A proposito de "La santa degli altri"
Nica e Santa Rita
Il nuovo «sottile e denso» romanzo di Anna Voltaggio nasconde un reticolo di vite dietro la falsa biografia di una santa
Come si fa a ritrovare un amore che si è perduto? Come se ne ricercano le tracce se non si è capaci di orientarsi? Come si fa a ricostruire l’identità della donna che abbiamo amato e che non abbiamo mai veramente conosciuto? Sono questi gli interrogativi che sembra porsi Tommaso Montanari (!), il protagonista della nuova opera di Anna Voltaggio, La Santa degli altri, appena uscito per Neri Pozza (176 pagine, 19 Euro).
Tommaso è un uomo vuoto, un intellettuale fallito, che per (soprav)vivere traduce i sottotitoli delle serie televisive ed è prossimo ad essere sostituito da un programma di intelligenza artificiale; è una persona che, incapace di vivere la vita, si adagia sugli schemi, si lascia trascinare dall’esistenza degli altri: pavese afasico, censore di emozioni, si ritrova in una Palermo sciolta e assetata, abbacinata da luce e calore, al seguito della moglie Eva, che ha recuperato qui casa e lavoro.
Ed è emblematico il dialogo che si snoda tra lui e la moglie, quando Eva lo sorprende in un momento di gioiosa intimità con la figlia Camilla.
«Dovrei farvi una fotografia».
«Ormai la gente fotografa tutto».
«La gente?».
«Sì, per dire».
Il romanzo si apre, dunque, con un abbandono: Montanari viene lasciato dalla sua amante, Nica, con un messaggio scritto sulla carta di un cioccolatino. E già da qui si demarca la figura di Nica, la coprotagonista invisibile del romanzo di Voltaggio.
Al posto del cartiglio d’amore dei Baci Perugina, Nica lascia un addio (ma come si fa a scrivere sulla carta dei cioccolatini?). D’altra parte, gli stessi cioccolatini della Perugina, erano nati col nome di Cazzotti, e fu solo la volontà di Luisa Spagnoli, amante nascosta del proprietario della fabbrica, a volerli trasformare in messaggi d’amore.
Ecco, con un semplice gesto, Nica ne decostruisce la storia e il significato. Nica è quella che fa i “miracoli”, quella che fa esplodere le contraddizioni, che vive nel contrasto tra la realtà e la sua ombra stampata su un muro scalcinato. Nica è una variabile proxy, descrive l’inconosciuto, l’insondabile col suo incedere leggero, quasi sollevato da terra. Ecco come Tommaso racconta il loro primo incontro:
«Indossava pantaloni stretti e un maglione che sembrava fatto a mano, con le maniche troppo lunghe che lasciavano appena scoperte le dita affusolate. Era un maglione nero con due grandi narcisi azzurro polvere che sparivano dietro i fianchi; sopra portava un trench lungo fino alle caviglie che svolazzava appena mentre avanzava verso di me con i suoi stivaletti di pelle sottile. Era una figura elegante e determinata, con la vita stretta e il ventre incavato».
Nica non entra in scena, appare. Sembra fluttuare nel ricordo, è mai veramente esistita?
Apparizione insolita: esistono in natura i narcisi azzurro polvere? E perché il maglione “sembrava” fatto a mano? Essenza al valico tra due mondi, che è ribadita dal lungo tiro della sigaretta, che Tommaso le offre, da cui il fumo uscì così denso e azzurro che ebbi l’impressione di guardarla attraverso la nebbia.
E che sia una creatura a cavallo tra due piani lo conferma il foro che ha in fronte, terzo occhio, foro di proboscide di elefante nano preistorico, scambiato per Ciclope, spina di rosa di Santa Rita.
Esiste un legame strettissimo tra Nica e Santa Rita, la Santa dell’impossibile. Quella Margherita Mancini che, prima di farsi monaca, supplica i suoi figli tredicenni di non lasciarsi trascinare dal destino di vendetta per l’uccisione del padre, che perdonino come aveva fatto lei.
«“Perdonare chi ha ucciso nostro padre significherebbe ucciderlo due volte” dicevano e ogni giorno uscivano per andare a caccia di notizie e stanare i nemici. Margherita allora cominciò a pregare, pregare, pregare perché non trovassero vendetta. E arrivò a chiedere a Dio che, piuttosto che diventare assassini, i suoi figli morissero. Dio l’accontentò. I ragazzi s’infettarono di peste e in poche settimane morirono».
