La seconda puntata di “Pirati a Sarawak”
La diga di Baleh
«Ma quella giornata spesa negli uffici della SEB a illustrare le glorie della Compagnia e poi rispondere alle noiose e prevedibili domande dei burocrati di turno, non fu del tutto inutile»...
Riassunto della prima puntata. Mr O, l’advisor commerciale della Compagnia per l’estremo oriente, propone ad Angelo un affare: la costruzione della diga di Baleh, in Sarawak, Malesia insulare. Sono nella lounge che Mr O possiede all’interno di un ricco circolo di golf, a Kuala Lumpur. Il locale, dove sotto l’insegna di copertura ‘Connaisseurs’ si smerciano vini europei e sigari cubani, è in realtà un club d’affari, luogo d’incontro tra rappresentanti della nobiltà malese, politici e imprenditori. Vi s’intavolano trattative, si muovono primi passi di contratti milardari, che riguardano l’oil&gaz, giacimenti minerari, progetti d’infrastrutture, sfruttamento di risorse naturali. L’affare che Mr O propone alla Compagnia lega la costruzione della diga all’attività estrattiva di certe miniere. Angelo sulle prime è riluttante, ma si lascia convincere da Mr O e partono per il Sarawak per una prima esplorazione dei luoghi del progetto.
Sibu è una città fluviale. Il suo porto è anche un importante terminale marittimo, uno dei maggiori del Sarawak, con banchine attrezzate e depositi industriali. Ma – a differenza di Bintulu, il centro petrolifero poco più a est, che sorge anch’esso sulla foce di un fiume – Sibu non è rivolta al mare, il suo retaggio di dirama verso l’interno. Quasi tutte le città nate sulle foci di fiumi possono distinguersi in queste due categorie: le marittime e le fluviali. Per restare in Sarawak, Bintulu – forse il porto mercantile maggiore del Paese, dopo che al largo della città, nel Mar Cinese Meridionale, sono stati scoperti giacimenti di petrolio e di gas naturale e la Shell vi ha costruito un primo impianto di liquefazione, subito emulata dalla compagnia di casa, la Petronas – è tutta orientata verso l’esterno, verso l’oceano, le cisterne di greggio e di gas liquefatto che salpano dalle sue banchine fanno rotta su porti cinesi, indiani e d’altre lontane destinazioni.
La natura di Sibu, invece, è differente. Non è una città petrolifera e non è volta al mare. Lungo i corsi d’acqua di cui presidia la foce, navigano principalmente chiatte di legname. Pur essendo uno dei centri mercantili più importanti del Paese, resta un luogo chiuso, isolano. La sua identità si raccoglie tutta lungo le riviere dell’Igan e del Rajang, i due fiumi che lì si congiungono, proprio al termine del loro corso – strana unione in limine mortis – a meno di sessanta chilometri dallo sbocco al mare. Corsi d’acqua provenienti da direzioni contrapposte, i cui affluenti penetrano in profondità nel territorio. Questo fa di Sibu un punto d’ingresso nell’isola, una porta d’entrata più che d’uscita.
Ci sono, città così. Port Harcourt, per esempio, sulla foce del Niger. O Kinshasa, su quella del Congo. Mentre invece, per dire, New York o Buenos Aires sono città marittime, non fluviali, le foci dell’Hudson o del Paranà contano molto meno della costiera oceanica. Questo sposta l’attenzione su altro punto della questione: il grado di civiltà. Finché il luogo è selvaggio, l’imboccatura di un fiume è una via d’accesso alla sua scoperta, la porta – spesso l’unica – di un mondo ancora ignoto. Quando il Paese ha ormai raggiunto un certo livello di sviluppo – e tanto è noto, classificato, non c’è più molto da scoprire – il fiume conta meno e non ha più importanza risalirlo; di sicuro possiede anche, semplicemente, un’inferiore utilità commerciale. Invece se l’interno del territorio è inesplorato e quella bocca di fiume ne è il solo accesso…
Se questo è vero, Sibu è una città decisamente fluviale, quindi orientata all’interno, al complesso territoriale di cui quella foce è la porta. Il mare, quel che c’è fuori, non conta. Conta invece penetrare dentro, esplorare ciò che si trova nell’interiore. E di carattere fluviale quella breve prima visita in Sarawak ne avrebbe avuto eccome, Angelo avrebbe visto…
Anche sul piano delle public utilities, il Sarawak è un territorio a parte. L’ente elettrico federale della Malesia peninsulare, la TNB, per il quale la Compagnia lavorava a una diga, su a Cameron Highlands, non ha giurisdizione sul nord del Borneo. Lì comanda un altro ente, la SEB, sotto il controllo diretto del governatore. C’era quindi da aprirsi una strada verso il governatore.
