Su “Golden Flower: Live in Sweden”
Metodo Lateef
Dopo oltre mezzo secolo arriva nelle discoteche la registrazione di due concerti radiofonici di Yusef Lateef, il jazzista che inventò la "musica autofisiopsichica”, ovvero il suono «che nasce dall’unità di corpo, mente e spirito»
Alcuni musicisti lasciano un’opera, altri un metodo. Yusef Lateef apparteneva a questa seconda specie, più rara e più preziosa. Non era soltanto un polistrumentista visionario, ma un uomo che ha fatto della musica un cammino conoscitivo, un esercizio spirituale, un modo di stare nel mondo. Golden Flower: Live in Sweden – due registrazioni radiofoniche del 1967 e del 1972 rimaste per decenni negli archivi della radio svedese – ci restituisce il suono di un artista nel momento forse più maturo della sua traiettoria: un periodo in cui il suo pensiero, la sua disciplina e la sua curiosità planetaria avevano trovato un punto di equilibrio raro, quasi miracoloso.
Lateef rifiutava la parola “jazz”. Non era un vezzo intellettuale, ma un gesto di pulizia semantica: quelle quattro lettere, nate in contesti segnati da stereotipi razziali e ambiguità sociali, non potevano contenere la sua idea di musica. Preferiva parlare di “musica autofisiopsichica”, un termine che oggi può apparire eccentrico, ma che per lui esprimeva una verità semplice e profonda, ovvero che il suono nasce dall’unità di corpo, mente e spirito. La sua adesione, nel 1948, al movimento islamico Ahmadiyya aveva consolidato questa visione. Lì aveva imparato che la conoscenza non è accumulo, ma trasformazione; che studio e pratica sono due movimenti della stessa corrente; che l’arte può essere un modo per illuminare la realtà.
Le sue radici affondavano nella Detroit degli anni Cinquanta, città-laboratorio attraversata da un’energia creativa che oggi appare quasi irripetibile. Lì si formò accanto a Milt Jackson, Barry Harris, Curtis Fuller, Elvin Jones, Betty Carter, una generazione che respirava musica con naturalezza e che concepiva lo studio come parte della vita quotidiana. Ma Detroit era anche una città-mondo. Frequentando le comunità arabe del quartiere, Lateef scoprì strumenti che nessun musicista afroamericano portava allora in un contesto jazzistico: l’argol, il rebab, i flauti di bambù. Nelle biblioteche della città si addentrò negli strumenti di Cina, India, Giappone, costruì da sé nuovi flauti, esplorò scale pentatoniche, modi arabi, risonanze africane. È questo clima di espansione che, nel 1961, condurrà a Eastern Sounds, album in anticipo di decenni sulle pratiche della cosiddetta world music, un luogo dove lo xun cinese convive con un tema hollywoodiano, e dove la tradizione afroamericana non viene mai tradita, ma ampliata.
Questa apertura non era neutra. Lateef suonava negli anni delle indipendenze africane, delle alleanze afro-asiatiche, del risveglio culturale di interi continenti. Partecipava a progetti come Uhuru Africa di Randy Weston e African Beat di Art Blakey, in cui la musica diventava un luogo di dialogo politico prima che estetico. Ed è in questo stesso clima che si consolidò la sua amicizia più intensa, quella con John Coltrane. I due si scambiavano diagrammi, libri di filosofia orientale, idee di scale e strutture simmetriche. Il mandala musicale che Coltrane gli donò per il compleanno nel 1961 – e che Lateef riprodusse, molti anni dopo, nel Repository of Scales and Melodic Patterns – testimonia un rapporto a metà tra affinità spirituale e complicità matematica: entrambi erano convinti che la musica potesse rendere udibile un ordine segreto del mondo.
In questo itinerario già vasto, Golden Flower appare come un nodo cruciale: il momento in cui la sperimentazione diventa linguaggio, e il linguaggio diventa voce. Nel concerto del 1967 a Stoccolma, Lateef si circonda del pianista Lars Sjösten, del bassista Palle Danielsson e di Tootie Heath, percussionista dal tocco elastico e narrativo. Nel 1972, all’Åhus Jazz Festival, ritrova Heath e Bob Cunningham, e incontra un Kenny Barron giovane ma già sensibilissimo. In entrambe le serate, Lateef sembra attraversare una zona in cui la musica non è più somma di influenze, ma una sintesi naturale: al sax tenore un suono caldo, ampio, che porta in sé la storia del blues ma la trascende; al flauto una linea che tende verso l’alto, come se cercasse un punto di quiete oltre la melodia; nei suoi strumenti “altri” – l’argol, il bamboo flute – una voce che non imita nulla, ma contempla.
La cura editoriale di Zev Feldman restituisce questo doppio concerto come un documento essenziale. Le testimonianze di Chico Freeman, Charlie Apicella, Jeff Coffin non aggiungono semplicemente contesto, ma costruiscono un ritratto umano: Lateef come maestro gentile, come guida discreta, come uomo che insegnava a partire dall’ascolto reciproco, non dall’autorità. Chi lo ha conosciuto racconta un artista che non separava mai la tecnica dalla vita interiore, che vedeva nella disciplina quotidiana – lo studio, la meditazione, la ricerca – un modo per avvicinarsi a una forma di onestà musicale.
Golden Flower non è soltanto un disco “per appassionati”, ma un’opera che permette di comprendere un modo diverso di stare dentro il suono. Il fiore d’oro del titolo, simbolo taoista di trasformazione e illuminazione, diventa qui una metafora precisa: l’idea che il percorso artistico possa essere un movimento verso l’interno e verso l’esterno al tempo stesso, un’espansione che non cancella le origini ma le trasfigura. In queste registrazioni dal vivo, più ancora che nei lavori in studio, si sente un artista che non cerca effetti, né virtuosismi, ma una verità timbrica, un centro, una voce.
Riascoltare oggi quelle serate svedesi significa tornare in un’epoca in cui il jazz, o qualunque nome vogliamo usare, era davvero un linguaggio in cammino, capace di assorbire ciò che incontrava senza trasformarlo in souvenir. Significa anche, però, misurarsi con l’eredità di un uomo che ha fatto del mondo intero il proprio lessico, senza mai cadere nella superficialità dell’esotismo. Lateef non attraversava le culture, le abitava. E forse è per questo che quelle note, catturate quasi per caso in due sere di mezza estate scandinava, risuonano ancora oggi con una limpidezza che sorprende e ci ricordano che il suono, quando nasce da un essere umano pienamente presente a sé stesso, può attraversare i confini come una corrente d’aria. E, come il vento, può cambiare la forma delle cose senza che ce ne accorgiamo.
La fotografia di Yusef Leteef accanto al titolo è di Dany Gignoux.