Ma Santa Rita è anche una Santa volante, è la Santa che fa germogliare i fiori nei terreni impossibili. E di fiori è disseminato tutto il romanzo di Voltaggio, una ghirlanda profumata che unisce tutta la storia.
Tiglio, limone, assenzio, zafferano, ruta, Margherita, geranio, rose tatuate sui palmi, hibiscus, dalie bianche, rose, narcisi azzurro polvere, magnolia, fiori bianchi e gialli piastrellati, poltrone con fiori verdi di velluto, Gelsomina.
Gelsomina è la terza protagonista del romanzo, collocata in un tempo anteriore, tra metà dei Cinquanta e i Sessanta, in una Palermo violenta e sanguigna, dove le vocali dei venditori del mercato del Capo sono così lunghe che s’insinuano nei vicoli. Una Palermo che vomita violenza e stupri, sangue, aborti, incesti e follia. Dove ogni storia ne nasconde un’altra, una gravidanza nasconde una speranza. D’altra parte, le cose in Sicilia sono sempre così. Una tragedia non si sa mai se è solo una tragedia oppure il segreto di qualcun altro.
E continua Anna Voltaggio: «Per venire al mondo, dal buio del ventre, bastano pochi minuti, eppure è una salita estenuante, lunga molti chilometri. D’un tratto il caleidoscopio dei sogni si rompe e si fa in minuscoli pezzi che subito si disperdono nella luce violenta e immensa».
Quando si nasce, i sogni si infrangono e di loro restano solo le particole di un caleidoscopio che passiamo la vita a ricostruire. La nostra esistenza è stata già vissuta altrove, in un passato remoto, sotterraneo e selvaggio, e il tempo passato insieme tra due amanti serve solo a ricostruire la vita che non hanno vissuto, che altro non è che la nostalgia che avremo di noi.
«C’è qualcosa di più difficile del rappresentarsi il prima?» mi chiese.
«Il prima di cosa?»
«Il prima di esserci».
«A cosa stavi pensando?»
«Che ci devono essere delle ragioni per cui io sono così, per cui ognuno di noi è come è. E sarebbe tutto più logico se riuscissimo a conoscere quel prima».
«Non si può controllare, non si può pretendere di trovare una logica a tutto quello che siamo».
«È quello che penso anche io. Hai ragione. Ma è così doloroso».
Questa è la tessitura profonda de La Santa degli altri, lo sfarinarsi delle esistenze e l’impossibilità di raccontarle, la ricerca di trovare un senso alle narrazioni contemporanee, la nostalgia di un passato terribile e, per questo, da ritrovare, di un magma da modellare.
È necessario immergere le mani negli umori delle tragedie e dare un senso al vagare senza mappa, in una città distrutta dal calore, in colori abbacinanti che trasudano dal Deserto Rosso di Antonioni (ma quanti tipi di verde riesce a descrivere Voltaggio?); ed è lei a farci il miracolo di una scrittura fatta di particelle e particolari, di spessori e piani narrativi che si moltiplicano nel tempo e nella memoria. La parola di Voltaggio è precisa e indeterminata a un tempo, rinuncia a squadrare da ogni lato l’animo dei personaggi, non ha lettere di fuoco, ma miracoli suggeriti e perduti. E fa sua la disperata formula montaliana di rinuncia ad aprire mondi, incentrandosi sulle storte sillabe, secche come un ramo.
E alla fine, chiude Voltaggio, nella finta biografia di Santa Rita che duplica il titolo del suo romanzo, La Santa degli altri: «Ognuno di noi ha un destino sconosciuto e i più fortunati restano nella memoria di qualcun altro. La nostra storia viene raccontata a chi arriva dopo di noi piena di storture e omissioni, com’è giusto che sia, ricostruita in una serie di ricordi frammentati come pezzi di un mosaico che non si possono più rimettere insieme. Alle volte accade che il destino di qualcuno non finisca neanche con la morte. La memoria allora diventa più duratura e condivisa, cerca coerenza, una versione ufficiale, anche a forza, perché un’intera comunità umana possa crederci».
Alle volte accade che il destino di qualcuno finisca in un romanzo sottile e denso come questo.