Le convenzioni del teatro
Lettera a Pulcinella
La maschera, il mito (fallace?) della "contemporaneità", lo spettacolo che insegue la vita per coglierne il senso... la parola a Pulcinella (e al suo interprete...)
Caro Pulcinella,
nemmeno quest’anno ti hanno dato il Premio Ubu, il premio più importante del teatro italiano. Anche quest’anno sei tra quelli non considerati. Ma poi, mi chiedo, come si possono considerare 27 anni in cui ti fai maschera per Valerio Apice, per l’autore di questa lettera?
Caro fratello Pulcinella, vedo che il contemporaneo del teatro ricorre a meccanismi che non mi sono chiari ma, alla maggior parte del teatro, sembrano normali. Si entra in un “ambiente” e ti premiano. Ma tu, Pulcinella caro, perché dovresti ricevere questo premio? Tu che accogli lo sgretolato mondo dell’anima, che ti fai poesia nei vicoli dimenticati della città-teatro, che affianchi sulla scena San Francesco d’Assisi e ti fai criature tra le Creature? Maschera, giullare, bambino, canto di comunità? Non basta per vincere l’Ubu.

Sei una maschera felice? Ti senti in comunione con Stanislavskij, Viviani, Mejerchol’d, Asja Lacis, Copeau, Vachtangov, Brook, Eduardo, Grotowski, Barba, Dario Fo, Leo e Perla, pur non ricevendo il premio più ambito del teatro? Ti ho sentito vivo nell’ultimo spettacolo Pulcinellesco nemmeno una settimana fa, uno spettacolo fatto in ogni angolo, piazza, teatro, teatrino di questa nostra penisola. Uno spettacolo inviato alla Giuria-Ubu qualche anno fa e nemmeno considerato. Ma cosa ti aspettavi, caro Pulcinella? Tu che dai vita all’attore che ti abita, tu che ti fai veicolo per cantare la morte, la bellezza, la vita, l’infanzia rapita, il potere che uccide, il riso che sorprende, la danza che incanta? Quale premio per questo tuo viaggiare nel cuore e nell’anima dei tuoi spettatori? Cosa volevi, tu che vivi sulla scena come in una strada napoletana che si chiama Vico Sassacocchi, Via delle Zite o Piazzetta Divino Amore? Tu che cerchi il sublime sopra i manifesti dei defunti sopra cui leggi Ciro Genovese detto ‘o Cinese? Tu che sei mare, onda, grande e bambino, depresso e speranzoso, poeta contadino? Nemmeno quest’anno l’UBU-PULCI è arrivato a casa tua? A casa tua? Quale casa? Quella che hai costruito a Marsciano, in provincia di Perugia, con centinaia di bambini, ragazzi, persone con disabilità, quella che ti ha accolto pur essendo tu straniero? Pur parlando napoletano, una lingua che fa innamorare anche se non ti fa premiare. Quella lingua poetica che Giulia Castellani ascoltò la prima volta, e ancora oggi non la dimentica. Te voglio bene, come mi disse mia madre prima di morire. Te voglio ancora bene, te lo dico io. Ed è il premio che ancora dopo 27 anni mi fa restare fedele a te maschera di un teatro antico, autentico, di corpo che si fa parola, di musica che scolpisce il gesto. Che ti fai spettacolo, uno spettacolo che non saprei definire se non con parole di un tuo compaesano, Antonio Neiwiller:
«Sempre lo spettacolo precedente mi ha seguito e guidato nella continuità e nella trasgressione, nell’approfondimento e nella espansione di un universo poetico. In fondo è come se facessi sempre lo stesso spettacolo; montando e smontando; addizionando e sottraendo; cucendo e scucendo; alla ricerca paziente e senza sosta di una forma che esalti il mio sentire e di qualcosa che trasgredisca a tutto questo, che allarghi i margini della complessità». (Antonio Neiwiller)

Forse è proprio per questo che l’Ubu non te lo danno caro Pulcinella, tu che fai sempre lo stesso spettacolo che insegue la vita.
Un abbraccio dal tuo attore-autore
Valerio Apice
Marsciano, 19 novembre 2025
Le fotografie sono di Cesare Abbate.