La scomparsa di un maestro del teatro
Per Giancarlo Cauteruccio
Ricordo di Giancarlo Cauteruccio, artista visionario che ha segnato gli anni migliori della sperimentazione teatrale italiana. Dall'Eneide fino a Beckett; dalla tecnologia alla parola
Che il nostro incontro sia stato scritto o messo in scena, non lo saprò mai. Era estate, metà anni Ottanta, al tempo in cui la videoarte era assurta ad argomento inevitabile da dissezionare nei festival e nei seminari, laddove dei critici improvvisati (fatto salvo Vittorio Fagone) vagavano tra concetti inesistenti che, dopo qualche rimbalzo, cadevano a terra e lì restavano. Per scampare alla noia, la zona piscina fungeva da pomeridiano rifugio degli impazienti (quella sera era in programma un esaltante dibattito su “Wolf Vostell e la sfocatura”). Ecco, ricordo due persone fare ombra al mio lettino. Appaiono simpatiche solo a vederle, si chiamano Pina Izzi e Giancarlo Cauteruccio. Nel 1982 hanno fondato la compagnia Krypton, che nel marzo 1983 avrebbe debuttato al Variety di Firenze con una Eneide clamorosa, musiche dei Litfiba, che sarà rappresentata ovunque in Italia fino a essere invitata da Ellen Stewart a “La Mama” di New York recensita da Mel Gussow sul “New York Times”.
Conoscere i due mi emoziona un po’, e così, in quella riposante giornata siciliana, ha inizio una schermaglia di conoscenze e di lontane persone comuni. Niente di cui vantarsi, solo coincidenze. Prendiamo a scommettere sui tempi di declino di quell’arte debole. Del resto Gianni Vattimo ha appena pubblicato un saggio di culto sul pensiero omonimo e qualche suo vaticinio, tra un tuffo e un altro, risuona anche a Taormina Arte 1986: «Il dibattito filosofico ha oggi almeno un punto di convergenza: non si dà una fondazione unica, ultima, normativa».
Pina e Giancarlo avevano scelto di festeggiare il loro matrimonio nel “TV garden” di Nam June Paik. Da Pina emanavano alcuni tratti dark, da Giancarlo il desiderio di mangiare, a sera, del buon pesce.
Prima di salutarci Giancarlo mi propone lavorare assieme a Firenze sui temi del vuoto e della luce. Mi ospitano nel loro appartamento di Borgo Pinti e dopo qualche ora afferro subito che quello tra Pina e lui è un amore di arte e di progetti e che le riflessioni e i giudizi di lei contano moltissimo. Spendo il mio tempo tra biblioteche e librerie; nel tempo libero mi rendo anche conto di quanto Giancarlo Cauteruccio sia conosciuto. Per strada lo fermano spesso e gli domandano su cosa stia lavorando. Codice. Luce nel vuoto debutta nel febbraio successivo al teatro di Rifredi, e siccome la nuova spettacolarità se la comanda («Segno che si fa corpo, e corpo scrittura», commenterà Maurizio Grande), Cauteruccio usa con intelligenza le sue abilità nel far “tacere” i laser e i movimenti dei danzatori che vi si accostino. A mia volta ho composto frasi immediate, che il pubblico leggerà oppure ascolterà da una rifrazione lontana. Funziona tutto. In quel minimo, ci troviamo a nostro agio.
Un’amicizia durata quarant’anni non è un’eccezione, semmai lo è stato lavorare insieme con una certa continuità, tenuto conto che quello di un regista è un lungo viaggio ricco di soste e di svolte, di accelerazioni e di incidenti, di passaggi dati ad attori, a musicisti, a drammaturghi, a scenografi… e sono famiglie e amicizie che mutano continuamente. Una precarietà necessaria.
Da quando Giancarlo è mancato, cerco le ragioni profonde che hanno via via trasformato un’amicizia in un sodalizio, ossia nella condivisione di un’esperienza e di una compagnia intellettuali. È normale che questo pensiero mi sia ancora più caro, perché definirsi amici è ormai una pratichetta che nasconde un vuoto di relazioni, se non quando riveli una ridicola ostentazione.
Non che Giancarlo e io rappresentassimo un caso eccezionale; quelli erano comunque anni di scambio, era come se i teatranti calpestassero il medesimo palcoscenico, che poi era abitare in una poetica di gruppo e confidarsi qualche idea originale. Fuori scena i critici erano seriamente operativi e non perdevano un solo spettacolo firmato dalle compagnie di ricerca; i giovani uffici stampa, due albe dopo la prima, si precipitavano al chiosco più vicino per leggere le recensioni dei vari Quadri, Cordelli, Savioli, Di Giammarco, Palazzi, Garrone, Fano, Mango, Capitta… Era un bel periodo quando Estetica, Poetica e Critica, unite in un triangolo indipendente, conoscevano e narravano le arti.
