A proposito di “Le leonesse di Vergine Maria”
Indagine su Palermo
Il nuovo libro di Vanessa Ambrosecchio indaga sulle contraddizioni di Palermo, vittima di abusi e ingiustizie. Nella storia della borgata Vergine Maria c'è lo specchio di una città
A Palermo ci sono nata e ci vivo. Due notazioni. La prima: sono ancora turbata da un evento dell’estate del 2023, quando i roghi dolosi colpirono la città in modo importante e distrussero anche il corpo di San Benedetto il Moro, che era conservato in una teca nella chiesa di S. Maria di Gesù. Insomma, posso dirlo: qui a Palermo neanche i santi hanno pace. E lo dico da laica! La seconda notazione: ho sempre provato una sorta di idiosincrasia per il noto Liberty palermitano, per l’epoca dei Florio. Nonostante l’innegabile bellezza e fastosità di cui i monumenti ne sono la testimonianza, ho sempre preferito tornare più indietro nei secoli, alla città medievale o barocca, favoleggiandone, scrivendone, immaginandola. La stagione del Liberty che fece tornare Palermo al centro del mondo l’ho sentita sempre come consunta e malata, nonostante la città splendesse, brillasse nel mondo. Mi sono data anche delle risposte: che quella consunzione, quella malattia dipendessero dallo scempio perpetrato, decenni dopo, soprattutto nei confronti di quegli edifici. Villa Deliella, progettata da Ernesto Basile e scientemente buttata giù poco prima il compimento dei suoi cinquant’anni – che ne avrebbero garantito la tutela – è il caso più emblematico.
Comincia da piazza Crispi, da tutti qui chiamata piazza Croci, dove era allocata quella villa (adesso lì potrete scorgere un parcheggio), il viaggio di Vanessa Ambrosecchio per il suo nuovo libro, Le leonesse di Vergine Maria (Mesogea, 157 pagine, 15 Euro). In realtà, il libro inizia con un doloroso prologo, che racconta la morte di due bambini, due cuginetti di pochi anni, Rosaria e Settimo, investiti e uccisi da un camion il 2 dicembre 1964. Cosa c’entra questo con il viaggio che Ambrosecchio inizia a piazza Croci?
A piazza Croci, proprio accanto a dove si trovava villa Deliella, c’è la fermata dell’autobus che porta a una borgata denominata Vergine Maria. L’autrice si rivolge a una seconda persona singolare, facendole percorrere tutto il tragitto come a mostrarle le varie stratificazioni della città, che è natura, paesaggio urbano, colori, bellezza, brutture, fino ad arrivare vicino al mare, a una scuola, dove la persona che sta viaggiando sul bus di linea cittadina approderà per il suo primo giorno come docente nella borgata marinara di Vergine Maria. Quella persona è l’autrice, Vanessa, che parlerà sempre a sé stessa in seconda persona, per tutto il libro. Uscirà da sé per parlare a sé e a noi. E la giovane professoressa, a poco a poco, si confronterà con il quartiere, con un fatto tragico, che ritorna al prologo, ai due bambini uccisi dal camion nel 1964. Da lì parte la sua inchiesta, che non è solo sua, ma è anche dei suoi alunni e per i suoi alunni; non è solo italiano, storia, geografia, arte, educazione civica, ma è bisogno di sapere perché quelle materie non siano le ‘materie’, ma perché facciano veramente conoscere ai ragazzi il luogo dove vivono e da dove si apriranno al mondo.
Ambrosecchio avrebbe potuto scriverci un romanzo, ma non lo ha fatto: ha preferito, con onestà intellettuale, non declinare in narrazione qualcosa di incandescente che si nascondeva sotto la cenere. Lei ha preferito la via più impervia di un racconto vissuto, evitando gli ammiccamenti e quel pathos che spesso la finzione utilizza per relegare la letteratura a intrattenimento. Ma Ambrosecchio non vuole intrattenere, vuole piuttosto scuotere le coscienze e così preferisce ricorrere al reportage, anzi, direi, a una narrazione ibrida. Ma, su questo, ci tornerò dopo.
