Al Teatro Municipale di Piacenza
Tre volte Verdi
Con la direzione di Francesco Lanzillotta e la regia di Roberto Catalano, Piacenza ha proposto una sorta di "maratona verdiana" proponendo “Rigoletto”, “Trovatore” e “Traviata”
Si è appena conclusa, con grande successo di pubblico, al Teatro Municipale di Piacenza, una preziosa Trilogia Verdiana. È la prima volta che un Teatro decide di mettere in scena nel giro di pochi giorni tre delle opere più famose di Verdi utilizzando lo stesso direttore d’orchestra, il bravo Francesco Lanzilotta, lo stesso notevole e innovativo regista, Roberto Catalano che ha saputo trovare un inaspettato legame alle tre rappresentazioni attraverso la figura della maledizione, mimo perfettamente portato in scena dal bravissimo Marco Caudera.
A cominciare dal Rigoletto dove al dolore del protagonista, restituitoci dallo straordinario Luca Salsi, viene contrapposto lo scherno, la risata che lacera la fragile carne del padre dilaniato. La maledizione allora viene scagliata nel mondo e, facendosi corpo, sporca per la prima volta lo spazio che un tempo sembrava invulnerabile. E le scene di questo palazzo, dall’iniziale candore, continuano a subire sempre più questa tenebrosa maledizione.
E la stessa situazione scenografica, curata impeccabilmente da Mariana Moreira, con i costumi di Veronica Patuanelli e le luci di Silvia Vacca, viene ripresa dal regista anche nella Traviata e infine nel Trovatore. Con sempre la eterea apparizione della figura della maledizione che a tratti attraversa silenziosa la scena in tutte e tre le opere.
E qui la regia ha perfettamente integrato lo stesso indicibile dolore dei padri e delle madri di fronte al male che i loro figli subiranno, una sorta di silenziosa eco del grido di un padre ferito che non è stato ascoltato.
L’umanità che noi spettatori abbiamo visto passare in tutte e tre le vicende verdiane la ritroviamo ogni volta affogata nelle tracce lasciate dalla maledizione.
Il dolore inascoltato di un padre, ci sottolinea il regista Roberto Catalano, é più forte delle mure costruite per proteggerci, si è fatto mondo per costringerci a guardare.
Questa cosiddetta “Trilogia Popolare”, ci racconta nel libretto il famoso critico musicale Alberto Mattioli, non è una trilogia. Nel senso che non è mai stata concepita come un tutto unico, come invece lo è il Ring Des Nibelungen di Wagner. È una trilogia creata ex post, con il senno e il successo di poi, come quella di Da Ponte di Mozart.
Le tre opere verdiane furono messe in scena una dietro l’altra nel giro di pochi anni.
La prima, il Rigoletto alla Fenice l’11 marzo 1851, il Trovatore all’Apollo di Roma il 19 gennaio 1853, e infine la Traviata ancora alla Fenice il 6 marzo dello stesso anno.
Ebbero da subito grande successo in un Italia dove l’Opera lirica è stata quella forma di spettacolo autenticamente nazionalpopolare di cui parlava Gramsci.
Queste tre opere sono, a parere di Alberto Mattioli, la definitiva cristallizzazione della maturità creativa verdiana.
Il Rigoletto e la Traviata hanno lo stesso librettista Francesco Maria Piave che li estrapolò da soggetti entrambi francesi: Le Roi s’amuse di Victor Hugo e La Dame aux Camélias di Alexandre Dumas figlio.
Il Trovatore invece fu librettizzato da Salvatore Cammarano da una fonte spagnola, il dramma El trovador di Antonio Garcia Gutiérrez.
Sappiamo bene gli scandali che queste opere produssero al loro debutto ma Verdi, irresoluto, continuò implacabile nelle sue rivoluzioni etiche ed estetiche.
Il Rigoletto fece infuriare perché miscelava l’alto con il basso, il sublime al triviale, il tragico al quasi comico. Che rendeva il soggetto di Hugo, secondo Verdi, “degno di Shakespeare”.
Anche la Traviata era soggetto scabroso, un violentissimo atto d’accusa contro il perbenismo ipocrito della società borghese.
Che Verdi ebbe il coraggio di mostrarci in abiti a lui contemporanei. Cosa che fra l’altro abbiamo appena visto anche alla Scala nel piacevolissimo Così fan Tutte di Mozart messo magistralmente in scena dal grande innovativo regista Robert Carsen che ci ambienta la vicenda ai giorni nostri quasi fossimo al cospetto delle serie tv di Tentampion Island.
Noi spettatori siamo rimasti veramente incantati da questa operazione Verdiana ideata con grande visionareità dalla direttrice artistica del teatro Municipale di Piacenza Cristina Ferrari.
Ci siamo assaporati, nel giro di pochi giorni, il genio di Giuseppe Verdi nato a pochi passi da Piacenza, da cui, fra l’altro, proviene l’acclamato Baritono Luca Salsi, in scena nel Rigoletto e nella Traviata, che fin da piccolo, ci raccontava, lui aveva masticato le opere del suo celebre amato conterraneo.
Altro grande protagonista super applaudito in tutte e tre le opere è stato Francesco Meli come pure la piacevolissima soprano Maria Novella Malfatti nei ruoli di Gilda, di Leonora e di Violetta.
Grandi applausi anche al baritono Ernesto Petti, in particolare nel ruolo del Conte di Luna del Trovatore.
È veramente impareggiabile la fine della pregevole Stagione lirica di Piacenza 2024/2025 che fra l’altro a breve inaugurerà quella del 2025/2026 con la imperdibile preziosa regia Pier Luigi Pizzi che porterà in scena lo Stiffelio di Verdi.
La fotografie degli spettacolo sono di Luca Attili.