Beppe Navello
Al Circolo dei Lettori

Francesi d’Italia

Si è conclusa a Torino con grande successo "Francesissimo", una finestra sulla letteratura d'Oltralpe che rievoca il reciproco, secolare debito culturale tra italiani e francesi

Lo scorso weekend Torino ha ospitato al Circolo dei Lettori e in altre sedi, la prima edizione di Francesissimo, festival di letteratura e cultura francese che nasce dalla costola di Italissimo, analoga manifestazione parigina dedicata da dieci anni alla letteratura e alla cultura italiana. L’ideatore di tutto questo è Fabio Gambaro, già direttore dell’Istituto Italiano di Cultura a Parigi dal 2016 al 2020, giornalista, consulente editoriale, autore e organizzatore di eventi. Una cordata di sostenitori e partner ha reso possibile l’impresa, dal Consolato Generale di Francia a Milano a Intesa San Paolo, da Nuovi Mecenati al Club Med, da Tesi Square a TGV Inoui; e ancora Alliance Française di Torino, Ambassade de France en Italie e Museo Nazionale del Cinema di Torino. La coda fuori di Palazzo Graneri della Roccia, sede del Circolo dei Lettori, le richieste di accredito impossibili da accontentare per le dimensioni contenute delle sale di incontri, l’eco di stampa suscitato mi hanno fatto tornare alla mente con malcelato orgoglio le parole che Mitterrand dedicò all’immigrazione italiana nel suo paese: cosa sarebbe stata la Francia senza gli italiani? E senza il mito stendhaliano di Milano, Firenze, Roma e Napoli? Ma anche la soddisfazione, da irriducibile francofilo, del debito che l’Italia ha nei confronti dei cugini d’Oltralpe, delle idee illuministiche che hanno nutrito la nostra modernità, la repubblica, il diritto, la tolleranza: come sarebbe stata la mia vita senza Il conte di Montecristo, I Miserabili o la Recherche? E soprattutto senza I tre Moschettieri, poema interminabile sull’amicizia che ha occupato anni bellissimi delle mie scorribande in palcoscenico? Me la sarei cavata probabilmente, come molti altri italiani non francofili che hanno raggiunto successo e consenso polemizzando con la Francia e rivendicando “riconoscibilità nazionale” alla ricerca di più improbabili riscontri europei. Ma tutto sommato sono riconoscente a mia madre che mi ha messo in mano a nove anni una castigata riduzione per bambini dei Moschettieri

E così Torino, città che già a Montaigne nel 1581 sembrò la più francese delle città italiane, ha offerto per due giorni intensissimi confronti con alcuni dei nomi più prestigiosi dell’universo editoriale d’Oltralpe: Daniel Pennac che di fronte alla confusione dei tempi raccomanda di insegnare a figli e nipoti a leggere non per qualcosa ma “contro” qualcosa (contro la noia dei programmi scolastici, per esempio, o contro il conformismo della cronaca o quel che volete); Jean Baptiste Andrea con il suo Cento milioni di anni dove un paleontologo ricerca storie impossibili sulle montagne tra Francia e Italia; Boualem Sansal, l’algerino naturalizzato francese condannato per “attentato all’unità dello stato” che attraverso la distopia parla del nostro presente; o Hemley Boum che dal Camerun alla Francia, ci racconta nel Sogno del Pescatore l’incontro con il rifiuto dell’altro e la difficile ricostruzione della propria identità; e infine, suprema emozione per me, Adelaïde de Clermont-Tonnerre (sì, discendente da Elisabeth, l’amica e confidente di Proust!), anche lei irriducibile lettrice dei Moschettieri, che nel suo libro Milady ricostruisce la vicenda della “cattiva” del romanzo, donna fuori dagli schemi e ansiosa di libertà.

Nonostante tutto, dunque, nonostante le diffidenze e i periodici irrigidimenti delle frontiere, come sempre nella storia d’Europa, gli scrittori, gli artisti e i teatranti riescono a precedere i politici, i banchieri, gli eserciti, gli economisti e persino i predicatori di fede, parlando una lingua comune. Non dobbiamo disperare: il Trattato del Quirinale funziona e questo è il settantesimo anno dell’amicizia Roma-Parigi.

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