La docente, quella seconda persona singolare, inizia quindi a cercare di capire e, a poco a poco, fatti del passato emergeranno drammaticamente: la morte dei due cuginetti non fu l’unica. Di investimenti ce ne furono prima e anche dopo. E perché erano ricorrenti? Perché Vergine Maria, come altre parti della città, venne utilizzata come discarica dai signori del Sacco di Palermo: ciò che infatti veniva buttato giù della bellezza Liberty del passato, veniva prontamente trasportato da quei camion della morte, raramente messi in sicurezza, per il puro e immediato bisogno di guadagno, e poi gettato in mare. Ovviamente era la mafia e le giunte mafiose a star dietro a tutto questo, che, oltre alla morte di innocenti, causò l’imbarbarimento e l’azzeramento del decoro del paesaggio cittadino.
La giovane insegnante, a poco a poco, lo ricostruisce, restituendone la verità storica. Il mare, ad esempio: prima era molto più vicino. Ciò che ci ha allontanato dal mare è ciò che lì e stato gettato, perché la speculazione costruisse enormi e anonimi palazzi a spregio della vita e della bellezza. La giovane insegnante, che vuole capire e conoscere, fa anche un bagno in quel mare vilipeso, si immerge nelle acque, come Ungaretti, che si riconobbe nell’Isonzo e, da quel momento, vi appartenne. Bene, anche lei, da quel momento, cercando testimoni e testimonianze dell’epoca, diventa pupara: anima narrativamente il suo libro con scene vivide, icastiche, a tratti anche esilaranti. Ho poco prima parlato della cifra ibrida di questo testo. Ambrosecchio, in modo inaspettato e potente, si appropria dei meccanismi della fiction immaginando eventi passati e raccontando l’azione e i dialoghi di chi interruppe fattivamente questo scempio. Sto parlando di donne, di quelle leonesse di Vergine Maria del titolo, che si resero protagoniste delle proteste che fermarono il lavoro sporco delle discariche. Con maestria, l’autrice cambia il genere del suo testo e lo fa quando fa passare all’azione i suoi personaggi femminili. Grazie alla strenua resistenza delle donne, prima (nel 1964) i camion furono bloccati per evitare altri terribili incidenti, e dopo (nel 1979), con una maggiore consapevolezza per l’ambiente e il territorio, furono ancora donne a ribellarsi, perché la discarica, che era stata chiusa, non venisse nuovamente utilizzata.
Vergine Maria, la borgata marinara del bel libro di Ambrosecchio, diventa in qualche modo anche Aci Trezza. Tante le assonanze, fosse pure per quei sassi che, dal Monte Pellegrino, pare arrivassero al mare: come se il promontorio «più bello del mondo» fosse anche un Ciclope furioso? Chissà! Ma diventa soprattutto Aci Trezza, in quanto luogo di ambientazione de I Malavoglia, per il suo tema centrale: i pescatori e la fiumana del progresso, capace di interrompere corsi secolari, cicli di vita che seguivano le regole della Natura e che la turpitudine della modernità ha cancellato per bieche e miopi logiche. Ma Ambrosecchio trova il riscatto nella forza delle donne che seppero dire no, di donne che forse non hanno fatto la storia del mondo, quella che si trova sui libri, ma che hanno certamente ridisegnato la storia del loro, di mondo.
Ritornando con lei sul bus, da Vergine Maria a piazza Croci, stavolta, anche io ho immaginato che ci fosse ancora villa Deliella, in un sogno dove non ho provato più una qualche idiosincrasia verso lo stile Liberty della mia città. Il sogno è svanito in un attimo: proprio a piazza Croci, qualche tempo fa, un rogo ha ucciso il cane Aron. Nuovi simboli di distruzione sembrano aggiungersi a simboli già dolorosi.
Il fuoco, troppe volte empio, si è abbattuto su santi, su cani e su cristiani (come qui a Palermo noi definiamo gli uomini). L’episodio delle leonesse di Vergine Maria parla però di una dignitosissima lezione di civiltà, che è stata finalmente riportata alla memoria e che serve di certo a ridestarci tutte le volte che il pessimismo, il qualunquismo e la rassegnazione prendono il sopravvento, bruciando le nostre sonnolenti coscienze.
Accanto al titolo, piazza Croci (piazza Francesco Crispi) di Palermo in una cartolina d’epoca.