A proposito di “Winesburg, Ohio”
Anderson e il desiderio
Torna in libreria la travolgente racconta di racconti di Sherwood Anderson, il mitico e mitizzato scrittore americano che raccontò l'impossibilità di vivere i propri desideri
Winesburg, Ohio è una raccolta di racconti di Sherwood Anderson pubblicata nel 1919, che Feltrinelli propone ai lettori con una nuova, eccellente, traduzione di Enrico Postiglione, e l’aggiunta di due saggi conclusivi, uno di Amos Oz, l’altro di Hart Crane. Anderson cominciò a scriverla dopo una profonda crisi esistenziale sfociata in un esaurimento nervoso nel novembre del ‘12. Abbandonò lavoro e famiglia, disorientato dal proprio collasso psichico, per fare ritorno quasi dimentico della sua persona. Questo avvenimento creò nei decenni successivi il suo mito, lo scrittore prestato al mondo pubblicitario che implode sotto i colpi sferzanti della sua creatività schiacciata. In pochi anni, il nostro compose ventidue racconti che andranno a formare la sua prima raccolta.
Tutto quello che va detto su Winesburg, Ohio potrebbe riassumersi nel suo racconto più bello, Solitudine, testo nel quale Anderson trasfigura nel personaggio di Enoch Robinson la sua esperienza umana. Come Enoch, anche Anderson passò una giovinezza inquieta, si trasferì in una grande città, ed infine tornò al paese.
«Non crebbe mai, e naturalmente non capiva le persone e non riusciva a far sì che le persone lo capissero. Il bambino dentro di lui continuava a sbattere contro le cose, contro realtà come il denaro il sesso e le opinioni».
Winesburg, Ohio è costellato da personaggi la cui condizione è l’incapacità di partecipare al loro desiderio più intimo e vitale. Anderson insiste col decretare impossibile l’appuntamento col destino, il talento è condannato a sprecarsi: ma Enoch lascia Winesburg per raggiungere New York. Lampante il parallelismo con la vita di Anderson, che ventenne si stabilì a Chicago alla ricerca di un lavoro nel mondo culturale. Ben presto Enoch entra in una cerchia di artisti, con cui per la prima volta ha l’opportunità di aprirsi rispetto alle sue passioni. Eppure il giudizio che riserva a questa schiera è impietoso: «Non avevano niente di speciale, eccetto il fatto di essere loquaci. Tutti sanno che gli artisti sono loquaci.». Come Anderson, Enoch sente il sofferto dualismo della propria identità: figlio di un mondo da cui vorrebbe fuggire, straniero in quello a cui vorrebbe appartenere. Le conversazioni che intrattiene con la brigata di artisti sono un trattato di poetica andersoniana.
«“Non capite il punto”, avrebbe voluto spiegargli, “il quadro che vedete non consiste nelle cose che vedete e discutete voi. C’è qualcos’altro, qualcosa che voi non vedete per nulla, qualcosa che non siete fatti per capire. […].
«Che noia parlare con voi di composizione e cose simili! Perché non guardate il cielo e poi correte via come facevo io, quando ero ragazzo laggiù a Winesburg, Ohio?».
L’arte, dice Enoch, risiede fuori dall’opera, la sua forza è suggerire l’inespresso, sussurrarlo a chi è curioso di scoprirlo: sono gli elementi minimi della vita, quelli cui non si presterebbe attenzione, che se attraversati da un fiato di sogno possono svelarne la meraviglia. «Pochi conoscono la dolcezza delle mele nodose». C’è una consapevolezza di alterità in queste parole messe in bocca al dottor Reefy, nel racconto Pillole di carta. Quest’attitudine di scontro percorre tutto Winesburg, Ohio. È la lotta della sensibilità verso il cinismo, la mediocrità, il buon senso comune. Molte delle anime del paese sono alimentate, in modo sotterraneo e magmatico, da questa spinta che sono costretti a reprimere e smorzare. L’inibizione genera in loro una schizofrenia provinciale, fatta di alcolismo, isterismi, sessualità repressa.
