Alessandro Agostinelli
A 175 anni dalla nascita

Inseguendo Stevenson

Breve percorso (molto personale) dentro la vita e l'opera di Robert Louis Stevenson, il grande narratore che raccontava storie e viaggiava il mondo "per andare"

Quando avrò 44 anni – dicevo – mi ammazzerò. Il mio riferimento era alto, altissimo direi. O meglio, pensavo che non avrebbe avuto senso vivere oltre quell’età senza aver fatto niente di paragonabile alla vita di colui che chiamo Sua Immensità. Vale a dire Robert Louis Stevenson, di cui oggi, 13 novembre 2025, ricorrono 175 anni dalla nascita. Col tempo e con la “saggezza” dell’età matura ho rivisto quella scadenza e quei riferimenti. E per fortuna sono ancora qui. Del resto anche Francis Scott Fitzgerald è morto a 44 anni. E i due sono autori che sono rimasti nel cuore di tanti lettori nel corso del tempo.

Personalmente ho dedicato varie attività della mia esistenza a Stevenson, quello per il quale gli indigeni di Apia, nell’isola Samoa, decisero di scalare una montagna, disboscando un piccolo sentiero, con la sua bara sulle spalle, per andare a tumulare Tusitala (così lo chiamavano loro: il narratore di storie) in cima al monte Vaea. Era il loro omaggio a un grand’uomo che, minato dalla malattia fin da piccolo, trovò la maniera di attraversare tutto il Mondo viaggiando e scrivendo. La tubercolosi lo colse giovanissimo e non lo mollò mai. Tuttavia, lui seppe vivere pienamente la sua esistenza.

Ho seguito le orme di Stevenson in Francia e in California. Sono quindi circa a metà, mi mancano la Scozia e le isole del Pacifico per chiudere quasi definitivamente questo mio personale omaggio.

Cevennes (Francia). A 29 anni Stevenson lasciò la fredda terra scozzese e si diresse a sud. Prese un asino e insieme a questo animale scese dal Massiccio Centrale per percorrere a piedi metà Francia, attraversando proprio questa enorme zona che ho visitato anch’io sulle sue orme e che è diventata un parco naturale. Stevenson Ne trasse un libro, uscito nel 1879, che si intitola Viaggio con un asino nelle Cevennes. E lì sopra scrisse forse la più bella frase che un viaggiatore abbia mai udito: “Per quel che mi riguarda io viaggio non per andare da qualche parte, ma per andare. Viaggio per viaggiare. La gran cosa è muoversi, sentire più acutamente il prurito della nostra vita, scendere da questo letto di piume della civiltà e sentire sotto ai piedi il granito del globo, appuntito di selci taglienti”.

Scendendo a sud da Mende, sono entrato dentro al Parco di Cevennes per vedere da vicino i luoghi dove Stevenson camminava a fianco del suo asino. L’inverno toglie forse il fascino del sole a queste colline e a certi ruderi di castelli, o anche alle case isolate sopra un colle in questa specie di vecchia brughiera. Eppure, quel po’ di foschia e un’insistente pioggerellina regalano un’atmosfera più intima e maggiormente incline ai pensieri meditabondi. Così, mentre cammino su questa altura, bagnandomi le scarpe fin dentro l’erba alta, ripenso a Lo Strano caso del Dottor Jekyll e del Signor Hyde, all’ambientazione gotica e nebbiosa di quello strepitoso romanzo di appena cento pagine; ripenso alla Freccia Nera, al Signore di Ballantree e perfino a Long John Silver, il cattivone de L’Isola del Tesoro. Cammino su questo dorso di collina da dove si vede a strapiombo l’ansa del fiume giù sotto e il corso d’acqua che freme a ridosso della montagna di fronte, scalpitando con la sua portata che cerca di raggiungere rapidamente la foce. Ma ha ancora molta strada da fare.

