Diario di una spettatrice
Godot in Iran
Il nuovo film di Jafar Panahi parla della dittatura in Iran con gli strumenti del teatro, tra realismo e paradossi comici. E con un omaggio (esplicito) a Beckett. Da non perdere
Quante letture è possibile dare del nuovo film di Jafar Panahi, Un semplice incidente, meritatissima Palma d’oro a Cannes? Mi limiterò a suggerirne qualcuna, chiedendo a chiunque ami il cinema di vederlo e di dare la propria personale lettura di questa pellicola, incluso il significato della scena finale che il regista e sceneggiatore iraniano lascia volutamente aperto.
Una premessa per chi non lo conosce. Esponente di spicco della “nouvelle vague” cinematografica del suo paese, l’Iran, Panahi ha iniziato ad amare il cinema da bambino, vedeva i film e poi li recitava a casa alle sorelle che in quanto donne non potevano andare nelle sale. Ha imparato il mestiere facendo l’assistente alla regia di Abbas Kiarostami. Pur di fare il cinema ha affrontato le frustate e la detenzione nella prigione di Evin, gli è stato impedito di lasciare l’Iran, i suoi film girati clandestinamente sono banditi dal regime degli ayatollah. Nonostante questo è l’unico regista ad aver vinto tutti i festival più importanti del mondo: Cannes, Venezia, Berlino. E quest’anno è riuscito a ritirare di persona la sua Palma d’oro.
Racconto il succo della storia, segnalando che questa volta il regista non è presente in scena come nei suoi film precedenti Taxi Teheran e Gli orsi non esistono. Tutto inizia, come dice il titolo, con un semplice incidente ed è da questo trascurabile imprevisto che si innescherà la valanga che travolgerà i protagonisti del film.
Siamo in un quartiere periferico di Teheran, è sera, nell’abitacolo di un’auto una famiglia sta tornando a casa, il padre guida, la moglie accanto a lui è incinta, dietro c’è la figlia bambina che balla felice. Nel buio l’auto investe un cane, la bambina accusa il padre, sei un assassino, è stata la volontà di Dio, dice la mamma, Dio non c’entra, ribatte la figlia. Dopo poco l’auto si ferma, qualcosa non va, forse Dio c’entra, l’uomo cerca aiuto in un’officina, è solo un piccolo incidente. Ma il meccanico Vahid che lo soccorre crede di riconoscere nel suo passo strascicato, il passo di chi ha una protesi, lo stesso passo del funzionario dei servizi segreti che anni prima lo torturava in carcere, l’aguzzino soprannominato Eghbal, gamba di legno. Il desiderio di vendetta lo acceca, sequestra l’uomo che proclama la sua innocenza, sta per ucciderlo e seppellirlo nel deserto. Ma è davvero lui? Vahid non può esserne certo, era sempre bendato e non l’ha mai visto in faccia. Per verificare l’identità dell’uomo entrano allora in scena altre sue vittime: chi lo riconosce dall’odore del sudore, chi dalla ferita alla gamba, chi dalla voce. E a questo punto mi fermo.
Come scrivevo all’inizio, ci sono diversi piani di lettura in questo film.
– Il primo riguarda il soggetto di Panahi che ancora una volta non può che essere politico, il regista ci racconta l’Iran di oggi: c’è il dubbio opposto al fanatismo dei funzionari della rivoluzione, c’è l’umanità dei personaggi opposta alla crudeltà del regime teocratico.
– Come viene raccontata la storia? Il film inizia e finisce con due lunghi piani sequenza, cioè la tecnica di ripresa in cui non c’è montaggio, entrambi avvengono di notte: il primo piano sequenza è nell’abitacolo dell’auto, l’ultimo avviene nel deserto illuminato dalle luci rosse degli stop di un furgone. È teatro allo stato puro realizzato col ritmo incalzante del miglior cinema. Segnalo che il film è privo di colonna sonora, i rumori sono in presa diretta e gli uccelli sono protagonisti del sonoro in molte scene.
– I personaggi costruiscono nel corso della pellicola un coro polifonico di pareri discordanti in cui le donne rappresentano la forza e la determinazione, esattamente ciò che sta avvenendo in Iran: c’è la fotografa Shiva che va in giro senza velo, c’è la sposa Golrokh decisa a non presentarsi all’altare pur di vendicare lo stupro subìto.
– Infine c’è la struttura del film, le situazioni e i dialoghi che richiamano – in un passaggio c’è un riferimento esplicito a Aspettando Godot – il teatro surreale, grottesco, drammatico ma anche comico di Samuel Beckett. Perché ad alleggerire la tensione arrivano momenti esilaranti, come quando i poliziotti che si fanno corrompere estraggono il pos per farsi pagare con carta.
Un semplice incidente è un film straordinario con un finale aperto: Godot arriverà? E chi è Godot? Mentre il cinguettio degli uccellini si mescola al passo strascicato di una protesi (un suono reale o solo impresso nella mente di Vahid?) forse Panahi ci suggerisce che è lecito concederci di credere, nonostante tutto, nella pacificazione tra carnefici e vittime, forse c’è ancora speranza.