Gianni Usai
A proposito de “I convitati di pietra"

Vivere per scommesa

Il nuovo romanzo di Michele Mari racconta le gesta di un gruppo di ex compagni di scuola che scommettono sulla propria longevità. Ma tutto questo basta a vincere?

 Sono la prospettiva di una gratificazione immediata e il conseguente rilascio di dopamina a rendere irresistibile per molti l’esperienza del gioco d’azzardo. Ma cosa accadrebbe se la scommessa dovesse durare decenni e i contendenti fossero chiamati a mettere in palio la propria vita? Ha provato a raccontarcelo Michele Mari con I convitati di pietra (Einaudi, 168 pagine, 17,50 Euro), divertente romanzo che fa leva sull’acuta ironia dell’autore per approntare il brillante e caustico affresco di un’umanità sgangherata quanto fragile.

Il 22 luglio del 1975, durante la cena che si tiene a un anno e un giorno dalla conclusione del loro esame di maturità, i trenta ex liceali della III A stringono un patto della cui esistenza, pena l’esclusione, potranno informare solo i familiari più stretti: ciascuno di loro verserà annualmente una somma di denaro, non troppo grande ma nemmeno irrisoria, a costituire un fondo d’investimento destinato ai tre che, un giorno tanto lontano da dissolversi nell’incoscienza della gioventù, saranno sopravvissuti ai propri compagni. La cena del 22 luglio diviene così un appuntamento fisso durante il quale quantificare il patrimonio accantonato – che assumerà le proporzioni di una vera fortuna – e fare il punto sui decessi e lo stato di salute dei partecipanti ancora in vita.

Ed è la cronaca di quei periodici incontri a costituire l’ossatura nel racconto di Mari, attraverso una terza persona che pare irridere certe prose ingessate e asettiche, nell’indugiare in dettagli trascurabili, nel riportare sistematicamente indirizzi, date, nomi, elenchi di malattie e cause di morte, o nell’adozione di un lessico formale e di uno stile algido e dal gusto quasi rétro che accrescono il tenore ironico, a tratti comico dell’opera. E funzionale a tale risultato appare anche la scelta di rinunciare alla prima persona, affidando la resa delle corpose parti dialogiche al resoconto del narratore.

Si assiste, quindi, a come la goliardia e l’esuberanza dei primi tempi, poco alla volta, cedano il passo allo spirito di competizione, e poi all’avidità e alle miserie dell’animo umano, perché “gli scrupoli, caduto il primo, cadono uno dopo l’altro come le tessere del domino”. Mentre i decenni trascorrono tra grotteschi incidenti, sospetti e maldestre macchinazioni, in un succedersi di alleanze variabili al mutare degli umori e delle convenienze, i personaggi si contendono la scena. Tornano alla mente, per citarne alcuni, l’imprenditore di successo, rampollo di una ricca famiglia di origine spagnola, “incaricato di riscuotere le quote annuali e di tenere sotto controllo l’investimento comune”; l’erotomane onanista con la fissa per i film di Sergio Leone; l’appassionato di fumetti e cinefilo cultore di Gene Hackman, del quale è impegnato a scrivere un’interminabile biografia; e ancora, la discendente di una famigerata nobildonna ungherese vissuta nel sedicesimo secolo.

Boomer, li si direbbe nel linguaggio corrente, archetipi sopra le righe ma mai caricaturali di una borghesia ricca, persino con illustri ascendenze – vere o presunte –, in molti casi rassegnata alla stagnazione o al progressivo declino. Proiezioni letterarie, in sostanza, della parabola seguita dalla buona società italiana dal secondo dopoguerra ai giorni nostri.

Sottotraccia, il pirotecnico dipanarsi degli eventi lungo sette decadi è permeato dall’amara consapevolezza che il traguardo tanto ambito coincida con l’imminenza della fine. E proprio la finitezza della vita, certificata in quel lontano giorno del 1975 – come accade con ogni illusione di infinito, che cessa di essere tale nel momento in cui si prova a misurarlo – ci pare il vero tema del romanzo.

“Questo in effetti colpì gli animi più sensibili, quando negli anni tornavano a ripensarci, che fin dall’inizio, in tutti loro, il massimo dell’incoscienza e in un certo senso dell’innocenza si associasse al massimo del cinismo, perché è vero, all’inizio si sentivano immortali, ma il modo con cui si illusero di celebrare quella condizione divina introduceva nelle loro vite il tema della mortalità”.

Si esiste distolti dal presente per via di un’attesa fine a se stessa, seppure non nell’immobilità di buzzatiana memoria. La riffa di Mari non è la Fortezza Bastiani in cui si trascina la vita di Giovanni Drogo tra inerzia e noia, al contrario, i suoi protagonisti sono presi da una frenesia che li costringe a vivere e li porta a consumare i giorni in un continuo adoperarsi privo di un vero scopo. Ogni ritorno a quel 22 luglio li avvicina alla meta e allo stesso tempo divora una porzione del premio che li motiva, svelando così la trappola in cui sono consapevolmente caduti.

In questo nuovo romanzo, del quale non fatichiamo a immaginare una trasposizione cinematografica o televisiva, Michele Mari ci dice che in fondo alla partita della vita si arriva sempre soli, riecheggiando, in questo sì, l’epilogo dell’opera più celebre di Buzzati. Ma qui, a rendere meno opprimente tale prospettiva, è il sapere di condividerla con i compagni di gioco.

“Così agglutinati in un unico verme sillabico non avevano più una loro individualità, non più destini diversi, nemmeno l’essere morti o l’essere vivi, erano tutti lì, insieme, per sempre, erano la III A, qualunque cosa fosse successa erano sempre stati e sempre sarebbero stati la III A”.


Nella fotografia (di Gianni Usai) accanto al titolo, un’opera di Pinuccio Sciola.

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