Leo Carlesimo
La terza puntata di “Pirati a Sarawak”

Il figlio del governatore

«La sera in cui gli parlò di tutto questo, Angelo era ancora stordito dall’escursione a Baleh e lì per lì non capì bene il perché di tutta quella storia. Ce ne mise di tempo per mettere a fuoco dove Mr O intendesse andare a parare»...

Riassunto delle puntate precedenti. Mr O, l’advisor commerciale della Compagnia per l’estremo oriente, propone ad Angelo un affare: la costruzione della diga di Baleh, in Sarawak, Malesia insulare. Sono a Kuala Lumpur, nelle lounge che Mr O possiede all’interno di un ricco circolo di golf, dove s’incontrano rappresentanti della nobiltà malese, politici e imprenditori. La costruzione della diga è collegata all’apertura di certe miniere di bauxite nel sud del Borneo e allo sfruttamento del legname proveniente dalle aree di foresta che occorre disboscare per far posto al progetto. Angelo sulle prime è perplesso, riluttante. Ma si lascia convincere da Mr O e partono per il Sarawak per una prima esplorazione dei luoghi. Intanto, per ottenere l’appalto della diga, Mr O inizia a tessere la sua tela di relazioni e muove i primi passi verso il governatore del Sarawak, decision-maker chiave per l’assegnazione dell’opera.


Il governatore del Sarawak era a capo di una famiglia numerosa. Aveva avuto sei figli dalla prima moglie, poi morta, e cinque dalla seconda. Era un uomo ricchissimo, di costumi rigidi, musulmano osservante – almeno in apparenza – e aveva impartito ai figli un’educazione consona al ruolo che una moderna famiglia islamica di peso deve esercitare nella Malesia contemporanea: tecnologica, consumistica, business-oriented e molto versata in discipline economico-scientifiche, il tutto sposato a un’intensa identità musulmana d’anima asiatica.

Si parla talvolta di pragmatismo occidentale. Ma vi sono ormai in Oriente paesi ben più pragmatici di noi, almeno di noi europei mediterranei, spesso prigionieri di costruzioni idealistiche e tortuosità bizantine. Per esempio in alcuni di quei paesi hanno risolto brillantemente la dicotomia tra tradizione di stampo religioso-umanistico-arcaico e moderno sapere dominante, d’impianto tecnico-scientifico. Non cercano di mediare, disgiungono. E affrontano senza remore, più liberamente e molto più efficacemente, questioni di un campo e dell’altro. E’ stato forse in principio il solo modo di sopravvivere, per culture che si sono viste sopraffare dal dominio della scienza occidentale; il che ha però consentito loro di sviluppare anticorpi scettici che alla fine tramutano uno svantaggio in un punto di forza. Oggi sono più addestrati di noi alla convivenza di visioni inconciliabili; e, appunto, non le conciliano. Le contengono entrambe, separate come acqua e olio, apparentemente senza soffrirne e senza lasciare che la propria identità ne sia dilaniata.

La Malesia ha forse uno dei migliori sistemi educativi dell’Islam, nelle università malesi studiano i rampolli di famiglie musulmane ricche provenienti da mezzo mondo: dal medio oriente, dall’Asia centrale e anche dall’Africa. Un po’ come, per i giovani occidentali che se lo possono permettere, andare a studiare in certi atenei inglesi o americani. In complesso, il percorso educativo abbina una forte impronta religiosa – tradizionale ed eticamente prescrittiva – a una componente avanzata e tecnologica, decisamente utilitaria, che tende a formare una classe dirigente moderna, dotata di una forma mentis orientata soprattutto all’economia, all’amministrazione, alle discipline tecniche. Vige anche una certa parità di genere, nelle università malesi la maggioranza degli allievi è donna e i laureati più brillanti sono di sesso femminile. Magari poi faticano a farsi strada nel mondo del lavoro e in quasi tutti i campi raramente riescono a raggiungere i vertici, hanno una carriera a potenzialità limitata; ma le donne in Malesia contano: nell’educazione, nell’organizzazione pubblica e ovviamente nella famiglia.

