Asia Vitullo
A mezzo secolo dall'omicidio

Le parole di Pasolini

Consumata la sua morte da cinquant'anni, è ancora attuale la lezione di Pasolini che invitava a cogliere la corruzione della società nella corruzione continua del linguaggio

Cinquanta anni. Mezzo secolo esatto separa la notte di Ostia dal nostro presente, eppure l’ombra di Pier Paolo Pasolini continua a muoversi tra noi, come se non fosse mai del tutto svanita. Non è un fantasma della memoria collettiva, ma una voce che continua a disturbare, a chiedere conto del nostro silenzio. Ogni anniversario, ogni tentativo di ridurlo a icona, sembra fallire davanti alla sua intatta capacità di bruciare, di costringerci a guardarci allo specchio e a riconoscere ciò che siamo diventati. Dal fondo della sua assenza, ci osserva con gli occhi di chi aveva già visto arrivare il nostro tempo: un tempo in cui la libertà si confonde con l’apparenza, la parola con il rumore, la verità con un’immagine distorta.

Lo definivano profeta, moralista, eretico. Era, più semplicemente, un uomo troppo innamorato della realtà per sopportare di vederla sfigurata. E per questo, oggi più che mai, il suo grido attraversa il tempo e continua a interrogarci. Pasolini aveva intuito che la rivoluzione decisiva del Novecento non sarebbe stata solo politica, ma linguistica. Aveva compreso che la televisione – e con essa l’intero linguaggio dei media – stava ridisegnando la forma stessa della coscienza collettiva. Il suo sguardo non si limitava alla superficie dei fenomeni, ma ne indagava le implicazioni morali, antropologiche e spirituali. Aveva compreso che la società dei consumi non produceva soltanto merci, ma comportamenti, desideri e, appunto, linguaggi. Pasolini sapeva che l’omologazione non nasceva dall’imposizione, ma dall’adesione: dal bisogno di appartenere a un modello unico e irresistibile.

In questa persuasione, il poeta vide l’inizio di una nuova forma di totalitarismo: una dittatura del consenso, non del terrore. La televisione gli appariva come un potere pedagogico assoluto, capace di insegnare a tutti lo stesso linguaggio. Era la fine della diversità e, insieme, l’inizio di un nuovo analfabetismo: non l’incapacità di leggere, ma l’incapacità di distinguere il vero dal falso, il necessario dal superfluo. Quando parlava di «mutazione antropologica», non evocava una sterile metafora, ma una trasformazione reale: un essere umano nuovo, plasmato dai media, spogliato di memoria e reso identico a sé stesso. Oggi quella mutazione è forse compiuta. L’egemonia televisiva che Pasolini denunciava si è dissolta in una galassia di schermi personali, in un’infinità di immagini e messaggi che scorrono senza fine. Il potere non si manifesta più dall’alto, ma scorre nel linguaggio stesso con cui pensiamo, nei meccanismi invisibili che selezionano ciò che vediamo e crediamo di scegliere. L’algoritmo è il nuovo centro dell’educazione di massa: non comanda, ma orienta; non impone, ma suggerisce. La seduzione è diventata la forma più raffinata della coercizione. E la libertà, oggi, sembra coincidere con la possibilità di mostrarsi e di esistere soltanto attraverso l’immagine che si proietta di sé.

Pasolini aveva compreso tutto questo prima che accadesse. La sua forza non risiedeva nella preveggenza, ma nel suo modo acuto di guardare. Osservava la realtà con gli occhi di chi ne sente il dolore, e nel dolore e nella parola riconosce la verità. Nell’Empirismo eretico dichiarava: «La lingua è la mia vera patria». Difendere la lingua, per Pasolini, significava difendere l’uomo: restituirgli il potere di nominare il mondo con le proprie parole e di non essere parlato da un linguaggio imposto. La parola, per lui, non era un mezzo neutro, ma un atto di ribellione. Un gesto che espone chi parla, che implica responsabilità e rischio. Difenderla significava difendere l’uomo dal linguaggio del potere, dall’appiattimento dei significati e dalla perdita del reale. Ecco perché la sua scrittura appariva così fisica e incarnata; ogni parola era frutto di un’esperienza, ogni frase portava la traccia di una ferita. La sua lingua cercava la vita, non la forma: era un modo per restituire alla realtà il peso della carne, contro l’astrazione e la menzogna del presente. In questo senso, la sua poesia e il suo pensiero non sono mai stati separabili: entrambi nascono dalla stessa ossessione per la ricerca di verità.

Molti lo hanno chiamato nostalgico, ma la sua nostalgia era un atto politico. Non rimpiangeva il passato: difendeva la possibilità di una lingua viva, non addomesticata, non ridotta a slogan. Guardava ai dialetti, ai volti popolari, ai gesti perduti come a riserve di autenticità contro la colonizzazione culturale del nuovo potere. La sua nostalgia del reale era l’unico modo di restare umano in un mondo che già tendeva a trasformare tutto in simulacro. Oggi, nella nostra epoca di immagini istantanee e parole generate, quella nostalgia ci appare come un gesto di estrema lucidità.

Rileggere Pasolini cinquant’anni dopo significa chiedersi non chi fosse, ma chi siamo diventati oggi. E noi, siamo la società che aveva previsto: iperconnessa, disincantata, incapace di distinguere la comunicazione dalla verità, l’apparire dall’essere. Viviamo immersi in un linguaggio che ci parla al posto nostro e raramente ci accorgiamo di quanto esso decida ciò che pensiamo. Eppure, proprio in questo scenario, la voce di Pasolini torna necessaria: come un richiamo alla responsabilità della parola, alla libertà che si difende solo nominando le cose con il proprio nome.

Cinquant’anni dopo, Pasolini non appartiene al passato; appartiene al futuro che aveva già raccontato, e che abitiamo senza averlo davvero compreso. Nel tempo delle parole infinite e della verità liquida, la sua voce resta scandalosa, fragile e irriducibile. Pier Paolo Pasolini ci ricorda che la libertà non consiste nel dire tutto, ma nel dire ciò che nessun potere può dire al posto nostro. E che finché una parola avrà il coraggio di restare vera, anche nel rumore, la realtà non sarà del tutto perduta.


La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.

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