A proposito di “Decadenza e Fascino”
La casa dell’identità
Il nuovo romanzo di Eva Baltasar analizza il confine labile tra benessere e miseria in una grande metropoli (Barcellona) dove il possesso è più importante dell'identità
È difficile realizzare quanto possa essere impalpabile il confine tra un’esistenza dignitosa e la miseria, nella società del benessere, del consumismo esasperato, del tutto e subito. Specie quando si vive in grandi città, sempre più a misura di una ricca minoranza e votate alla dimensione effimera del turismo di massa. Decadenza e fascino, romanzo breve e denso della scrittrice catalana Eva Baltasar, pubblicato in Italia dai tipi di Fandango Libri nella traduzione di Amaranta Sbardella (144 pagine, 16 Euro), ci propone una rappresentazione lucida e con inaspettate tinte noir di un fenomeno che sta producendo ovunque un pericoloso deterioramento del tessuto sociale. Non è un caso che la storia sia ambientata a Barcellona, una delle città europee simbolo di quanto appena descritto.
La protagonista e voce narrante è una giovane donna laureata in pedagogia che si mantiene con difficoltà grazie a un impiego part time in una ludoteca. La sua precaria condizione precipiterà rapidamente, quando le verrà raddoppiato l’affitto della piccola camera in cui alloggia. In pochi giorni si ritroverà senza più un tetto e perderà il lavoro. Ha inizio così una personale odissea narrata in soggettiva, tra sconforto, notti all’addiaccio, paure ed espedienti estemporanei quanto fallimentari, fino all’incontro con Trudi, una donna delle pulizie che le darà aiuto e la instraderà al proprio mestiere. La vita sembra così riprendere un’apparente normalità, ma un nuovo imprevisto non tarderà a incrinare il rinnovato equilibrio. Questa volta, però, il confine che la giovane senza nome arriverà a oltrepassare, mossa dall’esasperazione, sarà ben più tenebroso e inquietante.
Un progressivo precipitare nell’oscurità, il suo, che comincia con la perdita della più importante tra le coordinate fondamentali: la casa. Perché siamo ciò che facciamo e ciò che possediamo, nella misura in cui il lavoro ci permette di sopravvivere e di avere quanto ci serve per sentirci vivi secondo i dettami del nostro tempo. Ma cosa accade quando quello stesso lavoro non ci garantisce più uno spazio che ci possa contenere e proteggere, un luogo nel quale poterci riconoscere come individui, scissi e distinti dai miliardi di nostri omologhi?
“Portare le chiavi di casa in tasca è come portare un anello con sigillo. Credevo che non vi fosse niente di peggio che rimanere senza cibo, eppure scoprii che stare senza chiavi era ancora più spaventoso.”
Qui risiede, forse, il cuore del romanzo, nello smarrimento e nella disperazione della protagonista che non nascono tanto dallo sconforto per l’esposizione alle intemperie o alla possibile violenza di un malintenzionato, bensì dalla vulnerabilità dovuta all’essere perennemente sottoposta allo sguardo del prossimo, dall’impossibilità di isolarsi, anche solo per poche ore al giorno, dallo sconfinato sciame di cui si è tutti parte.
In questo senso, entrare nelle case per fare le pulizie mentre i proprietari sono fuori, appropriarsi dei loro spazi e servirsi di quanto possiedono, è un modo per partecipare delle esistenze altrui e, allo stesso tempo, per infondere una vita alternativa in quei luoghi. “Da sola una casa non significa niente. Il mondo è pieno di case, abitate e abbandonate. Una casa si riempie di senso quando viene occupata. È questa la condizione perché lo spazio contenuto tra le pareti diventi un sostrato, il fondamento a partire dal quale si dipanano le esistenze.”
Si compie allora una sorta di trasfigurazione, la vita della protagonista si innerva in quelle degli ignari clienti, nutrendosene come un parassita, e la donna cessa di sentire su di sé il peso della propria condizione. Quasi che, sgravata dalle urgenze materiali, potesse finalmente concentrarsi sul puro esercizio di esistere, raggiungendo un nirvana destinato a durare finché l’ospite non rigetterà l’intruso.
E così, nel delirio di chi ha sperimentato l’annullamento della propria identità, il martirio dell’anima nell’ostensione totale del proprio corpo, l’abitazione diviene un sacrario, il tabernacolo che custodisce l’osceno ultimo contenitore della nostra essenza, quella stessa carne che ci rende vulnerabili, caduchi, potenzialmente abominevoli.
“La nostra origine è nel nucleo di un universo concentrico. Un utero dentro una donna dentro una casa. Una casa dentro un centro abitato dentro determinate frontiere. Metà realtà, metà affabulazione.”
E se l’affabulazione è materia per le scrittrici e gli scrittori, in questo suo nuovo romanzo di piacevole lettura e innegabile qualità letteraria, Eva Baltasar adopera con sapienza gli strumenti della narrativa, dosando abilmente ironia, tensione e potere figurativo della parola per indagare le macroscopiche storture del presente. Nel raccontare le traversie e il deragliamento emotivo di una giovane donna come tante, forse simbolo di un’intera generazione, l’autrice ci mette al cospetto delle ricadute profonde e subdole che tali storture, spesso derubricate e inevitabili conseguenze del progresso, hanno su un’ampia parte della società sempre più debole ed esposta.
La fotografia accanto al titolo è di Gianni Usai.