Paolo Puppa
Un'educazione forzata

Don Milani laico

«In particolare, il ragazzo si era soffermato sullo strazio di dover dormire in camera con il nonno malato. La casa di costui era una stanza umida a piano terra, dove una tendina chiudeva in modo sommario il gabinetto...»

Si sono conosciuti di fatto il mese scorso. Il ragazzo si era inserito, di sua iniziativa, nei doposcuola pomeridiani che lui ha organizzato al suo liceo, per leggere autori contemporanei, non compresi nel programma scolastico per ragioni di tempo. Il corso di lettura era aperto a chiunque.  Ha cominciato a novembre con Giro di vite di James, La morte di Ivan Il’ic di Tolstoj, I dublinesi di Joyce. Due pomeriggi alla settimana, martedì e giovedì. Ogni volta lui si sistema sulla cattedra, e nell’Aula magna, concessa dal Dirigente, pur perplesso, si affollano studenti di varie sezioni, non solo dell’ultimo anno. Persino genitori, incuriositi dal professore guru, come si comincia a mormorare tra chi non lo ama. Lui legge con autorevolezza, da vero attore, con una voce grave e profonda. Poi offre spiegazioni possibili e varie, anche in contraddizioni tra loro. I ragazzi prendono appunti, o registrano con il cellulare. Nessun docente partecipa a quel consesso, e di questo lui soffre e insieme se ne compiace. Perché sta male in compagnia dei coetanei. Meglio, molto meglio i ragazzi. Si respira aria fresca. Come in montagna.  In consiglio di Istituto, i colleghi invidiosi che male sopportano queste iniziative per rendersi visibile lo accusano di “allargarsi troppo”. “Queste cose si fanno all’università”, ha commentato stridula e pedante la Penzo che insegna matematica nella sezione A. La donna anziana, a due anni dalla sospirata pensione, ha ricordato che sono in un liceo scientifico, non classico. In sala professori, Guercino, un barbaricino salito a Venezia per discettare delle sue discipline, storia e filosofia, ma con tre figli a carico, per cui i pomeriggi li dedica non a volontariato ma a dare lezioni private, gli ha suggerito un giorno di utilizzare un podcast. Farebbe prima, il tutto sarebbe meno faticoso e produrrebbe anche qualche soldino. Ma lui vuole stare con i ragazzi, avere di fronte la loro presenza in uno spazio enorme. Sì, vederli con gli occhi lucidi, la bocca spalancata, attenti a quei capolavori, lo ripaga di tante delusioni, tra cui di essere stato respinto dall’Università, ad esempio. Nei primi anni, dopo la laurea cafoscarina, aveva anche pubblicato in riviste locali o web piccoli articoli di critica letteraria, ma gli era mancato uno sponsor, un protettore. Nell’Accademia ci sono le caste e vanno avanti solo i favoriti, sentenziava con amara competenza.

Giovanni era alto, magro, ossuto. Teneva per lo più le braccia scoperte, incise di tatuaggi. Spuntavano grossi peli dalle ascelle. Aveva un che di sudaticcio, proprio di chi ha un rapporto disturbato con la doccia.  Anche se il dibattito non era previsto, avevano due ore a disposizione, era intervenuto, non alzando la mano, prima che gli astanti si alzassero per sgomberare l’Aula. Stava appollaiato, da solo nell’ultima fila, e dall’alto aveva contestato il suo commento alla novella Araby di Joyce. Non condivideva assolutamente la sua lettura che faceva del racconto una metafora del mercato universale nel mondo. “Lei fa altrettanto. Ci vuole vendere la sua interpretazione del consumismo. I vasi cinesi o quello che sono anticiperebbero gli schermi televisivi di oggi? Ma chi lo dice? Vuole incantare questi figli di papà. Se non è previsto il dissenso, il suo è un monologo autoritario”. Molti si erano girati di scatto a guardare il disturbatore. Qualche ragazza bisbigliava alla vicina di banco, attratta da quella figura ribelle. Lui aveva biascicato in pieno avvilimento qualche orribile banalità, in quanto lo scopo non era dibattere ma leggere. Poi, in sala professori, mentre chiudeva nel suo mobiletto libri e schede, era stato raggiunto da Fabbri, un suo studente affezionato che sognava di fare la facoltà di Lettere a riprendere quelle letture.  Aveva saputo così che quel tipo bizzarro era in realtà un soggetto pericoloso, che teneva in tasca un coltello e faceva a pugni alla minima discussione. Uno senza famiglia. Stava ogni tanto da un nonno malato, quando non dormiva per  strada. Il padre era in galera e la madre morta in un incidente di barca. Aveva vent’anni e in pratica aveva sospeso gli studi, senza soldi com’era. Uno straccione. Ma a lui rimbombavano nelle orecchie frasi lapidarie, scolpite nell’aria, a provocare in tutti sconcerto e dubbi sulla sua “bella impresa”. “Volontariato per famiglie ricche”, oppure “rimozione totale del momento politico”, o ancora “droga culturaloide”. Soprattutto, “imitazione grottesca di Don Milani, trasportato dalle montagne di Barbiana all’Aula Magna del Liceo Scientifico del centro storico”.

Poi, invece, a sorpresa, il sabato successivo (sabato era il suo giorno libero e lui ne approfittava per andare avanti con la scelta delle novelle) avevano suonato alla porta. Pensava fosse il postino con una miscellanea su Mann che aveva ordinato. Perché il testo scelto a gennaio era La morte a Venezia, tra i suoi preferiti. Ed era spuntato all’improvviso Giovanni trafelato, in un giacchino striminzito, senza cappotto, che faceva freddo a guardarlo. Fuori, il cielo era violaceo, e si annunciava tempesta.

