Gianni Usai
Su “Memorie di un giovane medico”

Il dottor Bulgakov

Tornano in libreria i racconti di Michail Bulgakov che hanno per protagonista un giovane medico che ricorda da vicino l'autore. Un universo "chiuso" venato di realismo e ironia per un piccolo capolavoro giovanile

«L’abbiamo scritta in sette giorni e mezzo, impiegando mezza giornata di più che per la creazione del mondo. Nonostante ciò, ci è riuscita ancora peggio del mondo. Posso dire soltanto che se un giorno ci sarà un concorso per il lavoro teatrale più stupido, insulso e impudente, il nostro otterrà il primo premio». Con queste parole si espresse Michail Afanas’evič Bulgakov, a proposito della pièce I figli del Mullah, scritta con l’amico Boris Robertovicˇ Boheme, immortalando con considerevole autoironia quel passaggio infelice della sua carriera.

Poco male, verrebbe da dire. Se è vero che il tempo, almeno nei casi più fortunati, pesa il valore di uno scrittore sulle vette che è stato capace di raggiungere, è unanimemente riconosciuto che nell’eterogenea produzione dell’autore de Il maestro e margherita non mancano momenti di assoluta grandezza. Ma può anche accadere, talvolta, che la riscoperta postuma di uno scrittore finisca per relegare in secondo piano le opere che lo avevano fatto conoscere quando era in vita. Come è stato per gli otto racconti, ideati tra il 1917 e il 1919 e pubblicati tra il ’25 e il ’26, che sarebbero in seguito confluiti nella raccolta intitolata Memorie di un giovane medico.

Vi si narrano le peripezie del ventiquattrenne dottor Bomgard che, a pochi mesi dalla laurea in medicina e senza alcuna esperienza, viene mandato a esercitare la professione in uno sperduto ospedale della gelida Russia rurale. Lì, assistito da due solerti ostetriche e da un infermiere dotato di un particolare talento nella pratica di cavadenti, all’ombra dell’illustre dottor Leopol’d Leopol’dovič, suo stimato predecessore, prenderà coscienza dei propri limiti e dovrà confrontarsi con le peggiori paure, sperimentando sulla carne dei pazienti l’inadeguatezza della formazione accademica messa alla prova della realtà.

«“Io non ho colpa” pensavo, ostinato e tormentato. “Ho una laurea, ho quindici cinque. Avevo avvisato, fin da quando ero nella grande città, che volevo fare l’aiuto medico. No. Avevano sorriso e avevano detto ‘Si ambienterà’. Eccoti il ‘si ambienterà’. E se mi portano un’ernia? Mi spieghi come mi ci ambiento? E, soprattutto, come si sentirà quello che ha l’ernia sotto le mie mani? Si abituerà all’altro mondo?”».

Il volume, al quale è ispirata una riuscita ma poco nota trasposizione televisiva che aveva Daniel Radcliffe nel ruolo del giovane medico e Jon Hamm in quello dello stesso Bomgard ormai adulto, è stato riproposto di recente da Marcos y Marcos con la cura e la traduzione di Paolo Nori (176 pagine, 17 Euro). E, sebbene si componga di brevi scritti giovanili, sarebbe riduttivo annoverarlo tra le opere minori o limitarsi a considerarlo un romanzo mancato. È vero che l’utilizzo del medesimo io narrante, il ricorrere dei personaggi che lo accompagnano e dei luoghi in cui le vicende sono ambientate, contribuiscono a dare un senso unitario alle storie, come è altresì possibile collocare i fatti su una coerente linea temporale. Tuttavia, i singoli racconti conservano la loro piena dignità individuale, e se da una parte vi sono rinvenibili i prodromi di quanto l’autore sarà capace di riversare in opere di più ampio respiro, allo stesso tempo colpisce la sapienza e l’efficacia con la quale si cimenta nella narrazione breve.

A parere di chi scrive, al di là della tagliente ironia che rende gli accadimenti e i personaggi tanto veri da risultare persino comici e a tratti grotteschi, al di là dell’innegabile qualità della prosa, capace di condensare la parola cosicché possa esprimere il proprio potenziale ben oltre i limiti del mero valore semantico, forse un ulteriore elemento di forza della raccolta risiede proprio in questa duplice valenza, organica e distinta, dei brani che la compongono.

All’altezza della migliore letteratura novecentesca è anche il pantheon di figure che transitano sulla scena, a rappresentare una porzione di umanità che, a distanza di un secolo, tra ignoranza, ottusità e inaspettati lampi di saggezza, ci appare ancora prossima e familiare. Su tutti l’infermiere Dem’jan Lukič, pragmatico e dai modi spicci, e le ostetriche Pelageja Ivanovna e Anna Nikolaevna, la cui accondiscendenza quasi materna verso il nuovo arrivato lascia trasparire la scarsa fiducia nelle sue qualità professionali. Ma torna alla mente anche la madre che rifiuta di far asportare l’occhio del suo bambino, per quello che poi si rivelerà un banale ascesso; o il giovane mugnaio dalla barba rossa e i modi gentili, che assume in una sola volta le dieci dosi di chinino prescrittegli per curare la malaria.

«“Spiegami solo una cosa, ragazzo: perché l’hai fatto?” gli avevo gridato più forte nell’orecchio. E una cupa, malevola voce di basso mi aveva risposto: “Massì, ho pensato, perché tirarla alla lunga una bustina per volta? Le prendo tutte insieme e arrivederci”».

E come non sentirsi solidali con il memorabile protagonista, proiezione letteraria dell’autore, anche lui medico e probabilmente passato attraverso analoghe esperienze. Poco più che un ragazzo, come tutti impreparato e spaventato al cospetto della vita, eppure capace, nei momenti critici e di massima disperazione, di attingere a risorse immanenti ma che, al contempo, sembrano trascendere la sua consapevolezza nel condurlo ai successi di cui lui per primo si stupisce, o verso gli inevitabili tracolli.

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