Incontro tra uno scrittore e un critico
Oblomov e Stolz
Il nuovo libro di Filippo La Porta è un'indagine per metà letteraria per metà personale sul valore delle contraddizioni (nella vita quotidiana come nelle sue proiezioni "eroiche")
Parliamo del nuovo libro di Filippo La Porta, uscito da non molto, Elogio della vita ordinaria. Contro un’idea di falsa grandezza (Il Saggiatore, 280 pagine, 18 Euro) – il 17essimo o 18ttesimo forse – della tua produzione ampia e articolata – si può dire che tu sei fra le voci più prolifiche e riconoscibili nel panorama dei saggisti contemporanei.
Per me, questo è il tuo libro più bello, forse perfino migliore dell’esordio – l’ormai classico La nuova narrativa italiana, travestimenti e stili di fine secolo, Bollati Boringhieri, sulla narrativa dagli 80 ai 2000. E anche oltre, grazie alle ristampe.
Dico tutto ciò, presentandoti in una libreria “Koob” affollata di gente, molti amici dell’autore, amici miei, alcuni nostri allievi, in un’atmosfera calorosa e accogliente, attentissima.
Ma cominciamo a definirlo, questo libro, dico l’Elogio della vita ordinaria – diamogli delle coordinate. Per ora parlo io, ma presto ti darò la parola.
Voglio partire per una volta dalla copertina elegante, colore bianco prevalente con isole di blu, che rappresenta il profilo di un uomo corpulento e gobbuto, privo di mani e di piedi, seduto per terra forse o su un tappeto, comunque a riposo. Un omino Michelin quasi. Immagine iperrealistica – che colpisce, resta in mente, dicevo, e introduce bene al tuo libro che è – diciamolo finalmente – un saggio su sfondo autobiografico, in una parola un Personal Essay, come si dice oggi – un po’ all’americana – con una decisa connotazione etica; un’opera oppositiva, controcorrente rispetto ai valori dominanti della nostra epoca, della nostra civiltà: contro il mito del successo, per cominciare – dell’autorealizzazione forzata, performante: “dal Superuomo nietzschiano – scrivi nell’introduzione, – siamo passati all’influencer, dalla gloria militare alla ricerca ossessiva del riconoscimento sociale. L’eroe non è più solo il condottiero o il martire, ma anche il self-made man, il leader visionario e pieno di energia, il vincitore dei reality show”.
In definitiva questo libro mette in discussione l’idea che solo le vite eccezionali siano degne di essere vissute e raccontate (si parla per esempio delle fulminanti micro-biografie di Pontiggia, – Vite di uomini non illustri – un testo che portiamo spesso come esempio virtuoso nei nostri laboratori di scrittura – dove si racconta di individui anonimi, a cavallo fra Ottocento e Novecento, in una certa zona dell’Italia settentrionale, individui che non finiranno mai in una statua ai giardinetti pubblici, perché “non hanno ucciso nessuno” – solo chi uccide qualcuno merita una statua, dici amaramente attraverso forse Arendt o forse Brancati. Rivaluti perfino la bistrattata categoria del perdente, del loser!…).
Ma è soprattutto lo stile con cui è scritto – mi sembra, Filippo, – la vera carta vincente di questo libro – la famosa “voce”, di cui tanto si parla nei corsi di scrittura, che qui è al meglio, mi sembra, dopo anni di affinamento, uno stile ibrido, saggistico ma con un forte nucleo autobiografico, preciso nell’uso della lingua – ma anche ironico, autoironico, assertivo ma anche argomentativo, antiaccademico, friendly, – cioè capace di coinvolgere anche chi non è specialista. Insomma, il tuo Elogio si legge quasi come un romanzo, intendendo che ha movimento, sul piano delle idee, del ritmo, che si voltano volentieri le pagine.
Quanto ai contenuti, partiamo da Oblomov nell’omonimo romanzo di Gonçarov: un punto cardinale del tuo ragionamento critico: Oblomov, notoriamente pigro, “apatico e sognatore”, specialista del rinvio, simbolo della resistenza silenziosa e della fedeltà a se stessi, anche attraverso l’inazione. Peccato che non citi mai, pur ragionando molto sul romanzo del grande russo ottocentesco, il film omonimo di Nikita Michalkov, “che non entusiasmò Fofi per certa sua caratterizzazione un po’ troppo caricaturale dei personaggi”, mi ricordi. Sì, ma resta bellissimo! – ti rispondo.