Era venuto per scusarsi? No, assolutamente no. Il ragazzo, in evidente stato confusionale, aveva chiesto da bere. Lui in casa aveva solo gingerini, una confezione di sei bottigliette, a nemmeno due euro comprate a Conad da Piera, un fulmine nel raccogliere i dépliant pubblicitari delle convenienze ai supermercati. La moglie era impiegata a Unicredit, e girava da una sede all’altra, esasperata, anche per via dei pensieri cupi sul marito, sempre nervoso e troppo innamorato della scuola, senza esserne ricambiato, lei precisava con rabbia. Erano entrambi quarantenni, bassi di statura, trascurati nell’aspetto fisico anche perché mortificati dall’assenza di figli.

Il ragazzo aveva voluto vedere lo studio, e si era subito sprofondato sul divanetto davanti al suo tavolo da lavoro. E lui, in preda a un indubbio panico al pensiero del coltello, era rimasto inchiodato ad ascoltare la storia della sua vita per brevi cenni. In particolare, il ragazzo si era soffermato sullo strazio di dover dormire in camera con il nonno malato. La casa di costui era una stanza umida a piano terra, dove una tendina chiudeva in modo sommario il gabinetto. Il vecchio tutta la notte sfiatava senza pause (Giovanni usava altre espressioni che imbarazzavano il professore). Cercava disperatamente qualcuno che gli offrisse da dormire, almeno per qualche giorno. Lui aveva alzato le spalle, promettendo certo che si sarebbe interessato, senza alcuna garanzia di successo. Tra le confidenze non richieste aveva aggiunto senza alcun pudore che per mangiare si era anche prostituito. E questo funzionava da alternativa ai furti nei grandi magazzini, dove anche un pollastro conteneva dispositivi antitaccheggio. Si era soffermato su certi dettagli sgradevoli, fissandolo in modo aggressivo. In studio, adesso, gli dava del tu. Insomma, lui non aveva idea di quanti papà rispettabili, magari insegnanti come lui, che andavano a messa la domenica con la brava famigliola, lo pagavano fino a cento euro per spandergli   in bocca (quella bocca là che aveva davanti) “la linfa vitale”. Lui aveva creduto che fosse venuto per riprendere la discussione sui Dublinesi, o per farsi imprestare qualche libro. Aveva tentato di censurarlo con domande sui suoi progetti dopo la maturità, se intendeva iscriversi o meno in qualche facoltà. Questioni del tutto ignorate da Giovanni, che riprendeva la sua brutale confessione. Tanto, lui era il Don Milani dei ricchi, come con disprezzo aveva ripetuto.  Si meravigliava molto che nella casa piena di libri di un veneziano non ci fosse del vino, nemmeno la miseria di un Clinton.

Finalmente, si era alzato avviandosi alla porta. E lui aveva assistito ai rituali d’uscita con un senso di sollievo. Eppure, a vederlo andar via provava una sorta di disperazione, e quel dolore lo lasciava sgomento. Sulla porta, ha ricevuto sulla faccia il suo sguardo sferzante come i fari di una macchina che sta per investirti nella notte, non rispettando semafori e limiti di velocità.  E là, la certezza che non l’avrebbe rivisto. Ha fatto in tempo però a predicargli autocontrollo e misura. Come un vecchio, che cova solo il desiderio di mettersi a letto, con la bottiglia di acqua calda e magari con una moglie, il cui capo esibisca una corona di bigodini. Perché un vecchio, come suo nonno incontinente, aspira soltanto alle proprie abitudini rispettate. “Simula, mi raccomando, con me sii pure te stesso, ma con gli altri simula”. Questo gli ha soffiato all’improvviso e Giovanni, girandosi verso la calle, simile a un febbrile Rimbaud, gli ha sillabato in risposta: “Disse il cavallo rifiutandosi di montare la cavalla e mormorandole-siii mula”. Ma lui s’era sporto a offrirgli un po’ di tutoraggio ironico, perché amava i giovinetti, amava aiutarli eccetera. E l’altro con uno scatto brusco aveva esclamato “Con me niente Platone o Socrate, però. Non amo il buco e nemmeno il virgulto”. Una battuta oscena e inquietante. E lui si era affrettato ad accennargli il trauma di aver perso l’unico figlio, deciso a non nascere, dopo sei mesi di gravidanza. Giovanni si era allontanato, senza degnare l’episodio di attenzione, quasi fosse un racconto inventato.

Uno strano languore gli resta dentro per po’, mentre si sposta nella camera da pranzo, attraversando il lungo buio del corridoio. Oggi è sabato, in programma spaghetti con i funghi e poi carne lessa con olio e limone. A tavola, lui sta seduto e non guarda la moglie. Ha piazzato due bottiglie di acqua minerale, una gassosa e una naturale. Così gli occhi dei due non si incontrano. Nondimeno Piera si inquieta davanti alla fronte sudata del marito, ai brufoli che si intravedono, ai pedicelli che spuntano sempre più numerosi sul collo. “Devi far qualcosa, devi far qualcosa. Non puoi andare avanti così. Puzzi, sì, un odore in bocca. Non ti vedi, non ti vedi. Perché tu non ti vedi. Ma la puzza c’è”. Lui risente la voce strana, beffarda, che forse non udirà più. E gli passa davanti lo sguardo assetato di aiuto e di voglie distruttive del ragazzo. Comincia allora a parlare, ansante: “Se si fa vivo ancora, se suona ancora, uno studente di nome Giovanni, un energumeno che gira con un coltello, tu non aprire. Uno che viene a rompere i coglioni. Roba da matti. Entrare nelle case all’ora di pranzo”. Piera annuisce rassicurata. Non era successo niente, dunque, nello studio. Il marito era rimasto lo stesso. E si poteva tirare avanti, in qualche modo, come sempre.

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