Carlo Alberto Bucci
Ritratto di un'artista

Rapsodia in blu

Il rapporto tra lo spazio, il tempo e il colore è al centro della nuova ricerca pittorica di Marina Bindella. Viaggio in un'opera unica: “Gli occhi del cielo”

Dedicato a H. D.

Avvicinando il naso fino quasi a toccare il dipinto, si è colti da una vertigine davanti alle trasparenze del colore, alle intermittenze del segno, alla profondità della superficie cromatica, che è però anche plastica: come fosse un bassorilievo dipinto, uno stiacciato immerso nei toni variopinti del mare. Poi, arretrando fino a comprendere con lo sguardo l’intera estensione, formato cinemascope, degli Occhi del cielo, se ne percepisce il respiro profondo, l’alternarsi di vuoti e di pieni, la vastità di questa partitura policroma affidata al ripetersi rapsodico di minimi, regolari segni orizzontali che, tuttavia, come seguendo una segreta magia, creano linee curve, onde, abbozzi di sfere: ossia il tratto distintivo dei pianeti e delle parabole stellari, ma anche – dal macro al microcosmo, dagli spazi infiniti a quelli finitissimi del nostro corpo – dei globi oculari.

Davanti alla libera sequenza di quadrati che compongono la grande struttura del lavoro realizzato da Marina Bindella per la mostra a Blocco 13, mi sono immaginato che dietro e dentro quelle righe dipinte, tutte uguali e tutte diverse in forza di un’improvvisazione cromatica che ritma le intermittenze del cuore, ci fosse uno sguardo che mi/ci scrutava da dentro la trama pittorica. Quando ho visto a studio l’opera, quelle linee regolari mi hanno ricordato la libreria attraverso la quale il padre astronauta, perduto in un’altra dimensione temporale, torna ad affacciarsi alla vita lasciata sulla Terra e, attraverso un ticchettio da alfabeto Morse, lancia un segnale che apre gli occhi della figlia sulla propria presenza e amorosa vicinanza, sebbene in una dimensione spazio-temporale lontanissima. Sto parlando, lo avrete capito, di Interstellar, il film del 2014 di Christopher Nolan. E la suggestione immediata era/è dovuta anche al fatto che il libro, la letteratura, la scrittura generale, ossia il volume come oggetto e la poesia – ma anche la musica – come soggetto, hanno un peso rilevante nel lavoro dell’autrice del quadro, ossia dei quadrati e delle forme infinite da essi generate, che domina ora lo spazio della galleria.

Poi, a tavolino, rileggendo i testi che in questi ultimi anni hanno seguito la vicenda creativa di Marina, trovo conforto nel fatto che Paola Bonani, accompagnando Vortex temporis (titolo programmatico in tal senso), la personale romana del 2022 allo Hyunnart studio, si sia soffermata su opere “che alludono a uno spazio cosmico, interstellare, lontano dall’orizzonte limitato dei panorami che abitiamo, e un tempo dilatato e profondo, lontano da quello lineare dell’umana esistenza”; e che l’anno dopo Marco Rinaldi, intitolando Come le stelle fredde il proprio contributo alle opere di Bindella esposte accanto a quelle di Roberto Piloni in Una doppia moltitudine all’Istituto di studi romani, sull’Aventino, abbia scritto che c’è “soprattutto il tempo nelle fitte e rapide traiettorie di segni che attraversano gli spazi” dell’artista romana: “non un tempo terrestre”, bensì “discronico, che aspira a dimensioni poco note, solo intuite, che ammettono la sua inversione” (Rinaldi peraltro suggestivamente cita più avanti la “sequenza dell’accelerazione spaziotemporale dell’ultimo episodio di 2001: odissea nello spazio, intitolata Giove e oltre l’infinito”).

Il tempo lentissimo, invidiabile, di realizzazione di questo e di altri lavori di grandi dimensioni di Marina (penso all’analoga modularità di Partitura solare esposto nel 2013 alla galleria Porta Latina o, inaugurata lo stesso anno, all’installazione permanente al Policlinico di Tor Vergata, sempre a Roma), allude indubbiamente a una dimensione altra dello spazio-tempo, restando nei confini di un’arte non mimetica che per comodità chiamo astratta. Ha scritto Claudio Zambianchi, curando nel 2018 la mostra di Bindella all’Istituto centrale della grafica a Roma, che i suoi “lavori non varcano i confini del linguaggio non oggettuale; inseguono piuttosto le suggestioni offerte dalla memoria creativa alla libertà dell’immaginazione”; ma innanzitutto che per lei il tempo è, tra l’altro, “il ritmo interno che dà misura musicale all’intermittenza dei segni”.

Più prosaicamente, questa pittura – nelle asperità dettate dal cartoncino ondulato scelto dall’artista come supporto e nelle opportunità che esso offre nei termini di un’alternanza di vuoti e pieni, ombre e luci, alla superficie pittorica, retaggio dello scavo xilografico e dei graffi che levano colore alla tavola portando in superficie la luce – dà voce anche a un tempo meteorologicamente inteso, dal momento che la stesura paziente di acquarellate e trasparenti campiture, alternate da altre opache, rafforzate talvolta da chine e pennarelli, ci immette nell’atmosfera palpabile della realtà fenomenica secondo i principi del tonalismo pittorico, se non dell’impressionismo.

Dentro il pentagramma (e Spartito notturno si intitola un lungo, meraviglioso lavoro di Marina dipinto di blu nel 2009) che è stato ordito in Occhi del cielo, ma anche attraverso le forme e le fratture di Ab origine V e VI, titolo degli altri due lavori che compongono questa mostra, compaiono e si intrecciano sfere, ovali, ovuli, ellissi, parabole, satelliti. Un mondo di forme che ricorda i pianeti del sistema solare, ma fatto di cerchi che mai si completano – né le curve si collegano alle traiettorie del quadrato a fianco. Un modo libero, infinito di concepire lo spazio e il tempo. Nella speranza che lassù, o qui dentro, qualcuno ci osservi e ricambi il nostro sguardo.

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