Le mosse iniziali che Mr O concepì furono molto caute. Lui, di solito così aggressivo, spavaldo, forte delle relazioni con quasi tutte le case regnanti nei nove sultanati della Malesia peninsulare, lì in Sarawak scelse una strategia opposta, del tutto low profile. Il primo passo fu quindi semplice routine: andare ad accreditarsi presso la SEB, presentare le credenziali della Compagnia, il suo curriculum, le sue capacità operative. Ordinaria amministrazione.
Mr O aveva un contatto, un suo vecchio compagno di qualche affare passato, ingegnere in capo in uno dei dipartimenti della SEB, e attraverso di lui combinò un incontro con i rappresentanti di quell’ente, una banale presentazione di un’oretta nel corso della quale illustrare il profilo della Compagnia, i progetti realizzati nel passato, quelli in corso qua e là nel mondo, il recente interesse del suo board per il sud-est asiatico e le ragioni di quell’interesse. Quelle presentazioni che s’imparano a memoria e non servono in genere assolutamente a nulla, è come – entrando in un paese nuovo – deporre il proprio biglietto da visita sul vassoio d’argento della consolle d’ingresso in una casa di cui si varca la soglia per la prima volta, più o meno un fatto d’educazione.
Ma quella giornata spesa negli uffici della SEB a illustrare le glorie della Compagnia e poi rispondere alle noiose e prevedibili domande dei burocrati di turno, non fu del tutto inutile. Conclusa la presentazione, lasciate le dovute credenziali, Mr O invitò a pranzo l’ingegnere capo-dipartimento della SEB che aveva fatto da trait-d’union per quell’incontro. E parlare a lungo con quell’uomo consentì di definire meglio il perimetro dell’affare in cui con tutta evidenza Mr O s’accingeva a trascinare la Compagnia.
Un perimetro interamente racchiuso nell’isola del Borneo, la terza al mondo per estensione, dopo Groenlandia e Nuova Guinea. La cosa nasceva nel sud, nei giacimenti di bauxite ch’erano stati scoperti nella regione meridionale dell’isola, il Kalimantan, che fa parte dell’Indonesia. La grande società mineraria australiana, una delle maggiori al mondo, che aveva acquisito presso il governo indonesiano le concessioni per lo sfruttamento primario, aveva poi il problema di raffinare l’allumina estratta dalla bauxite e trasformarla in alluminio commerciale.
Aluminium smelter: si chiamano così i grandi impianti metallurgici che compiono questa trasformazione. Si tratta di un processo elettrolitico che richiede grandi quantità d’energia: di tutti gli attuatori di metamorfosi industriali, gli aluminium smelter sono tra i maggiori divoratori d’elettricità, per questo spesso i produttori d’alluminio piazzano i loro impianti accanto a delle centrali, oppure costruiscono centrali idroelettriche nelle vicinanze dei loro impianti: per disporre di tutta l’energia di cui hanno bisogno per attivare a basso costo l’alchimia della mutazione.
Quindi il percorso era: estrazione della bauxite dai giacimenti nel sud del Kalimantan; frantumazione del minerale di bauxite e produzione dell’allumina; successivo trasporto dell’allumina via fiume, su delle chiatte, e poi via mare, con delle vecchie e capaci carrette, che avrebbero circumnavigato il sud-ovest del Borneo fino a Sibu; poi nuovo trasbordo su chiatte per risalire il corso del fiume fino a un luogo denominato Baleh. Qui entra in scena la Compagnia. A Baleh, nel tempo che la società mineraria australiana avrebbe impiegato ad aprire i giacimenti e impiantare l’organizzazione di cavatura e trasporto, bisognava costruire una diga con centrale idroelettrica da 1200 Megawatt. Accanto alla diga sarebbe sorto l’aluminium smelter.
A completare questo giro, che impegnava una buona metà dell’isola, c’era poi la foresta pluviale, il legname. Sia l’apertura delle miniere – le cave di bauxite sono aree estese, a cielo aperto – sia la costruzione della diga e l’invaso del futuro lago, comportavano il disboscamento di enormi aree di foresta. Questa era la componente più locale dell’affare, quella che avrebbe potuto destare l’interesse del governatore e dei gruppi a lui vicini. La Compagnia aveva la diga, la società mineraria australiana la bauxite, né all’una né all’altra importava granché della legna, solo una seccatura da sbrigare per procedere lungo il proprio tracciato d’interesse. Ma poteva importare, e molto, a certe società di boscaioli amici del governatore. Un affare da decine di migliaia d’ettari di foresta vergine da abbattere non può non interessare chi commercia in tronchi.