Comunque tu nel libro ammetti che non sei riuscito neppure per un giorno a vivere come Oblomov! Tu che sei iperattivo, performativo!
Resta un momento a pensarci. “È verissimo, mi fa, ma forse questo libro mi ha permesso di esprimere la mia parte più nascosta e più vera chissà: forse ho scritto il libro per ritrovare un contatto con questa mia parte sommersa, dimenticata: alle elementari i maestri dicevano ai miei genitori che avevo sempre la bocca aperta e guardavo il cielo… una volta mio padre, vedendomi sempre refrattario ad aiutarlo nelle cose manuali, nei lavoretti di casa, mi disse che ero nato stanco! Insomma, in me vivono sia un indolente Oblomov che un iperattivo Stolz (l’amico tedesco di Oblomov), ma il primo è forse più originario.”
Poi c’è la Fanny di Mansfield Park di Jane Austen: che trova la sua forza nella discrezione, nella costanza, anche lei oziando per ore sul sofà. Al contrario della sorella Mary, “brillante campionessa di mondanità e di charme”, Fanny Price risulta scomoda, scrivi, – “Non consola, non intrattiene, Ma, non suo silenzioso rifiuto di aderire al copione sociale, ci offre un’alternativa radicale: un modello di autenticità che non ha bisogno di spettacolo per esistere”.
Sono questi personaggi minori a cui guardi – costruendo quasi una “controstoria dell’eroismo umano” attraversando un arcipelago, o una costellazione (come ti piace) di figure minori irregolari, da Orwell, alla Montessori, da Kafka a Camus, a Isaac Babel…
Sì, ma più che “minori” direi personaggi che appartengono a una tonalità minore: giustamente Fabrizio Coscia recensendomi osserva che non hanno a che fare col registro tragico-eroico degli Amleto o dei Raskolnikov, ma con quello più umile e sapienziale di Falstaff, Samuel Pickwick, Leopold Bloom e Zeno Cosini: “esiste un valore sapienziale in questi personaggi che non possiedono gli altri, più tragici, più sofferti. È il valore della disponibilità, della capacità di adattamento, della comprensione, del relativismo”. Nella maturità mi sono convinto che la vita riguarda molto più queste prosaiche e di solito trascurate attitudini.
Ah, dimenticavo La felicità familiare di Tolstoj: che valorizza la normalità e la serenità della vita domestica. Contro i sogni bovaristici di vita avventurosa e romantica. E ancora i personaggi di Primo Levi, Borges, Woody Allen: tutti esempi di una grandezza “altra”, fatta di accettazione della propria fragilità, di routine e di piccoli gesti quotidiani. Anche il lavatore di bagni pubblici di Tokyo in Perfect Days, ultimo ispirato film di Wim Wenders, un uomo comune privo di ambizioni, che ha la vita scandita da una routine semplice e meticolosa (Il lavoro ben fatto avvicina a Dio!” – dici forse da qualche parte attraverso Primo Levi, – quasi un inno alla “straordinarietà dell’ordinario”?
“Primo Levi diceva che amare il proprio lavoro è la migliore approssimazione al paradiso. Sono d’accordo. Magari a quel punto smettiamo di chiamarlo lavoro (che ci ricorda sempre la maledizione biblica): chiamiamolo vocazione! Uno come il protagonista di Wenders, che vive nella prossimità (coltivando i suoi hobby, le sue passioni, le relazioni a cui tiene) se ci fosse una crisi per la democrazia sono convinto che troverebbe le forme di un proprio impegno”.
C’è infine una lunga parte, intensa e inaspettata, in cui dichiari il tuo amore irrazionale per la cultura ebraica, e per il popolo ebraico, – in un afflato mistico-religioso, abbastanza estraneo sinora, a te, ai tuoi libri. Come si inserisce questo anelito religioso-mistico in un pensiero complessivamente razionalistico, laico… Perché questo tardivo avvicinamento a Dio? Alla fede? Che pure illumina il libro, trasmettendo alla voce una sfumatura ulteriore di umanità/pietà che forse, insieme allo stile, è uno dei punti di forza del libro.