Ciò vale a premettere il buon destino grazie a cui Cauteruccio debuttò in un periodo ancora favorevole al teatro di ricerca: Potere e Sapere coabitavano nella sfera della critica, e gli artisti ne venivano ispirati, se bravi e liberi, o condizionati se bravi e furbi. Andava da sé che Giancarlo appartenesse alla prima categoria e il fatto che alcuni, con alterigia, lo giudicassero un consumatore di linguaggi tecnologici e di effetti speciali, certamente lo toccava ma non mutava di un passo la direzione verso cui si era incamminato.
Sarà un sentiero tortuoso, complesso e assai felice. Il distacco dall’ultima avanguardia traccia l’inizio di un rapporto intenso con la letteratura e la poesia: dai versi di Mario Luzi ai nomi di Bernard-Marie Koltès (La Marche), di Harold Pinter (Il guardiano), di Nino Gennaro (La via del Sexo), di Giuseppe Manfridi (Arsa), di Dino Campana e di Lina Prosa (Nniriade), di Marco Palladini (Me Dea), di Carlo Bordini (Pericolo), di Roberto Mussapi (Antartide), di Arthur Clarke (I nove miliardi di nomi di Dio) e di Tahar Ben Jelloun (Partire), sino all’ultima voce calabra, di Saverio Strati (Ritorno del soldato).
Con Anna Giusi Lufrano, amata moglie della sua maturità sentimentale, egli si trovava da qualche anno in esilio creativo a Sibari, in una casetta da cui gustava il cielo assolato della sua prima giovinezza. Ah, prima che mi dimentichi, colui che aveva dedicato a Firenze una decina di inserimenti geniali in luoghi architettonici e artistici, nonché una opera di arte visiva dedicata ai 1000 anni di San Miniato che aveva incantato migliaia di persone… colui che del Teatro Studio di Scandicci era stato direttore artistico e artefice di 23 anni fantastici («Il teatro è tornato a essere quello che deve essere il teatro: luogo di sperimentazione, urto, sfida ma anche festa, spettacolo», Sergio Givone)… insomma Giancarlo Cauteruccio sarà in sostanza cacciato dalla sua città “di adozione” per l’ignoranza e l’insipienza dei maggiori responsabili del Teatro della Toscana, i cui nomi ometto per non dar loro troppa importanza, nonostante i danni direttamente causati a un artista veramente straordinario che hanno premiato impedendogli di lavorare.
Mi pare si chiami psicosomatica e gran parte dei tumori purtroppo hanno questa origine.
Ma torno ai giorni felici e di conseguenza alla critica che fa ammenda di un primo giudizio affrettato e molto ripaga quel paziente e corretto regista. Sul Trittico beckettiano, Renato Palazzi: «Cauteruccio scava nelle pieghe dell’implacabile scrittura beckettiana, cavandone tuttavia risonanze di inusitata intensità e inquadrando questi squarci di sofferenza con una nitidezza spasmodica, e una partecipazione così forte da dare quasi disagio». Sul nostro Ubu c’è, Franco Quadri: «I banchi sono pronti allora a fungere da galleggianti strumenti di fuga chiudendo uno spettacolo destinato a crescere nella memoria». Su L’ultimo nastro di Krapp, Giovanni Raboni: «Che si tratti insomma precisamente di quello che tante volte mi è parso impossibile, ossia di una interpretazione scenica, di una ri-metaforizzazione del testo beckettiano? Direi proprio di sì». Su Il Guardiano, Massimo Marino: «Krypton continua la ricerca nella tradizione contemporanea con attori, che scavano con caratterizzazioni penetranti le parole e i personaggi». Su Crash Troades euripidea, Franco Cordelli: «Cauteruccio ci dà un altro capolavoro, o almeno lo sfiora, laddove gli elementi sonori e visivi, di rara potenza e icasticità, superano di gran lunga l’elemento recitativo».
Giancarlo Cauteruccio mi ha dimostrato che il teatro è un lavoro duro e la storia personale me lo rendeva credibile. Non si trattava di valigie di cartone, la sua era una famiglia borghese introdotta negli ambienti cosentini. Contava di più nella sua biografia l’essersi presto deciso alla sfida di trasferirsi a Firenze, città particolarmente scettica verso chiunque pensi nel futuro; ma proprio là il neo-maturato voleva intraprendere quegli studi di architettura che avrebbe applicato alla costruzione di scenografie impensate. Per lui valevano i pieni e i vuoti dello spazio, che venivano fissati o mossi con una precisione indifferibile. Ogni sua impresa, partiva sempre da lì. Ci si accomodava a un tavolo da caffè, lui vi posava blocchetto e penna e prendeva a disegnare in silenzio la scena centrale. Io fingevo di seguire uno che stava andando per conto suo verso una visione dell’opera e, in quell’attimo, del mondo. Ero ammirato, sentivo che mi stava iniziando. Dovevo imparare a scrivere nello spazio, e il suo era il più bello dove potessi scrivere.
