A proposito di “Twist”
Il twist della coscienza
Il nuovo romanzo di Colum McCann è un viaggio nella coscienza, sulla scia di Hemingway e di Conrad. Ma ambientato nel mondo delle nuove tecnologie
Chi è John Conway? A restare in superficie, un bravo tecnico e uno sperimentato subacqueo. Il cui lavoro consiste nel riparare quei sottilissimi cavi, immersi nelle profondità marine, che trasportano per l’intero pianeta le nostre parole, i nostri pensieri, i nostri sovrabbondanti deliri; insomma, parte cospicua dell’intera massa di comunicazioni, utili, meno utili, superflue, demenziali, bestiali, condensate in impulsi elettrici, che compongono la rete di relazioni dell’umanità.
Cavi che non di rado si rompono o finiscono danneggiati casualmente o intenzionalmente (l’episodio del North Stream, nell’attuale conflitto russo-ucraino, è l’esempio più noto e recente; in questo caso passa gas, non informazioni, ma sempre di cavi, con tutta la loro palese vulnerabilità, si tratta).
Attività benemerita, si potrebbe dire. Attorno alla quale ruota Twist (Colum McCann, Twist, Feltrinelli, traduzione di Marinella Magrì, 256 pagine, 20 Euro), ultimo romanzo dell’americano Colum McCann. Difficile tradurre il titolo originale, e infatti non è stato tradotto in italiano, perché il termine presenta una considerevole varietà di sfumature. Dal seminale “ruotare”, “girare”, al più elaborato “aggrovigliare”, in un crescendo semantico che arriva al livello metaforico di “colpo di scena”, fino, sul piano gergale, a un’icastica allusione sessuale.
Ma è proprio su questo attorcigliarsi, aggrovigliarsi, che non è soltanto dei fili, che si impernia la trama. Perché John Conway non è un operatore agnostico, che si limita a fare bene il proprio lavoro, senza porsi domande. È un essere umano con luci e ombre che si allungano da un passato nebbioso, una storia sentimentale complicata, fuori dai canoni; ed è soprattutto una persona che si interroga su quello che fa e sul perché lo fa.
Una voce narrante espone in prima persona questa intricata vicenda di cavi. Un giornalista, reduce da una fase di alcolismo e droghe, cui è venuto il ghiribizzo di vedere con i propri occhi e tentare di capire come funzionino, e si guastino o vengano danneggiati, questi fili in cui le nostre voci si rincorrono e intersecano a profondità inesplorate; là dove la vita, spinta al limite, assume configurazioni impensabili. Entrare, dunque, in una dimensione reale che ha quasi i connotati dell’immaginario, e accantonare la sfera dell’immaginario, che è lo strumento con cui uno scrittore si misura con la realtà.
Per farlo deve seguire Conway nella sua missione. Imbarcarsi a bordo della Georges Lecointe, lui che ha poca dimestichezza con i natanti e il mare, e subire tuti i contraccolpi, anche fisici, di questa scelta. La nave risalirà le coste dell’Africa meridionale fino al punto in cui l’equipaggio dovrà individuare, con una ricerca tutt’altro che facile, dove giacciono i cavi rovinati e mettersi all’opera per farli funzionare di nuovo.
Anthony Fennel, il giornalista (l’autore ha sempre precisato che nella sua figura non c’è nulla di autobiografico), resta colpito dal personaggio di Conway, ne intravvede, ne condivide brevi lacerti di vita, si accanisce a interpretarne il rapporto con l’attività che svolge, cerca di scrutare nel suo passato per metterne meglio a fuoco la personalità. Ma qualcosa sempre gli sfuggirà.
Colum McCann, attraverso le parole della voce narrante, dichiara la propria ammirazione e il proprio debito con Ernest Hemingway, scrittore che ha segnato un’epoca e una pratica della narrazione negli Stati Uniti. Hemingwayana è, in effetti, la sua prosa, costruita su periodi brevi, concreti, che se non è strettamente necessario di rado si avventurano sulla strada delle subordinate, e senza concessioni ai voli della mente, neanche quando il racconto si addentra nella sfera psicologica dei personaggi.
Molte recensioni hanno sottolineato, a ragione, l’assonanza della storia con Cuore di tenebra di Joseph Conrad. Del resto, è lo stesso McCann che lo richiama più volte nel corso del racconto. Fennel e Conway si muovono su uno scenario, che in superficie celebra magnifiche sorti e progressive digitalizzate, ma è plasmato da un nuovo e non meno terribile orrore di quello gridato dal Kurtz conradiano.
“Siamo tutti schegge nel grande schianto”. Esordisce con questa battuta il romanzo di McCann, che prosegue: “Le nostre vite… ruzzolano inerti sul fondo del mare, trascinate dalle correnti”. Una riflessione che fa da epigrafe e fornisce una chiave di lettura. Su questa prospettiva si innesta e acquisterà valore la missione di Conway.
Allora non sarà forse fuori luogo chiamare al proscenio un altro protagonista conradiano, l’affascinante e incontaminato Lord Jim. John Conway, nell’incarico che gli hanno affidato, sembra essere mosso da un’identica ansia di espiazione, dal desiderio di rimediare con le proprie forze, e magari il proprio sacrificio, ai mali del mondo, di raccattare gli sparsi frammenti e ricondurli ad un’unità dotata di senso.
Un impulso che sembrerebbe sprigionarsi da una robusta formazione cristiana. E Conway, infatti, proviene dall’Irlanda, paese a forte maggioranza, ed osservanza, cristiana, con una più che netta prevalenza della componente cattolica. Come, del resto, l’autore, le cui radici, come accade per molti cittadini statunitensi, affondano nel verde dell’Irlanda. Ma chi, cos’è, dunque, John Conway? Nient’altro, forse, che lo specchio della nostra frantumata coscienza.
La fotografia accanto al titolo è di Tiziana Cavallo.