Visto al teatro Gustavo Modena di Genova
Michelstadter e la terra di mezzo
Si ispira al filosofo goriziano morto suicida a soli ventitré anni, “Peitho – Persuasione” della drammaturga Irene Petra Zani. Tra mito e attualità, l’opera trasporta il pubblico in una dimensione “fiabesca” «che coincide con “l’inizio del Tremendo”»
Negli scorsi giorni, nell’ambito della ventunesima edizione del Festival dell’Eccellenza al Femminile, il teatro Gustavo Modena di Genova ha ospitato Peitho – Persuasione (Concerto di voci e suoni) della giovane drammaturga Irene Petra Zani. A Federica Fracassi si è dovuto il concept della messa in scena del testo, che si è giovata dell’interpretazione della stessa Fracassi e di Dimitrios Papavasiliu, per il sound di Shari DeLorian. L’opera teatrale di Zani fonde la figura mitologica greca di Peitho (la dea della persuasione) con la tragica vicenda del filosofo italiano Carlo Michelstaedter, l’autore del formidabile saggio La persuasione e la rettorica. L’opera merita di essere letta e vista a teatro. Ha il merito testuale della sobrietà che scava nel profondo, e, nella riduzione per scena, ha un nitore straniante che trasporta il pubblico nonostante tutto nel “fiabesco”. Un fiabesco non consolatorio, che coincide con “l’inizio del Tremendo”.
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Notevole per nudità espressiva e forza d’impatto emozionale, quest’atto unico di Irene Petra Zani (nella foto) parla del nostro anelito alla pace. Lo fa, facendo largo impiego in funzione teatrale di un procedimento che è d’uso da sempre nell’arte scultorea e nella teologia mistica e, più di recente, anche in letteratura: concentrarsi sull’eliminazione di ciò che inutile, piuttosto che sull’aggiunta di nuove idee o risorse. Peitho – persuasione presenta in scena quattro personaggi/entità: Peitho, la dea greca della Persuasione, il Coro, Uno dal coro con una mazza da baseball e un misterioso dono. Sul palco, a dominare in lungo e in largo è soprattutto il tema della violenza, l’incubo della Storia che s’intreccia con naturalezza al mito “classico” e a una singola, tragica vicenda esistenziale narrata tramite le parole-bisturi della protagonista che dà il titolo alla pièce.
Nel monologo di questa Persuasione intelligentemente post-moderna, Zani dà conto con affascinante semplicità, e buon rigore filologico, di una sequela di orrori ed efferatezze arcaiche, che coinvolgono umani e divini in una sola, insanguinata aura di leggenda, incrociandosi con la narrazione di alcune tappe essenziali nella vita di un ragazzo d’oggi (o, più precisamente, di poco più di cent’anni fa)… Ora che la Persuasione, ormai, non riesce a persuadere neanche più se stessa, forse, e sa bene d’essere stata sempre, fin da subito, uno strumentoletale al servizio della volontà di dominio degli umani su altri esseri umani. E ora che ci narra, tentando di discolparsi, di come il primo principio umano di realtà sia (stata) la violenza, fin ab illo tempore – al contempo dandoci conto, tuttavia, tanto della miopia autoassolvente del Coro degli umani, che si stimano “innocenti” per la piega che danno agli eventi e al loro stesso destino, quanto dell’eccezionalità chiaroveggente di chi, al contrario, tale consapevolezza la vive nel luminoso buióre della sua mente: l’Uno dal coro, cioè il ragazzo con mazza del quale s’è accennato, inabile a farsi asservire alla falsa coscienza acquietante che sta alla base della cosiddetta convivenza civile.
È questa, a grandi linee, la problematicissima, e purtroppo anche attualissima, questione messa in azione musicata da Federica Fracassi sulla base delle parole di Zani. Non si anticipi il finale, che vale la pena di conoscere in sala. Però si dica almeno che la “trama” ha corso circolare, come nei miti che raccontano il tempo come un ciclo continuo di creazione, distruzione e rigenerazione: come un corso circolare, dunque, che, in questo caso, però, ha tutta l’aria di un’oscena sentenza. L’idea della sentenza riecheggia anche nella memoria del beau geste suicidiario del goriziano Carlo Michelstadter (1887-1910), che, a differenza di Peitho, non è una figura retorica né un Dio, ma, per così dire, il “primo motore immobile” dell’immaginazione dell’autrice. Nei temi in discussione e in molta parte del suo sviluppo, tutta il dramma di Zani ruota intorno a Michelstaedter, in filigrana sì ma scopertamente. (Nella foto Federica Fracassi).
Con ogni probabilità, Michelstaedter fu fra i più tormentati, intriganti e perturbanti scrittori/pensatori del primo Novecento europeo. Autore di La persuasione e la rettorica, una tesi di Laurea che non arrivò mai a discutere, Michelstaeder si tolse la vita a soli ventitré anni con un colpo di rivoltella in testa. Tanti, i motivi di quel gesto estremo: l’isolatezza intellettuale, una drammatica storia amorosa (evocata nel testo di Zani); la preveggenza di un decorso storico che avrebbe portato, di lì a poco, la nostra civiltà a cadere nel baratro guerresco di due carneficine; e soprattutto, forse, la sua incapacità a pensare di poter continuare a sopravvivere, come fanno, invece, più, nella terra di mezzo che sta fra la persuasione (che corrispondeva, per lui, al possesso pieno di se stessi) e la retorica (l’apparato di convenzioni che, a suo avviso, occultava in quasi tutti la percezione dell’incapacità di farsi persuasi), ne fanno un giovane per molti aspetti esemplarmente “tragico” – un essere teso con ogni fibra morale verso l’assoluto, a metà tra il basso della terra e l’imperscrutabilità del cielo. Così tanto da sembrare inventato da un trageda greco o da Anouilh.