Leo Carlesimo
Una storia a puntate

Pirati a Sarawak

Con la prima puntata, inizia un lungo racconto di vita "coloniale" a cavallo tra la mitologia della conquista e la condivisione di spazi e culture

Quando gli parlò dell’affare, Angelo sulle prime non capì.

Mr O sedeva sprofondato nell’enorme Chesterfield in cuoio, al centro della veranda a vetri affacciata sui campi da golf. Due braccioli larghissimi, elevati all’altezza della spalliera, formavano una specie di conca all’interno della quale il suo corpuscolo da poco più di un metro e mezzo di statura si perdeva. Per tenersi in equilibrio aveva puntato i gomiti da un lato e dall’altro, il che l’obbligava a inclinare le braccia all’in su, come due gracili spuntoni d’ali. Una posizione ridicola. Però il tono di voce era serio. E se l’aveva invitato nel salottino privato della sua lounge, aveva stappato una bottiglia di Sassicaia – che, come Angelo ben sapeva, dopo gli avrebbe messo in conto – e aveva acceso uno dei sui Cohiba, avendone tagliato prima la punta a un’estremità e praticato un forellino in quella opposta con quell’aggeggio placcato d’oro che teneva nel taschino, voleva dire che non era un affare qualunque. Era qualcosa di speciale, qualcosa cui Mr O teneva.

“In Sarawak, hai detto? E a cosa serve tanta energia in Sarawak? Non c’è niente, laggiù…”

“Non in Sarawak. Ma c’è nel Kalimantan, la parte indonesiana dell’isola. L’energia serve a raffinare quel che verrà estratto lì.”

Così era di nuovo un affare legato ai suoi compari delle miniere. Mr O gestiva intermediazioni in quattro o cinque rami d’affari. E coltivava una particolare predilezione nell’intrecciarli, il che spesso lo cacciava in gineprai inestricabili – provava a mescolare i trasporti marittimi con l’oil&gaz, le public utilities nel campo dell’acqua o dell’energia con le coltivazioni di palma da olio… tentava combinazioni articolate, improbabili, non s’accontentava d’affari semplici. E visto che non aveva certo più bisogno di denaro, perché era ricchissimo, lo faceva per divertimento, per passione. Alla sua età – settanta passati da un pezzo – non nutriva interesse per le strutture economiche elementari, strettamente utilitarie; preferiva montare meccanismi complicati, cimentarsi con la molteplicità. Per cui ormai rappresentava un rischio per la Compagnia: i suoi sistemi a numerose incognite difficilmente vedevano mai una soluzione.

“Ci vorranno almeno dieci anni per completare un progetto così,” disse Angelo.

“Anche per avviare lo sfruttamento delle miniere. Ma a noi le miniere non interessano. Quella parte dell’affare riguarda altri. Occupiamoci della diga. Vogliono farla partire subito. Dovrà essere pronta quando dal Kalimantan cominceranno ad arrivare le prime chiatte di materiale. Baleh, questo il nome dell’opera. Andrà in gara tra meno di sei mesi. Bisogna mettersi al lavoro adesso.”

“Una gara, hai detto? Non è nemmeno una trattativa privata? E come speri di batterli, i cinesi? Il Sarawak è territorio loro, ci stanno già costruendo Bakùn.”

“Fidati. E’ il mio mestiere. M’è venuta un’ideuzza…”

Erano al Kuala Lumpur Golf & Country Club, il circolo di KL dove, sotto l’insegna‘Connaisseurs’ – nome della società di copertura attraverso la quale Mr O gestiva parte dei suoi traffici – era stata di recente aperta una lounge privata di degustazione e smercio vini europei e sigari cubani. La lounge, in realtà, era un club d’affari. Ai suoi tavoli – tutti ben distanziati per riservatezza – s’incontravano in un ambiente protetto e discreto, mascherato dal golf, imprenditori, finanzieri e autorità pubbliche, piccola nobiltà locale in rappresentanza delle famiglie regnanti nei vari sultanati che compongono la federazione malese e diverse altre entità territoriali della regione, dal Brunei alla Thailandia al Myanmar, che lì incrociavano petrolieri, banchieri, commercianti di gas o di legname, uomini d’affari, assieme a faccendieri di vario genere che vedevano in Mr O una specie di patrono. Quel circolo ovattato era il loro covo.

