Ida Meneghello
Diario di una spettatrice

Memoria brasiliana

Il nuovo film di Kleber Mendonça Filho racconta un carnevale brasiliano del 1977: «Un'epoca piena di preoccupazioni», come avvertono i titoli di testa...

Una stazione di servizio Esso in mezzo al nulla, la scena è identica a un quadro di Edward Hopper. Sulle note di Samba no arpège, hit carioca anni ‘70, entra nell’inquadratura un maggiolino giallo mentre l’obiettivo mette a fuoco due piedi nudi che sbucano da sotto un cartone nel mezzo del piazzale. È – come spiegherà tra poco il benzinaio all’autista del maggiolino – il cadavere di un ladruncolo ucciso due giorni prima e che da allora è sotto il sole coperto da un cartone e dalle mosche, in attesa che la polizia arrivi dal carnevale che esplode nelle strade e ha già fatto 91 morti. “La storia si svolge nel 1977, epoca piena di preoccupazioni”, avverte una scritta che compare tra i titoli di testa curiosamente in italiano anche nella versione originale.

Inizia così, con una scena surreale (e magistrale) tra Lynch e Tarantino, il film scritto e diretto dal regista brasiliano Kleber Mendonça Filho O agente secreto, premiato a Cannes per la migliore regia e il miglior attore. Ciò che racconterà la pellicola in 160 minuti, la paura, l’incertezza, la follia del regime dei Gorillas, è già tutto in quella prima scena.

L’agente segreto non è un film di spionaggio. Racconta invece i giorni di un carnevale come tanti nel Brasile della dittatura militare fascista e ciò che lo spettatore capirà subito, grazie alla straordinarietà della fotografia, è che è un film sulla memoria, una macchina del tempo che lo catapulterà per due ore e quaranta minuti in un paese in cui niente è sicuro a cominciare dalla vita. Il Brasile del 1977 appunto, o forse il presente che stiamo vivendo.
Il protagonista, che ha lo sguardo penetrante e la voce profonda di Wagner Moura (il Pablo Escobar della serie “Narcos”), è il proprietario del maggiolino giallo, si presenta come Marcelo Alves ma in realtà si chiama Armando, ha circa quarant’anni ed è vedovo, sta andando a Recife per recuperare suo figlio Fernando di 9 anni parcheggiato presso i nonni materni e per incontrare una minuscola e misteriosa ultrasettantenne che si chiama Dona Sebastiana. Per gran parte della pellicola di lui non sapremo nient’altro.

“Potrei dire che ci ho messo 35 anni a realizzarlo: ho fotografato Recife fin da quando ero ragazzo”, ha raccontato il regista a La Lettura del Corriere della sera, lui che a Recife è nato nel 1968 e quindi il piccolo Fernando in qualche modo lo rappresenta. Le ricerche condotte da Mendonça negli archivi cittadini gli hanno restituito le facce, la musica, la cronaca, i giornali, i film del 1977 e sono proprio questi ingredienti a rendere così denso, particolare e prezioso O agente secreto, una storia che alla denuncia di quella pagina tragica (come fece l’anno scorso il magnifico “Io sono ancora qui” di Walter Salles) unisce il racconto dei suoni, degli umori e degli odori della società che rese possibile la dittatura. Racconto impregnato inevitabilmente di “saudade” autobiografica perché di mezzo ci sono i ricordi personali del regista, a cominciare dalla madre studiosa di storia, morta prematuramente, che gli trasmise la passione per il passato e per il cinema.

Marcelo/Armando viene ospitato da Dona Sebastiana in un appartamento che è il crocevia di altri personaggi misteriosi e con nomi di copertura, rifugiati in fuga dal regime come il protagonista che è in attesa dei documenti per espatriare insieme al figlio. Lo aiuta un amico introdotto nella centrale di polizia che lo piazza nell’ufficio che rilascia le carte d’identità, e lì Armando cerca le tracce della madre che lo ebbe a soli quattordici anni. Ma non ci sono coperture e luoghi sicuri nel Brasile del 1977: due killer assoldati da un losco industriale di origini italiane si mettono sulle sue tracce ed entra in scena un disperato disposto a tutto, anche ad eliminare un professore universitario diventato scomodo.

L’agente segreto è un film pieno di suggestioni ispirate ai mostri del folklore brasiliano: c’è una gatta con due musi che vive con Dona Sebastiana e c’è una gamba umana ritrovata nella pancia di uno squalo che riprende vita e va in giro a prendere a calci gli amori mercenari consumati in un parco. È un film in cui la musica degli anni 70 risuona ovunque, dal samba alla musica psichedelica, e ovunque sono le citazioni cinematografiche. Fernando è ossessionato dal film Lo squalo di Spielberg ma è troppo piccolo, è vietato ai minori di quattordici anni, la sola vista della locandina gli procura incubi. Quel film è stato davvero l’ossessione del regista da bambino. E nel corso della pellicola compare anche una scena del film con Belmondo Come si distrugge la reputazione del più grande agente segreto del mondo (viene forse da qui il titolo?) e si intravede la locandina di Pasqualino Settebellezze, ovviamente in portoghese.

Nel corso della pellicola ci sono salti temporali da quel passato al presente di una ricercatrice che studia quei giorni drammatici ascoltando il materiale orale (come faceva la madre del regista), in particolare le intercettazioni telefoniche dei rifugiati di Recife. Nelle registrazioni ritrova così le parole di Armando e dei suoi amici ospitati da Dona Sebastiana. La chiavetta con quelle voci viene consegnata a Fernando, diventato nel frattempo medico in un ambulatorio che ha preso il posto, coincidenza, dell’antico cinema di Recife dove suo nonno Alexandro faceva il proiezionista.

Il cerchio di O agente secreto si può chiudere, il passato e il presente si congiungono: Fernando, impersonato dallo stesso Moura, rivela alla fine che suo nonno gli fece vedere Lo squalo anche se era troppo piccolo. “E sa una cosa? Dopo averlo visto i miei incubi sono finiti”.

Come a dire che l’orrore si deve guardare in faccia perché la paura abbia fine.

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