Questi erano i tre poli che definivano il triangolo che racchiudeva l’affare. Una questione di geometria, di connessioni da chiudere. Lavoro di Mr O.
Il ristorante in cui venne a sapere tutto questo, lo scelse naturalmente l’ingegnere amico di Mr O, Mr Foo, ch’era nativo di Kuching; e il modo in cui li fece mangiare l’accreditò come un partner commerciale affidabile. Non li condusse in nessun luogo pretenzioso, né particolarmente costoso o esibito; no, li portò in una taverna cinese sulla riva del Rajang, un luogo a metà tra il pontone e la chiatta: aveva un’appendice su palafitte proiettata dentro il letto del fiume, sostenuta da una robusta struttura di bamboo. Ci si mangiavano pesci e crostacei cotti al vapore, solo vapore, nient’altro; ma conditi con delle erbe e – in misura molto contenuta – delle spezie selezionate con cura e abbinate di volta in volta a quel crostaceo, quel pesce, quel frutto di mare. Preso questo a misura della raffinatezza, la cuoca del pontone era una donna molto raffinata. Una vecchia un po’ sciancata, guercia da un occhio, avvolta in un kebaya logoro, che governava una cucina non troppo pulita, disseminata di pentolacce di latta e cuccume di coccio, ma soprattutto delle nasse di vimini in cui stagnava il suo mezzo d’opera: il vapore; i tavoli di bamboo erano privi di tovaglia e posate, v’erano disseminati sopra un po’ di piatti scompagnati e rudimentali chopstick fatti con legnetti teneri intagliati a mano. Lei stava in cucina. Ai tavoli serviva la figlia. Al mattino presto, il marito e il figlio uscivano a pesca sul loro sampàn, ora ormeggiato a un palo della palafitta. A mezzogiorno tornavano col pescato, che lei e la figlia offrivano ai non molti clienti della taverna.
Il giorno dopo partirono per la site visit. Mr O non li accompagnò. A lui importava poco delle questioni tecnico-logistiche, non aveva interesse a familiarizzarsi col luogo della diga. Prese un aereo verso mezzogiorno e se ne tornò al golf&country club di Kuala Lumpur, suo quartier generale, a sviluppare la sua ideuzza, cioè tessere la tela che avrebbe dovuto portarlo al governatore.
Angelo e l’ingegnere della SEB, nel frattempo, salirono anch’essi su un aereo, un velivolo leggero che in poco più di un’ora di volo li portò a Kapit, nell’interno. Sarebbe stato possibile – e molto meno costoso – raggiungere Kapit via acqua, su uno dei battelli veloci che dal porto fluviale di Sibu risalgono il corso del Rajang. Ma Mr Foo aveva fretta di rientrare a Kuching, non poteva dedicare alla missione più di tre giorni.
Atterrarono dunque a Kapit e s’installarono nell’unico albergo decente della città. Un lodge abbastanza spartano ma non scomodo, dotato dei servizi primari essenziali e accettabilmente pulito. Dava alloggio ai mercanti di legname di passaggio e ai comandanti delle chiatte e dei convogli che navigano lungo il fiume. Gli equipaggi e la manovalanza dormivano a bordo o in un certo numero di locande a basso costo sparse per il villaggio. Anche il lodge costava poco, ma più del triplo rispetto agli altri tuguri.
L’indomani, di buon mattino, salirono a bordo dell’imbarcazione che Mr Foo aveva noleggiato per conto della Compagnia. Non v’era altro modo di raggiungere il luogo della diga se non via fiume, risalendo il corso del Rajang per una decina di miglia, fino alla confluenza col Baleh. Di lì, imboccato quest’ultimo, risalirlo per circa cinquanta miglia, fino alla strettoia della diga.
Il battello, un cabinato a motore da sessanta piedi, ci mise più di sei ore per raggiungere il posto. Sei ore di navigazione lungo un fiume su cui non c’è nulla – né villaggi rivieraschi, né altre imbarcazioni in transito, né traccia d’attività umana sulle sponde – possono essere molto noiose. Il paesaggio era di un’uniformità opprimente: acque limacciose e jungla. Una monotona, compatta muraglia vegetale, che li avrebbe accompagnati per tutto il corso della navigazione. Come viaggiare dentro un canale, gravato da un caldo-umido feroce. Per fortuna la plancia del cabinato era climatizzata. Per ingannare il tempo Mr Foo aprì sul piano in legno della tuga i disegni che aveva portato con sé e illustrò l’opera. Era un bel progetto, uno sbarramento in roccia alto quasi duecento metri, con paramento a monte rivestito d’uno strato impermeabile di calcestruzzo; non aveva centrale in caverna, quindi solo una modesta componente di underground; ma aveva in compenso due grandi tunnel di deviazione, che avrebbero ospitato il corso del fiume durante la costruzione; e uno sfioratore, in sponda sinistra, per evacuarne le piene. Discutendo i dettagli dell’opera, il tempo passò.
