Paolo Puppa
Una storia di famiglia

La suocera

«Deve purtroppo aprire l’ombrello, sta piovendo e tanto, anche se mancano pochi metri dal Palazzo municipale. Ma sposa bagnata…Se lo ripete per mortificarsi: lei non è stata invitata alle nozze del figlio»...

Scende dal vaporetto e controlla l’ora. Non è in ritardo, in fondo. Il Municipio è a pochi passi, lo si vede stagliarsi possente nell’aria, davanti al Canal Grande che sembra omaggiarlo lambendogli la fondamenta su cui sorge. L’ansia continua in compenso a divorarla. Conoscerà la sposa, finalmente, anche se l’iniziativa è tutta sua. Se lo ripete per giustificare l’avvilimento. S’è conciata in modo elegante e ricercato, a partire dal cappotto costoso in gabardine color sabbia, calzoni che spuntano di sotto, intonati, e un baschetto scuro che la fa assomigliare, avesse vent’anni di meno, alla Isa Miranda di Malombra, grandi occhi e sorrisi misteriosi.   E magari da qualche parte sbucherà fuori un Jean Gabin maturo. Il figlio non ha più voluto dormire nella casa dove è nato e con il cellulare le ha intimato scherzando “O così o così”. E non l’ha invitata al pranzo, dopo la cerimonia. “Non posso impedirti di venire, se ci tieni, ma per favore sta alla larga”. Lei, dunque, con tutto quello che ha fatto per lui, con quello che ha sofferto per lui, ora che all’improvviso si sposa e fa una cosa una volta tanto normale, deve stare alla larga. Non verrà presentata, perfetta estranea. quasi fosse un’appestata, una uscita dal carcere con delitti efferati alle spalle. Ma la colpa è sua, ovvio. Lei ha accettato che maturasse lo strappo, a poco a poco, tanti piccoli gesti, tante lacerazioni graduali. Fino alla rottura clamorosa, già.  Alla morte del marito, cioè suo padre, non era venuto, e aveva risposto con un silenzio sprezzante alle sue ripetute richieste di onorare almeno i funerali. L’unico figlio, e maschio per di più, che si sottrae all’appello! Non è possibile, si ripeteva sgomenta e convinta che all’ultimo momento il suo Giovanni avrebbe ceduto al richiamo interiore (doveva esserci un richiamo interiore) e si sarebbe precipitato in chiesa, restando nelle ultime file, d’accordo, tanto per far notare il proprio dissenso. Si è così vergognata di quell’assenza ingiuriosa. Per fortuna, c’era pochissima gente, parenti una manciata irrilevante, qualche vicina di casa e i soliti curiosi o i devoti che vogliono pregare a tutti i costi. “Non capisco davvero cosa ci vieni a fare. Non ha senso. Ma se ci tieni tanto, vieni ma non rompere come al solito”.   Dietro quel tono aggressivo e canzonatorio ha riconosciuto i modi del padre, specie quando vivevano ancora tutti e tre assieme e i loro rapporti parevano comunque avere un futuro. Aveva osato chiedergli in che albergo alloggiava e si era meravigliata davanti alla scelta costosa. Ma i tempi erano cambiati e lui adesso poteva permettersi spese del genere. Si controlla l’aspetto in una vetrina e si trova in ordine. Il cuore le batte forte ma sono due anni che non si incontrano e gli ultimi contatti erano stati disastrosi

Per fortuna, l’altra, la sposa, non sa cos’è stato suo figlio. Non l’ha visto nelle crisi di un tempo. Perché lei ricorda, oh se lo ricorda, quando il “suo” Giovanni se ne stava in camera, ben chiusa a chiave, per ore e ore, a non far niente se non piangere. E non sapeva cosa fare, lei, se entrare dentro, spaccando la serratura, a piangere con lui, non comprendendo le ragioni di tanta disperazione, o se consultare invece uno dei numeri di soccorso, nelle prime pagine dell’elenco giallo del telefono, ma sì, perché no, uno psichiatra. C’era anche il TSO, con il ricovero coatto, ma non osava finire così in basso, con gli sguardi dei condomini morbosamente risucchiati dal motoscafo a della croce rossa. Il marito brusco le ripeteva di lasciar perdere, che erano solo “mattessi”, destinati a sparire come i brufoli. E invece la cosa si era trascinata a lungo, per quasi due anni interi, bocciature scolastiche comprese. E la puzza tremenda nella sua stanza, tra vomito e diarrea. dappertutto, e quelle macchie   nella pelle che lei non osava guardare. Una sera, aveva provato una stretta al cuore sentendo di nuovo i singhiozzi uscire dalla porticina serrata contro il mondo, e poi si era accorta accostando l’orecchio che il ragazzo stava semplicemente ridendo per un film di Verdone. Una risata nondimeno spaventosa, la sua, che le creava un’angoscia anche maggiore. E sì che quella giornata era stata snervante, mentre il marito manifestava i primi sintomi della demenza e lei pregava con rabbia, ridotta a una versione casalinga di Giobbe: “Signore basta, non ti pare che ne ho avute anche troppe, oggi?”.  E sì che in quell’occasione aveva scoperto, con un misto di sollievo e di irritazione, che Giovanni aveva ripreso a guardare la televisione e pareva così uscito dal torpore di quei mesi interminabili.