Eppure c’era sempre qualcosa che gli mancava, e a volte era il coinvolgimento dei passanti. Accadde nel 2003 ad Avellino, dove con Krypton portavamo un testo inedito. Gli serviva una scrittura estetica, il titolo ce lo mise lui, e funzionò. Era coerente con un regista consapevole del suo stesso linguaggio: Avremmo voluto raccontarvi una storia d’amore. Il Teatro Gesualdo era stato inaugurato solo l’anno prima. Una enorme disponibilità di poltrone e un palco profondo, da perdersi. Durante le prove Giancarlo si assentò e prese a cercare dei figuranti, meglio se giovani. Poi combinò dei movimenti secondo cui, a un attimo della fine, quelli entrassero dal portone mobile retrostante il palco. Erano una cinquantina, perfettamente spaesati, dinanzi a un pubblico che li applaudiva senza motivo. Era il tipico non senso con cui Giancarlo riusciva ad arricchire il suo contrario.
Ma il mio ricordo più naturale va a una circostanza che mi sconvolse. Tra le scene è previsto un personaggio vagare su una carrozzina mentre due pattinatrici gli girano in tondo. Poche ore prima Giancarlo mi domanda di sostituirlo perché la seduta gli risulta troppo stretta. Istintivamente accetto, ma la persona che mi accompagna me lo sconsiglia, perché «tuo padre sta su una carrozzina, non dimenticarlo». Le rispondo che sarà di buon auspicio, d’altronde le russe sono un po’ tragiche e noi italiani scioccamente positivi. Insomma si va in scena e tutto fila, lo spettacolo viene applaudito a lungo e ci ritroviamo nei camerini. Sbircio sul cellulare e vi sono decine di chiamate senza risposta. Richiamo casa e mia madre piange, papà era morto durante lo spettacolo. Giancarlo mi abbraccia, parto per Roma e lungo il viaggio avverto il calore della sua amicizia.
Anni dopo, all’Ossario di Timau, in occasione della commovente regia di Hanno sparato a Maria, dedicata alle portatrici carniche della prima guerra mondiale, Cauteruccio coinvolgerà le donne del paese friulano con vesti d’epoca, gerle in spalla e sguardi e gesti di storica memoria che accompagneranno il meraviglioso monologo di Patrizia Schiavo (https://www.youtube.com/watch?v=0j1eIZQoqes), che mi ha appena scritto queste due righe: «Quando si entrava nella reciproca capacità di affidarsi, nell’indipendenza, Giancarlo perdeva la sua mania di controllo e lavorare con lui diventava meraviglioso».
Ne prendo spunto e riscrivo un paio di ulteriori virtù a cui ho accennato durante l’orazione funebre: l’una riguarda il suo rapporto con gli attori, che spesso egli accoglieva con modi burberi… e però nella sostanza era tutto il contrario, visto che il regista restituiva loro una libertà che rilevava del sapersi distanziare da un’arte che ammirava davvero: «Avevo un rapporto artistico profondo con lui – dice Patrizia Zappa Mulas (Medea e la luna di Alvaro) – una via di mezzo tra un incontro intellettuale e una fratellanza. Giancarlo mi ha subito messo in famiglia». L’altra virtù mai tradita concerne la sua relazione con i poteri: Giancarlo Cauteruccio non defletteva mai dal convincimento secondo cui l’arte autentica non avesse alcunché da chiedere o da pretendere dalla politica, e che semmai era quella a doversi rivolgere all’arte per offrirle ogni reale sostegno.
«Lo stile è superiore alla verità, porta in sé la dimostrazione dell’esistenza». Questa è in Doppia vita di Gottfried Benn, e gli calza a pennello.
Flavia mi ha appena passato Fulvio, suo fratello, eccellente attore che da una settimana porta con sé le immagini di un’intera vita trascorsa assieme, a recitare nei suoi spettacoli per poi prendere la propria strada e mantenerla, e anche a litigare e a riappacificarsi com’è nei racconti di una fraternità, e a riprendere Krypton per mano e ripensarsi vicini e un altro mondo, che un tempo accadeva quando ci si telefonava per sapere come fosse andata, e invece adesso è immaginare come stia andando, senza un’idea chiara della vita e della morte, che è un po’ il destino di un attore.
Un lungo ricordo per accennare a poco o nulla rispetto alle infinite emozioni che Giancarlo Cauteruccio ci ha donato. Il rilievo che ha suscitato la sua scomparsa lo avrebbe sorpreso molto. Non so bene quale segnale sia, se non che ovunque si spargono orme sui palcoscenici e poi si regalano sorrisi, ci si nasconde da un grande successo, e ci si scopre a essere stato, in una vita sola, Giancarlo Cauteruccio, il grande visionario.
La fotografia di Giancarlo Cauteruccio accanto al titolo è di Stefano Ridolfi. Quella del “Trittico beckettiano” nel testo è di Maurizio Buscarino.