L’esperienza newyorkese di Enoch si conclude con un matrimonio fallimentare. «Con pronta immaginazione cominciò a inventarsi da sé persone alle quali potesse veramente parlare e spiegare le cose che non era riuscito a spiegare alle persone vive». La fantasia è un rifugio, assieme a Winesburg, il paese da dove Enoch voleva scappare ma in cui si trova a fare ritorno. Ormai invecchiato desidera raccontare la propria storia a qualcuno. Sceglie George Willard, cronista per il Winesburg Eagle. Il vecchio solitario svela che la ragione per cui abbandonò New York non fu il matrimonio naufragato, neppure la complessa relazione con l’ambiente artistico locale. Fu una donna, la causa. Lei ed Enoch cominciano a studiarsi nei corridoi dell’edificio, più si rasentano più si chiamano a condividere quel pezzo di cuore che non hanno sparpagliato nella Grande Mela. Finché la donna non comincia ad entrare nella stanza, ad intrattenere con Enoch conversazioni che parlano del suo punto più profondo, la fantasia.
«Poi cominciai a raccontarle delle mie persone. […]
«Io volevo che capisse ma, vedi, non potevo lasciare che capisse. Sentivo che avrebbe saputo ogni cosa, che sarei stato sommerso, che sarei annegato, capisci. Proprio così. Non so perché».
Enoch teme l’amore perché denuda l’uomo di tutto ciò di cui vorrebbe vestirsi. Allora infuria, respinge la donna e la sua proposta di sentimento. Amaramente, si accorge che con lei tutti i personaggi, le voci, hanno abbandonato la stanza, lasciandolo veramente solo per la prima volta. «Infilò la porta per andarsene via e tutta la vita che c’era nella camera la seguì. Si portò via tutte le mie persone.» Nel dramma di Enoch Robinson si versa tutto il malessere che Winesburg, Ohio rintraccia nell’America rurale succube dell’industrializzazione, nella provincia atrofizzata da ideologie scadute, nell’essere umano che vive lo scollamento tra cos’è, cosa vorrebbe essere e cosa si può permettere di essere. L’impotenza di Enoch, come ogni personaggio della raccolta, si concentra nell’inevitabile, ineludibile, insufficienza del linguaggio, la possibilità di comunicare con se stessi e con gli altri in modo naturale, positivo, edificante. Sherwood Anderson è il grande narratore dei nodi alla gola, delle voci disperse, perché le parole spesso non aderiscono alla realtà, perennemente sfuggente ad ogni tentativo di comprensione.
Leggendo il libro mi sono chiesto in che modo Anderson avesse tradotto in forma letteraria la sua ricerca linguistica. Perdendomi tra le pagine, nei capoversi, nelle frasi, ho capito che lo scrittore americano ha percorso una strada pionieristica, per cui è stato considerato maestro da Hemingway, Faulkner, Fitzgerald.
«Per le stradine laterali del villaggio, sotto gli alberi nel buio, quegli uomini la prendevano per mano e allora pensava che qualcosa di inespresso in lei venisse fuori e diventasse tutt’uno con qualcosa di inespresso che era in loro». Questo passo da Madre fa da perfetto esempio al tipo di linguaggio che Anderson inventa. Potrebbe definirsi un acrobata della meraviglia, questo scrittore, perché le sue frasi, per come sono sintatticamente costruite, balzano dalla superficie dentro l’abisso dell’esperienza umana, senza una soluzione di continuità col resto del discorso. Il gesto funambolico non è accompagnato da alcun appiglio logico. Anderson apre un varco verso il cuore dei personaggi laddove la narrazione sembra stretta dalla realtà, semplifica la vita fino all’essenziale: rafforza il realismo con la naturale tendenza alla poesia, perché non immobilizza l’amore del reale in un riflesso piatto, ma racconta la vita in ogni sua pur minima sorpresa. La traduzione di Enrico Postiglione è luminosamente capace di restituire questo salto nel buio del mistero poetico.
Sherwood Anderson è un autore che nella semplicità scova il gioioso e amaro arcano della vita, esige occhi curiosi che siano disposti a non confondere con la banalità la sua ricerca, secondo cui l’ordinario e lo straordinario vivono sorprendentemente vicini.