Fatta questa premessa, la famiglia del governatore era una di queste grandi dinastie non-nobili, intensamente musulmane, modernizzatrici, d’impronta tecnocratica. Un esponente dell’élite non parassitaria alla guida del Paese. Dieci dei suoi figli di primo e di secondo letto s’erano adeguatamente inseriti in questo schema. Avevano tutti studiato in università malesi o di altri paesi islamici – Arabia, Emirati – e seguivano disciplinatamente il percorso che il padre aveva tracciato per loro: erano rigidi musulmani e al tempo stesso moderni economisti, ingegneri, medici, banchieri, magistrati. Uomini di peso e di successo, occupavano posizioni eminenti nell’amministrazione e nell’organizzazione economica e sociale del Sarawak o della Malesia peninsulare. Eccetto l’ultimo. Come a volte capita, l’ultimo della casata aveva dirazzato, era il figlio ribelle, il reprobo.

All’età di appena diciott’anni, Rachid Azrallah aveva preteso di andare a studiare in occidente. Protetto e viziato dalla madre, aveva vinto il braccio di ferro col padre, ormai anziano, grazie ad un compromesso: il vecchio alla fine acconsentì a lasciarlo partire, a patto che una sorta di ‘tutor’ nominato dalla famiglia lo accompagnasse. Il tutor era un religioso, uomo di fiducia del padre, che avrebbe dovuto vigilare sui comportamenti di Rachid all’estero e assicurare che restasse legato alla famiglia, alla tradizione e alla cultura malese, e conducesse una vita da buon musulmano.

Solo che una volta a Londra Rachid ruppe il patto. Pochi mesi dopo il loro arrivo, il tutor se ne tornò in Malesia disperato: non riusciva a tenere a freno il ragazzo che, per quanto molto giovane, mostrò di avere un carattere deciso e una forte personalità. Il padre gli ingiunse di tornare e al suo rifiuto ruppe i rapporti con lui. Ma la madre seguitò a proteggerlo e con le rendite autonome di cui disponeva lo sostenne economicamente, permettendogli di restare in Europa. Non si può dire che finanziò i suoi studi, questo no, perché di studi a Londra Rachid ne compì pochi. Dotato di un fisico imponente, nei campus universitari che aveva frequentato s’era distinto più per le performance sportive che per quelle accademiche: buon giocatore di rugby, di hockey su prato e discreto boxeur. All’epoca di questa storia aveva abbondantemente passato i trent’anni e finora nella vita non aveva combinato granché. Non lavorava, non s’era sposato, non aveva figli.

Questo gli disse di lui Mr O, al rientro a KL. Aggiunse ch’era un tipo ombroso e cupo. Persone che l’avevano conosciuto sostenevano che avesse un carattere violento e modi arroganti. Amava il gioco d’azzardo, era privo di scrupoli e crudele con le donne. Era pur sempre ricco, tutti i membri della sua dinastia lo erano; ma meno ricco e assai meno stabile e rispettabile dei suoi fratelli.

Però di recente questa pecora nera della famiglia aveva lasciato l’Europa e fatto ritorno in Oriente. S’era stabilito a Singapore. Un ravvicinamento geografico che aveva segnato una parziale riconciliazione col padre, ormai vecchio; e forse, nella sua senilità, facile alla commozione. Per di più, a detta di Mr O, ormai sfacciatamente manipolato dalla seconda moglie, molto più giovane di lui.

La sera in cui gli parlò di tutto questo, Angelo era ancora stordito dall’escursione a Baleh e lì per lì non capì bene il perché di tutta quella storia. Ce ne mise di tempo per mettere a fuoco dove Mr O intendesse andare a parare. Erano al Kuala Lumpur golf & country club, nella lounge di Mr O. Una serata abbastanza fiacca, poca gente ai tavoli e attorno al banco. Lui e Mr O sedevano in un angolo sotto un ritratto di Winston Churchill che stringeva tra i denti un enorme Romeo y Julieta.

“Ho incontrato la madre di Rachid,” disse Mr O. “Era a KL di passaggio. Una conoscente comune, una datuk che frequenta questa lounge, me l’ha presentata. Ci siamo visti al Mandarin Oriental, lei alloggia là. Le ho suggerito che, forse, Baleh potrebbe offrirle un’occasione per risolvere il problema di Rachid…”

Cosa legava il riscatto del figlio reprobo del governatore alla diga di Baleh? Lì per lì Angelo non lo capì del tutto. La storia che gli era stata raccontata configurava un quadro che un po’ somigliava a una versione islamica del figliuol prodigo. Possibile che Mr O avesse intravisto in questo un punto debole del sistema, un possibile varco per accedere al governatore…

“Su mia richiesta, la signora ha prolungato la sua permanenza a KL di qualche giorno,” disse Mr O. “Aspettavamo il tuo ritorno. Stasera, dopo cena, andremo a trovarla.”