“Anche qui, forse si tratta di una mia parte più nascosta. Sono della Vergine, il segno astrologico di Hegel, di Fortini… spiriti raziocinanti, ragionanti (a volte in ciò anche pedanti) che mettono ordine nel mondo attraverso la ragione, ma qualcosa gli sfugge sempre, si sottrae al controllo razionale. Insomma, se non ce la faccio a compiere il salto della fede religiosa (mi tenta, certo, perché ho un terrore pagano della morte, ma implicherebbe un sacrificio dell’intelletto) mi attrae da sempre l’esperienza mistica! Anche se, onestamente, potrei solo rivendicare alcune “estasi laiche”, tipo certi innamoramenti, la fusione con la natura (davanti alla campagna o all’immensità del mare), la vertigine che mi dà la musica di Bach, o anche certi attimi di abbagliante felicità che forse sono il presentimento di una possibile eternità…”
A questo punto provo a interrogare IA – su quali potrebbero essere i limiti del libro, se ci sono, il copilota mi risponde in pochi secondi:
Criticità. Una critica potrebbe essere – mi risponde IA – che l’elogio dell'”ordinario” e del “mediocre” (nel senso originale di “nella media”) rischia di sfociare in una facile retorica antimoderna – o in una forma di romanticismo nostalgico, non offrendo soluzioni concrete per chi vive in condizioni di marginalità non per scelta, ma per costrizione.
Prospettiva eccessivamente intellettuale: alcuni potrebbero trovare l’approccio del libro molto intellettuale e letterario, basato su riferimenti filosofici e letterari (come Lady Bertram o Oblomov), e meno connesso alle sfide pratiche e materiali della vita quotidiana della maggioranza delle persone.
Mancanza di una visione propositiva: Il libro è un “contro” (contro l’idea di falsa grandezza), e la critica potrebbe sottolineare che, pur smontando efficacemente il mito dell’eccezionalità, potrebbe non offrire una visione sufficientemente chiara o strutturata di come dovrebbe essere organizzata una società che valorizza l’ordinario in modo equo.
In sintesi, conclude IA, le critiche non negano la validità della tesi, ma ne mettono in luce i limiti pratici o il rischio di un’interpretazione elitaria o nostalgica.
“Provo a rispondere all’algoritmo, – mi dice l’autore. – anche se forte è la tentazione di chiedere a Copilota di rispondere! Certo, il rischio di retorica ci sta tutto, e anzi questo accade sempre quando elogiamo qualcosa di positivo). Il pensiero femminile del ‘900, che si cala in modo radicale nella crisi ma che cerca sempre spiragli, mi attrae molto perché per una donna l’ultima parola non è mai la morte. In giro vedo soprattutto apologeti della catastrofe, che anche per questo si tengono sempre ben al sicuro. Per dire: Pecoraro è un ottimo romanziere, che va verso il saggio, ma con la sua lingua (notevole, affilata) riesce a raccontare solo l’entropia, l’apocalisse. Così però non si rischia.”
E sull’intellettualismo – che dici? Mi pare una critica capziosa, “destrorza”. Sospetta. Mi viene in mente il Maccartismo!
“Beh, certo io adopero i miei scrittori, insomma come negli altri miei libri mi muovo a partire da un uso etico-conoscitivo dei classici… In fondo la letteratura sta lì per essere usata! Non è che la Austen o Tolstoj scrivevano i romanzi per gli studiosi. Se facessi a meno dei riferimenti letterari e culturali rischierei di diventare un tuttologo, che sentenzia su tutto, a ruota libera e in modo arbitrario. Così invece ragiono sia sulla mia esperienza del mondo e sia su ciò che ne hanno scritto finora alcuni grandi viventi-vissuti”
“Infine: la vita ordinaria è per il 90% dell’umanità fatta di duro lavoro, fatica, sacrificio, altro che il dolce far niente di Oblomov e lady Bertram, che vivono pur sempre di una rendita legata alla loro appartenenza a una piccola nobiltà. La felicità per il marxista Adorno era stare a mollo nell’acqua senza far nulla mica l’autorealizzazione e il riconoscimento sociale!”.
La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.