Deve purtroppo aprire l’ombrello, sta piovendo e tanto, anche se mancano pochi metri dal Palazzo municipale. Ma sposa bagnata…Se lo ripete per mortificarsi: lei non è stata invitata alle nozze del figlio. “Non vogliamo suocere rompicoglioni”. Vane le sue rimostranze che non era giusto, con tutto quello che lei aveva patito, perché un giorno felice avrebbe meritato di condividerlo, e che a una suocera, la sua, era permesso quello che a lei, la madre, era vietato. “Fai come credi, ma io non ti conosco”, aveva sentenziato al cellulare in fretta, prima di chiudere puntualizzando con sarcasmo che il tutto non si svolgeva nelle “solite maledette” chiese ma in una cerimonia sanamente laica. Lei però conservava le foto della sua prima comunione, lo sguardo mistico verso le candele, e poi la lingua fuori a cercare l’ostia santa. Come si cambia! Lei, in ogni caso, non poteva nemmeno contribuire alle spese dell’evento. Pagava tutto la famiglia di lei, le aveva spiegato con la voce esasperata per aver ceduto e averla chiamata, nonostante il grande rancore che lo assediava contro di lei, e dopo che le aveva intimato di uscire per sempre dalla sua vita. Perché lui entrava in una grande azienda che gestiva serre, una sorta di monopolio, dove lavoravano in tanti, ma di fatto solo i consuoceri ancora relativamente giovani e l’unica figlia appartenevano al nucleo domestico. E in un soffio, quasi imbarazzato, l’aveva informata che gli era stato offerto un posto di grande responsabilità. Lui che non aveva terminata nessuna facoltà, lui incapace in tutto, lui tormento del padre e causa probabile della sua demenza finale. Forse doveva essere ben brutta, questa moglie ereditiera, se lui non aveva voluto presentargliela. In cambio, lui era talmente bello, specie quando adolescente inquieto girava senza pudore nudo per casa. Purché non ci fosse il padre. Insomma, lei provava a consolarsi con un tentativo tenue di sentirsi felice:  lei non sarebbe più stata la  madre impotente e lamentosa di un tossico, come da tempo si era rassegnata ad essere, per il fatto appunto che quello se ne stava rinchiuso a chiave nella sua stanza a bucarsi. Chiaro che si bucava, ovvio che si bucava. Si copriva sempre in quel periodo le braccia, e sulla faccia quegli odiosi anellini pendenti, o chiodini, persino sulla lingua, a farne un osceno selvaggio dell’Amazzonia. E invece si era svegliata un giorno per dirsi allo specchio: sono la mamma di un fiorista per bene, ma guarda!  Suo figlio si era salvato, era entrato in una famiglia azienda. Solo che non c’era posto per lei. Già, la sua colpa era di ricordare a lui come ai nuovi parenti l’indegnità del passato recente, per cui la sua presenza andava accuratamente rimossa.

Sale a fatica lo scalone, e vede una folla (non come al funerale di suo marito) accalcata nel salone del primo piano, le grandi finestre gotiche che mandavano luce e un brusio eccitato nell’aria intorno. Lei guarda da lontano, da troppo lontano per i suoi occhi stanchi, la coppia in piedi davanti ad un funzionario con tanto di fascia tricolore ad ascoltarne il discorso di rito. La sposa in pelliccia bianca, vistosa e grossolana, le dava ovviamente le spalle, ma lei riusciva a notare che ogni tanto stringeva la mano di Giovanni, come a sancirne il possesso. Si erano impadroniti della sua bellezza, della sua ingenuità, della sua goffaggine. Ma il suo Giovanni è buono, lei lo conosce da dentro, e i pianti che faceva per anni erano dedicati all’orrore della vita. Lei lo sapeva bene.

Poi arriva per fortuna il momento in cui si sciolgono le file, e ognuno si sposta. Si fanno gli auguri da vicino, ci si scambiano foto, ci si prepara a partire per Torcello, al lussuoso pranzo che la esclude. I motoscafi di noce lucente già vibrano in acqua per i motori accesi. Lei ne avverte dall’alto il rollio, in quanto hanno spalancato i finestroni, per le foto dal pergolo. Striscia come un’assassina verso la coppia là, là in fondo, che sta distribuendo abbracci e sorrisi. E la vede, alla fine. Una donna, quando sorride, si sa, migliora il proprio aspetto. E quella, il volto illuminato dalla gioia e dalla pienezza fisica, ostentava lineamenti irregolari, un gran naso forse semita, la fronte bassa, un leggero strabismo, un accenno di baffi. Non brutta, come sperava, ma peggio ancora: insignificante. E poi era grossa, un volume incredibile che sembrava esplodere sotto la pelliccia. Era certo più vecchia di lui e dovevano affrettarsi allora a far figli, perché la menopausa aleggiava sulla sua figura sgradevole. E mentre si sporge e grida il nome di Giovanni e riesce così a farsi scorgere e a vederlo rabbuiato all’istante lei calcola raggiante di quanto sia più bella pur con la sua età, lei suocera indesiderata, e di come quell’ingombro di carni e di saccenterie diverrà subito dopo il primo parto, sformandosi alla lettera, se mai riusciranno a farne. Sì, lei ora si ritira in bell’ordine, ora accetta di andar via, reietta e emarginata. Ma tornerà, quando sarà il momento, e l’astio contro la suocera svaporato, entrerà nell’ospedale, dove quella donna orribile sarà ricoverata in mezzo a un tripudio di fiori, portati dall’azienda, e le porterà qualcosa dei vestitini di Giovanni, conservati come reliquie. Non potranno bloccarne l’ingresso, non porta mica il covid. E potrà fino in fondo godersi lo spettacolo.

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