Intanto, mentre penetravano nell’interno e salivano di quota, il paesaggio attorno a loro cambiava. L’alveo si restringeva e la vegetazione si faceva più rada e più alta. Grandi alberi dominanti, dal fusto massiccio, svettavano su una macchia non più così folta. Uscirono sul ponte. Faceva un caldo soffocante e sul letto del fiume stagnava un forte odore di legna marcita per la troppa umidità. I rami degli alberi sulle sponde opposte arrivavano quasi a toccarsi. Sotto, nella macchia ai bordi del greto, una modesta vita animale – molti uccelli, branchi di scimmie, piccoli rettili simili a varani – rompeva la silenziosa immobilità della boscaglia. Mondo furtivo del sottobosco, dalla vita quasi clandestina. Un’esistenza angosciosa, fatta di rapide sortite, alla costante ricerca di un riparo, di una tana sicura in cui rifugiarsi per proteggersi dai predatori. Così vive la maggioranza degli esseri appartenenti alla biosfera. La relazione di gran lunga più diffusa nel regno animale – tra specie diverse, ma anche tra individui della stessa specie – è la predazione, la natura in purezza è questo.
Raggiunsero il sito diga quand’era ormai pomeriggio inoltrato. Troppo tardi per scendere a terra. Sulla sponda sinistra era stato costruito una specie d’approdo, un rudimentale pontile in legno grezzo, cui i due uomini d’equipaggio ormeggiarono la barca, agguantando poi l’ancora e dando cima a poppa per tenersi a qualche metro di distanza dalla riva. Consumarono a bordo una cena frugale – qualche sandwich preparato nella spartana cucina del lodge – e bevvero abbastanza da essere certi di dormire sodo, la notte. L’imbarcazione aveva tre cabine. I due di bordo divisero quella di poppa mentre Angelo e Mr Foo ebbero ciascuno una cuccetta individuale a prua.
La mattina dopo scesero a terra. Non si poteva avanzare molto, perché solo un piccolo tratto in sponda sinistra era disboscato. Ispezionarono l’area della centrale e dello sfioratore e trovarono, mezzo sepolti nella macchia, i capisaldi che marcavano l’asse della diga: una sfilata di picchetti in ferro infissi nel terreno, con l’estremità superiore dipinta di bianco, per renderla visibile. Portava iscritte, a caratteri leggibili di bomboletta spray, coordinate e quota del punto topografico. Percorsero gli affioramenti rocciosi in spalla sinistra, dove sarebbero state fondate le opere. Sulla sponda opposta emergevano dalla vegetazione i mamelloni di roccia che delimitavano la spalla destra della diga; ma quelli fu impossibile raggiungerli, sull’altra riva non c’era approdo.
I due dell’equipaggio li scortarono lungo tutto il tragitto. Quello davanti, che apriva il corteo, sfrondava con una specie di machete la vegetazione d’intralcio; quello dietro, che lo chiudeva, portava a tracolla un fucile che non servì. L’ispezione durò poche ore, però dovettero comunque rassegnarsi a passare la notte a Baleh, perché a detta dell’equipaggio avrebbero corso il rischio d’esser sorpresi dal buio lungo un tratto di fiume privo d’approdi, salpando a un’ora così tarda. Fosse davvero così, o fosse semplicemente che quei due cercavano un giorno di paga in più, date le circostanze accettarono di dormire lì.
Durante la seconda notte a bordo, separatosi da Mr Foo, nella solitudine della sua cabina Angelo cercò di farsi un quadro un po’ più preciso della situazione. Troppe cose non tornavano. Luogo remoto. Affare improbabile. Relazioni complicate. E tutto molto lungo, impegnativo, un sacco di tempo e un sacco di soldi da dedicare a qualcosa che aveva ben poche possibilità di concretizzarsi. Un’altra fantasia senile di Mr O. Non sarebbe stato meglio interromperla subito? Non era neppure una trattativa privata – come a Cameron Highlands – ma una gara. Quante probabilità avrebbero avuto di battere la concorrenza cinese? Scartarla subito, non lasciarsi trascinare…
Fine della seconda puntata. Segue.