“A trovare la madre di Rachid? E perché?”

“Non t’interessa conoscere la moglie del governatore?”

“Certo. Ma che c’entriamo noi con una madre in pena per il figlio…”

“Devi parlarle di dighe.”

“Come…?”

“Devi farle una presentazione simile a quella che hai fatto a Kuching.”

“Che vuoi che gliene importi alla signora…”

“Gliene importa molto. Me lo ha chiesto lei.”

“Te l’ha chiesto lei…”

“Sì. Dopo che le ho parlato di Baleh e del modo in cui potreste rendervi utili nel costruire la diga… Devi parlarle della Compagnia, dimostrare che può fidarsi…”

La fiducia della signora… Adesso Angelo cominciava a intravedere vagamente i contorni dell’ideuzza di Mr O.

“Pochi dati tecnici,” proseguì lui. “La signora, ovviamente, non sa nulla di questa roba. Niente megawatt, metri cubi ora, potenze installate… nulla di tutto questo. L’unica unità di misura che la signora mastica è il dollaro. Parlale di quanto fattura la Compagnia, quanto valgono le ultime dighe che avete fatto, invitala a visitare il cantiere, su a Cameron Highlands… Deve convincersi che potete farne una per lei e per suo figlio…”

Questa era dunque l’ideuzza… La madre di Rachid stravedeva per il figlio minore, lo sfortunato, il reietto. Doveva aver lavorato ai fianchi il marito per preparare il suo ritorno in Malesia. Ora voleva vederlo sistemato, reinserito nel Paese e nella famiglia. Baleh poteva essere un’opportunità? Fornire alla madre di Rachid un quadro in cui lei potesse chiedere al marito di lasciar condurre al figlio il progetto. Un interesse che l’avrebbe legato per anni al territorio e gli avrebbe dato un ruolo. La Compagnia poteva essere lo strumento adatto: era già stabilita in Malesia, stava completando un progetto simile su a Cameron Highlands…

Dopo cena, Angelo si ripassò la parte. Dopodiché uscirono a far visita alla signora.

Madame Aisha alloggiava al Mandarin Oriental, che a KL si trova in pieno centro, a poca distanza dalle torri gemelle simbolo della città. Li ricevette in un salottino riservato dell’appartamento che occupava all’ultimo piano. Una severa signora sulla sessantina, il viso incorniciato dal velo malese, neanche un’ombra di trucco, indosso una tunica per nulla sfarzosa, ma di taglio perfetto e di colore scuro – un’eleganza monastica – nessun gioiello, nessun ornamento. Offrì loro del tè, aiutata da una giovane anch’essa in castigati abiti islamici, che doveva essere la sua assistente. E ascoltò molto attentamente, senza interrompere, la breve presentazione che Angelo recitò per lei. Solo su un punto pose delle domande.

“Dunque, la Compagnia appartiene a una sola famiglia?”

“Sì signora,” rispose Angelo.

“Ed è la stessa dalla sua nascita…”

“Esatto. Il fondatore è il bisnonno dell’attuale CEO… Suo padre e suo zio, per quanto vecchi, guidano ancora la società…”

“E l’attuale CEO ha figli?”

“Certo. Tre, il maggiore è ancora un ragazzo. E’ molto probabile che tra loro vi sia il futuro capo della Compagnia…”

Non chiese altro.

Esaurita la presentazione, Mr O e la signora confabularono brevemente in bahasa. Dopodiché madame li congedò. Mr O si fregava le mani. “E’ andata molto bene,” disse. “La rivedrò domani. Organizzerà un incontro con Rachid.”

Ma, come si vedrà, Mr O aveva fatto male i suoi conti. Aveva creduto che madame Aisha fosse principalmente una madre in pena per il figlio, che agisse sulla spinta dei sentimenti. Una leva facile per aprirsi un varco in direzione del governatore. Ma madame Aisha non era solo una madre. Era, anzitutto, un’astuta donna d’affari.


Fine della terza puntata. Segue

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