potevano quasi guardare dall’alto in basso diversi di quei sultani che un tempo avevano offerto loro un titolo.
Laureata in economia, Aisha aveva preso all’università di KL il suo PhD. Dopodiché per quasi dieci anni, prima di diventare moglie del governatore, aveva lavorato nell’azienda paterna e alla fine ne aveva preso le redini.
Il padre di madame era di origini umilissime. Un povero pescatore di Bintulu, che ogni mattina usciva a pesca sottocosta col suo sampàn. Ma quando al largo di Bintulu fu trovato il petrolio e la Shell prima e la nascente Petronas poi cominciarono ad impiantarvi delle piattaforme offshore, il padre di madame fu abbastanza sveglio da capire che il suo sampàn poteva essere utilizzato per qualcosa di più redditizio della pesca. Cominciò a usarlo per i rifornimenti e l’assistenza logistica alle piattaforme. Ed ebbe l’intelligenza di reinvestire subito i soldi guadagnati – le cifre pazzescamente alte, per un pescatore, che le compagnie petrolifere erano disposte a pagare, quando affittavano il suo sampàn per trasportare roba di qualunque genere – materiali, ricambi, cibarie, medicinali: un po’ di tutto – che serviva d’urgenza a bordo di questa o quella unità offshore; prezzi galoppanti, a mano a mano che le piattaforme aumentavano e le loro esigenze logistiche e di rifornimento s’espandevano – ebbe l’intelligenza di reinvestire tutto nell’acquisto di altri sampàn, assumendo poi al suo servizio i pescatori che glieli avevano venduti – suoi ex-colleghi in qualche difficoltà, che non resistevano alla tentazione di un mucchietto di quattrini subito, mai visti tutt’insieme. Partendo dal nulla, mise rapidamente in piedi una piccola azienda che disponeva di una flottiglia d’imbarcazioni destinate esclusivamente a servire le piattaforme. Col tempo la ditta s’ingrandì, le imbarcazioni divennero sempre più numerose e crebbero di stazza: non più solo semplici sampàn, ma navigli di dimensioni via via maggiori, dotati di paranchi, gru e attrezzature meccaniche più complesse, necessarie ai servizi di manutenzione offshore. A vent’anni dall’avvio della ditta – quando Aisha, fresca di laurea, vi fece ingresso – suo padre era uno degli uomini più ricchi di Bintulu, armatore di tutti i natanti, chiatte, rimorchiatori e draghe che prestavano servizi tecnico-logistici alle piattaforme – era stato abbastanza abile, carogna e fortunato da stroncare sul nascere qualunque concorrenza – ras incontrastato del porto, ormai tutto orientato all’oil&gaz.
L’ingresso di Aisha – che non portava ancora il nomignolo di madame – cambiò gli equilibri e il raggio d’azione dell’azienda. Suo padre era solo un pescatore, un uomo di mare, incapace di vedere altro, nell’oil&gaz, che i servizi marittimi alle piattaforme. Ma lei, Aisha, vi colse altre opportunità. Convinse il padre a investire parte dei ricavi provenienti dai servizi marittimi nell’acquisto di terreni sparsi negli immediati dintorni del porto. Su quei terreni impiantò un primo campo, con alloggi dove gli uomini delle piattaforme potessero sostare nei turni di riposo a terra; e depositi, dove stoccare i materiali e i ricambi necessari alle attività di trivellazione e pompaggio offshore; e un’officina, dove svolgere gli interventi di ordinaria manutenzione e le riparazioni più semplici sulla miriade di macchinari leggeri, attrezzature e utensili che venivano utilizzati a bordo; e che, com’è naturale, con l’uso si rompevano e andavano aggiustati.
La cosa funzionò e poco tempo dopo Aisha ingrandì ed estese il suo compound; poi ne costruì un secondo e un terzo, via via più grandi. Nei compound della ditta i tecnici delle compagnie petrolifere, sempre più numerosi, trovavano residenze bene organizzate, con mense, servizi di lavanderia e spacci ben forniti; nonché svaghi e divertimenti di qualunque genere – sale da gioco, bar provvisti d’abbondanti scorte di alcolici, palestre e attrezzature sportive; ma anche locali notturni e karaoke molto simili a bordelli, sale da massaggio, taverne, dancing equivoci e quant’altro – a basso costo e di ottima qualità. Madame non curava di persona quei settori d’attività che avrebbero potuto nuocere alla sua reputazione; aveva degli intermediari di facciata, per quello.
Quando la prima moglie del governatore morì, Aisha era ormai una nota capitana d’impresa, tra le più ricche del Sarawak, con un’immagine d’imprenditrice audace, per nulla compromessa dai rami opachi delle sue attività. Era anche una donna molto bella e ci seppe fare col vedovo come ci aveva saputo fare in affari. Fu dopo il matrimonio, quando divenne la seconda moglie del governatore, di venticinque anni più giovane di lui, che qualcuno, maliziosamente, le affibbiò il nomignolo di madame. Nomignolo che lei accettò come un complimento, portandolo con fierezza. Lusingava la sua vanità.
Questa era la donna che Mr O pensava di poter abbindolare facilmente, giocando sui sentimenti, con l’obiettivo di concludere un accordo rapido e a buon mercato che portasse il governatore, tramite il figlio Rachid, ad assegnare alla Compagnia l’appalto di Baleh.
L’accordo ci fu, ma non fu né rapido né a buon mercato.