Il bancone, di forma ellittica, era collocato al centro. Sopra, appesa al soffitto, una struttura pensile sosteneva le rastrelliere di bicchieri e lo scaffale dei liquori. Le pareti della sala centrale erano tappezzate di teche climatizzate, dalle pareti, portelli e scaffali interamente a vetri, dov’erano conservate ed esposte le bottiglie di vino e le scatole di sigari. Nella continuità della superficie vetrata che faceva da involucro ad alcol e tabacco, s’aprivano qua e là dei vuoti, riempiti perlopiù di quadri dipinti in stile volgarmente pop: raffiguravano donne belle e sexy – più qualche uomo famoso – alle prese con un enorme sigaro oppure con un bicchiere di vino rosso, che tenevano in mano o in bocca e che rappresentava l’inequivocabile centro del ritratto; dipinti dozzinali che Mr O aveva commissionato a un pittorucolo di KL per arredare la sua lounge in un modo che a lui pareva accattivante. Tra queste quinte, ai tavoli disseminati attorno al bancone – dove si poteva, o meglio si doveva, bere i vini di Mr O, fumare i suoi sigari e assaggiare i piatti più o meno sofisticati, generalmente mediocri e costosi, proposti dalla sua cucina – si recitavano costantemente le stesse scene: pranzi o cene d’affari in cui s’intessevano relazioni, si muovevano primi passi, s’intavolavano trattative su futuri contratti. Al piano di sopra, per gli incontri più confidenziali, una sfilata di salottini affacciati sul ballatoio assicurava la necessaria riservatezza.

I clienti migliori di Mr O, quelli che incontravi più di frequente nella sua lounge, erano nobili appartenenti ai rami cadetti del complesso apparato feudale cui formalmente non spetta più alcun potere, in Malesia; ma gli viene comunque riconosciuta, da qualunque parte politica lo eserciti, una funzione stabilizzante di governance delle classi popolari. Funzione che comporta certi privilegi e soprattutto assicura una fetta marginale, ma non trascurabile, dei ricavi provenienti da qualunque affare pubblico o privato si svolga nel loro territorio.

Gli innumerevoli dato, rajah, visir e ciambellani che frequentavano la lounge di Mr O avevano questo ruolo: rappresentare gli interessi del loro sultano di riferimento e della sua famiglia nei vari rami di business che in un modo o nell’altro lambivano il sultanato. Cavarne tanti piccoli rivoli che alla fine componevano un flusso di denaro molto cospicuo, che rendeva ricchissime le famiglie regnanti e piuttosto ricchi i loro tirapiedi.

Quella pletora di faccendieri di sangueblù che non avevano nessun talento per il lavoro, nessuna capacità operativa in alcun campo. Né tecnico, né finanziario, né politico, nulla… Nessuno skill, nessun know-how, non portavano alcun contributo all’impresa – qualunque fosse l’impresa – godevano solo d’un privilegio di nascita e di un presidio geografico. Parassiti che stavano sull’affare in rappresentanza dei lontani interessi del sultano che, per quello stesso diritto, aveva sul territorio in cui l’affare avrebbe preso corpo una sorta di ius. Uomini anche molto diversi tra loro, perlopiù frivoli, amanti degli svaghi, della bella vita, capaci di conversare superficialmente di tutto e seriamente di nulla, sempre a proprio agio a una festa o una cena, che parevano però ad Angelo tutti accomunati da qualcosa che andava al di là dell’abitudine mondana, qualcosa di più profondo e caratterizzante, che gli sembrava costituisse la loro cifra essenziale, ma che non era ancora riuscito a mettere a fuoco con precisione. Finché una volta, mentre erano seduti nella lounge a osservarli, venne il giudizio definitivo di Mr O a chiarirglielo. Molto semplice:

“Sono avidi,” gli disse; erano lì in attesa di uno di loro, un rajah in ritardo all’appuntamento. “Tutti uguali. Se discuti con loro un affare da un miliardo, vogliono il miliardo. Quando poi arrivi a discutere le componenti da un milione, loro vogliono il milione. Quando scendi ai dettagli da mille dollari, loro vogliono i mille dollari. Quando arrivi alle miserie da un dollaro, loro vogliono il dollaro. Sono greedy, avidi. Se no non potrebbero fare quel mestiere.”

