Roberto Mussapi
Every beat of my heart

Il silenzio parla di Dio

Leggendo i versi di Loretto Rafanelli, tratti da “Lo sguardo senza fine”, libro tra «i più belli dell’anno», si ha l’impressione che il tempo si distenda all’infinito. Così, chi commenta oggi la poesia che presentiamo, trova le sue ragioni di quattordicenne e comprende meglio il sé adulto

Lo sguardo senza fine, di Loretto Rafanelli (Jaca Book), è uno dei libri di poesia più belli dell’anno che stiamo ancora vivendo. Senza fine, anche a novembre, grazie anche a Rafanelli che distende all’infinito il tempo. Leggiamo questi versi e scopriamo come il sacro e il senso religioso, ben sapeva e scriveva Ungaretti, sono congeniti alla poesia, indipendentemente dalle idee o convinzioni del poeta in materia. Ho improvvisamente rivissuto, in questi versi splendidi (il distacco dalle labbra, sagrestie scure e quindi cattedrali vuote) il periodo della mia vita in cui, a quattordici anni, persi la fede e smisi di entrare in chiesa, per ritrovarla, la fede, quindici anni dopo, grazie alla vita e alla vita bruciante di vita, e di poesia, poi leggendo Baudelaire, non un cristiano professante, che aveva fatto sentire Dio, o la nostra ricerca di Dio, nel silenzio. Nella stessa chiesa dove la celebrazione opprimente al ragazzo, può diventare rito per l’uomo, che grazie al silenzio ha trovato la poesia, e grazie alla poesia, trovato, o cercato Dio. Trovarlo o cercarlo è un sinonimo. Le poesie insegnano, questa di Raf mi ha svelato qualcosa di me stesso, che c’era, obliato, e i versi di un poeta ora risvegliano.

 

 

 

 

 

 

 

Forse il distacco che ci separa

dalle nostre labbra

è terra sbiadita, immobile pena

che il credo perfora. Ricordo

le cattedrali vuote, le sagrestie

scure nei tardi pomeriggi

della domenica, con la messa

che pesava come occhi

coscritti nella carne.

E raccolti nelle veglie

delle mute lanterne, il silenzio

era il segreto che parlava di Dio.

Loretto Rafanelli

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