“È chiaro che l’interesse del ragazzo è tutto nel legname,” dice Mr O. “Può facilmente raccogliere attorno a sé un certo numero di loggers, di boscaioli. Organizzarli in una società che faccia capo a lui. Le aree da disboscare verranno suddivise in lotti, che andranno poi distribuiti equamente a tanti piccoli imprenditori del posto. E’ il ritorno locale del progetto, il suo risvolto malese. L’importante è che, prima che questo accada, la società di Rachid abbia stipulato con ciascuno di loro accordi vincolanti, in modo da drenarne gli utili. Ed è importante che la società che farà capo a Rachid sia basata in Sarawak, a Kuching. Non dev’essere straniera, questa è la parte d’opera che resta qui.”
“Certo, è chiaro,” risponde Aisha. “Non occorre dirlo. Mio figlio si sta già muovendo in tal senso. E’ la parte più facile e, se mi consente, anche più scontata dell’affare. La ringrazio dei suoi consigli, molto saggio e generoso da parte sua. Però, se permette, la sua generosità s’esercita su qualcosa che non le appartiene. Lei mi offre il legname, ma il legname è già nostro. Sappiamo bene, mio figlio ed io, come trattare coi boscaioli. Lasci a noi la componente malese. E’ degli altri aspetti del progetto che dobbiamo parlare.”
Madame, quando trattava affari, non sorrideva mai. Era sempre accigliata. In altri contesti sapeva essere affascinante, persino frivola e smorfiosa se necessario, calibrava a seconda della convenienza le maschere che di volta in volta indossava e che l’avevano portata al balzo decisivo: sposare il governatore. Ma, a differenza di quel che a volte fanno alcune donne-manager, non usava queste armi quando negoziava un contratto. Era fredda e dura, attenta unicamente ai rapporti di forza, convinta che a una donna capace e sicura di sé non conviene, in affari, far leva sulle emozioni.
“Bene, legname a parte, si potrebbe pensare a una partecipazione delle società di Rachid alla logistica del cantiere,” dice Mr O. “Sa, i servizi di sorveglianza, i campi base, le mense…” Anche la faccia di Mr O, quando negoziava un contratto, era priva di ogni espressione. Un’impassibile maschera orientale.
“Sì, certo,” dice Aisha. “È un settore che ci interessa. Però, più che una partecipazione, certe società di Rachid potrebbero gestire questa componente nella sua intierezza e in esclusiva. Abbiamo molta esperienza in materia. I campi di cantiere di una diga non saranno molto diversi da quelli dell’oil&gaz. Non li gestiremo tramite società locali, non è necessario che i frutti di questo ramo restino in Sarawak. Saranno delle società basate a Singapore, che Rachid sta aprendo in questi giorni, a occuparsene.”
“Ma è una componente essenziale, la più urgente,” obietta Mr O. “Serve a mobilitare il cantiere. Se deve ancora mettere in piedi le aziende che se ne occuperanno…”
“Mr O, sa benissimo che a Singapore una società si apre in ventiquattr’ore.”
“E poi,” dice Aisha, “ci sono i trasporti. Tutti i rifornimenti del cantiere. Il gasolio, il ferro, il cemento… Sia marittimi che fluviali. E anche la parte che, una volta che avrete aperto le strade, potrà arrivare via terra. Alcune delle società di Rachid potranno occuparsene. Dispongono – o disporranno presto – di battelli, chiatte, camion… tutto l’occorrente. Anche su questo dovrebbe esserci un affidamento esclusivo.”
“Esclusivo non posso garantirlo,” dice Mr O con una smorfia. “Ma una componente potrà passare senz’altro per queste società di cui parla. Purché dimostrino d’essere all’altezza. I trasporti sono vitali per il progetto…”
“Mr O, non mi dica cose che già so. E’ chiaro che dovranno essere efficaci. E’ proprio pensando all’efficienza che le propongo un servizio unico, centralizzato. Perciò le chiedo l’esclusiva, ci pensi…”
“Quanto alla gestione del personale,” dice Aisha. “Alcune società di Rachid potrebbero rendere alla Compagnia questo servizio. Reclutamento, assunzioni, elaborazione delle paghe… La legislazione del lavoro è un po’ particolare, in Sarawak. E’ meglio che sia una società locale a occuparsene…”
L’impassibile maschera orientale di Mr O cominciò a mostrare qualche crepa, messa a dura prova dalla capacità di penetrazione di madame.
“Ci sono poi i subappalti,” dice Aisha. “Sui subappalti locali, una società di Rachid specializzata in quel campo può aiutare la Compagnia a selezionare le proposte migliori.”
“Su questo, non credo vi sia spazio,” dice Mr O corrucciato. “La Compagnia d’abitudine seleziona da sé i propri subappatatori… ”
“Nessuno le vieta di farlo. Le chiedo solo di concedere alla società di Rachid un right of first refusal, un’opzione privilegiata, al prezzo più basso rispetto alle offerte che riceverete da tutti gli altri…”
La trattativa andò avanti per settimane, articolata in numerosi incontri serali, che si svolsero nel salottino del Mandarin Oriental, col solo conforto della sobria e silenziosissima dama di compagnia di madame, che per tutto il tempo versava tè, nient’altro che tè. E dovette mettercene, Mr O, di pazienza, per sciogliere uno dopo l’altro tutti i nodi che madame gli sottopose, fino a raggiungere pian piano, una concessione dopo l’altra, un accordo equilibrato.
Quando finalmente la serratura cedette, Angelo era a KL, nella sua camera d’albergo. Ricevette la telefonata di Mr O che era già in pigiama:
“Finalmente ha acconsentito a farci incontrare il figlio. Abbiamo appuntamento con Rachid domani, allo Shangri-là.” Mr O fece una pausa, si sentì un’incrinatura nella sua voce esausta. “Troviamoci tra mezz’ora alla lounge. Dobbiamo parlare.”
Fine della quarta puntata. Segue