Quando rientrò in albergo, quella sera, il nome che Mr O gli aveva sibilato nelle orecchie tornò su e si mise a circolargli per la testa. Era un nome che esercitava su di lui un richiamo di natura diversa, in disaccordo con le questioni d’affari. Quella parola, Sarawak, possedeva una valenza di segno opposto.

Dopo averla sentita, aveva avuto qualche difficoltà ad associarvi le dighe, gli impianti idroelettrici, la produzione di energia; e aveva dovuto fare uno sforzo per recuperare la concentrazione e seguire fino in fondo le confuse argomentazioni con le quali Mr O sosteneva la bontà del progetto e andava illustrando i vantaggi che la Compagnia ne avrebbe tratto – con molta grinta, come sempre, pur in assenza di solide basi tecniche, d’informazioni logistiche affidabili, di analisi economiche serie presentabili a un board.

Cos’avevano di particolare il Sarawak, il Borneo? Erano solo la location di un altro affare. E quella era soltanto l’ultima delle proposte scombinate e vaghe che negli ultimi tempi Mr O – che in principio era stato un advisor commerciale molto efficace, cui la Compagnia doveva fior di contratti – andava farfugliando, ormai vecchio, disinteressato all’utile immediato – solo obiettivo della Compagnia – e più vagamente, pericolosamente attratto da combinazioni complicate, opportunità fantastiche che avevano pochissime probabilità di materializzarsi… Avrebbe dovuto fin da subito liquidare quella proposta, non prendere nemmeno in considerazione l’ipotesi di portarla al board. Era solo un’altra fantasticheria di quel vecchio coglione, stimato oracolo di un tempo, valido consigliere che s’era ormai rimbecillito, era invecchiato, si rintanava in sogni complicati e di buone proposte d’affari, pragmatiche e concrete, da un pezzo non ne presentava più…

Ma quella parola, Sarawak, seguitava a frullargli in zucca nelle fasi confuse che precedono il sonno, quando l’ambivalenza dei pensieri non sai bene se è dovuta al tuo pre-assopimento o ai pensieri stessi. Il Borneo era una terra terra speciale, quella dei suoi libri da ragazzo. Ricordava il primo. L’aveva attaccato in un momento di noia di una qualche vacanza estiva di scuola media ed era stato catturato dalla scena iniziale: due voci, nel buio di una grotta; dalla bocca della grotta si vede – perché è chiaramente descritto – un paesaggio notturno, oscuro, squarciato dai lampi di una tempesta tropicale; dentro la grotta, due uomini discutono un assalto: concordano gli ultimi dettagli, i particolari controversi e avventurosi dell’azione, mettono a fuoco rischi ed opportunità; le fasi conclusive dei preparativi: sta per scattare l’attacco a un villaggio di traditori, servi di un impero straniero; si capisce, via via che il dialogo si sviluppa, che uno dei due è il capo, è Sandokan. Non erano solo affari… Che c’entravano le dighe della Compagnia coi romanzi della sua infanzia? E che aveva a che fare quel capomafia furbastro di Mr O con l’eroica tigre della Malesia?

Nel successivo incontro con lui, ebbe un’asimmetrica conferma di ciò che aveva intuito.

“Il Sarawak,” disse Mr O, riferendosi a tutt’altro “è una terra diversa. Pur facendo parte della federazione, ha le sue regole, la sua autonomia. Non ha un sultano, ma un governatore nominato. Cose che non si possono più fare nella Malesia peninsulare, si possono ancora fare in Sarawak. Prima che i cinesi se ne impadroniscano, chi ama il rischio può coglierne gli ultimi aneliti di libertà. E’ ancora, ma non per molto, un luogo primitivo.”

Difatti quando partirono per Kuching, tre giorni dopo, dovettero presentare all’ufficiale addetto il passaporto. Pur facendo parte del territorio nazionale, si varca una frontiera e alla sbarra ti chiedono documenti d’espatrio. Anche per Mr O, cittadino malese, non bastava la semplice carta d’identità.

Fine della prima puntata. Segue.

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