Risalgo in auto e procedo lentamente tra curve e saliscendi. Attraverso per lungo tutto il Parco Cevennes, questo patrimonio dell’umanità che non raccoglie soltanto pregi naturalistici e tradizioni antiche, ma evoca il passaggio di una specie di messia dei viaggiatori, un profeta che seppe fare della propria vita un romanzo bello quasi quanto quelli che scrisse. Guido da solo, per centinaia di chilometri e anche quando ormai ho lasciato le Cevennes da tempo alle mie spalle, sento ancora accanto a me Sua Immensità. Del resto la letteratura fa proprio questo: ci mette a fianco i giganti del passato, ci fa brillare gli occhi sugli stessi sentieri che essi hanno percorso; non ci lascia soli, anzi introduce nella nostra vita una compagnia solida e coraggiosa. Insieme all’esperienza del viaggio la letteratura spalanca abissi di pienezza contemplativa e anima in noi i sogni più audaci.

Monterey (California). Da San Francisco, dirigendosi verso sud si può fare come i protagonisti de L’isola del Tesoro e puntare la “prua verso il mare”. Si imbocca un pezzo di freeway e, appena sotto tiro, si svolta sulla highway 1, una delle più vecchie strade californiane. Si scende a velocità moderata fino a Santa Cruz e, ancora avanti, si tiene sulla destra una baia di facile approdo. Monterey è vicina, tanto vicina che viene da pensare alla fatica di Robert Louis Stevenson e della sua precaria salute, quando arrivò da queste parti, al French Hotel, dopo un viaggio dalla Scozia, lungo molteplici meridiani del globo terrestre. Si infila la piccola Houston Street e non c’è da scoraggiarsi se all’apparenza sembra una stradina periferica che non porta in nessun dove. Si può posteggiare direttamente sulla strada, davanti a qualche edificio abbandonato, e proprio lì di fronte c’è il vecchio French Hotel, l’albergo che ospitò Stevenson nel 1879 e dove egli conobbe quella che sarebbe diventata sua moglie, Fanny Osbourne, una signora americana più grande di lui e già con figli. Ma Stevenson era tipo piuttosto stravagante per farsi scoraggiare dalle etichette. Qui, in questa casa che adesso è su tutte le guide turistiche come la casa-museo di Stevenson, lo scrittore iniziò a pensare al suo libro più famoso, L’isola del Tesoro. Il misero albergo dicono costasse allora una sciocchezza, come 2 dollari al mese e oggi si può varcare la soglia del suo giardinetto prospicente la strada pagando all’entrata poco più della stessa cifra per vedere le stanze al primo piano che sono arredate con tutti gli oggetti dell’epoca.

La struttura dell’edificio è interamente in legno e le pareti esterne sono dipinte di bianco, un bianco che espande la luce del sole, facendo risaltare ancora di più i fiori del giardino sul retro, più grande di quello sulla facciata e composto da due piccoli viottoli tra alcune aiuole che sembrano un incrocio tra un orto coltivato a verdure e un giardino di pertinenza casalinga. Nelle stanze superiori ci sono i mobili che Stevenson ha usato. C’è il seggiolone dove lo scrittore sedeva. C’è lo scrittoio con alcuni oggetti per la scrittura e vari documenti che testimoniano la presenza felice e creativa della stesura del suo libro più famoso.

Confessione di Natale. L’ultimo incontro con Stevenson è stato per me il suo sermone natalizio, che insieme a Marzia Stevenson Maestri abbiamo ridotto per il teatro, in una lettura di grande magia ed evocazione. È il testo a creare quest’atmosfera magnetica che, vicino al Natale, fa vibrare le coscienze e i cuori degli ascoltatori. Proprio in questo testo, che lo scrittore creò per essere letto in famiglia, pensando di essere ormai giunto quasi alla fine della sua vita, si trovano indicazioni preziose per tutto ciò che nella vita valga la pena di essere vissuto. Ci si aspetterebbero norme precise, suggerimenti salutari, grandi ideali, profondi concetti culturali. E invece, niente di tutto questo. Robert Louis Stevenson, dice che sono soltanto due le cose che servono nella vita: la gentilezza e l’allegria. Perché con questi due valori possiamo rendere migliore la vita, la nostra e quella degli altri.


Accanto al titolo, Robert Louis Stevenson in un ritratto dal celebre fotografo australiano Henry Walter Barnett.

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