Mimmo Stolfi
A proposito di “Hikmah”

Il pianoforte spirituale

Improvvisazione jazzistica e pratica della meditazione convivono nel nuovo album del pianista sufi britannico Pat Thomas

Pat Thomas non è un semplice pianista. È uno scienziato del suono, un pensatore compassionevole e un viaggiatore instancabile tra mondi musicali diversi. Nato a Oxford il 27 luglio 1960 da genitori di Antigua, ha costruito la sua vita musicale sul rigore, sulla curiosità e sulla devozione spirituale che gli proviene dalla sua fede sufi. Sopravvissuto a un ictus nel 2020, che lo ha costretto a imparare di nuovo a scrivere, oggi, a 65 anni, suona con una lucidità e una forza espressiva rare: la sua musica è al tempo stesso trascendente e concreta, radicata nelle origini africane e nella fascinazione per il misticismo islamico.

Cresciuto ascoltando reggae, calypso, musica classica e country, Thomas si avvicinò al pianoforte dopo aver visto Liberace in televisione, ma fu la serie BBC dedicata a Oscar Peterson a lasciargli un’impressione duratura. In assenza di uno strumento vero, praticava su un ritaglio di cartone, fino a quando un vicino donò alla famiglia un piano verticale, e Thomas lo fece suo senza esitazione. Giovane, eppure già molto determinato, iniziò a esplorare il jazz attraverso Duke Ellington, Thelonious Monk, Cecil Taylor e Sun Ra, imparando a dialogare con la tradizione e insieme a sfidarne i confini.

La sua formazione musicale si sviluppò tra Oxford e Londra, nel contesto eclettico dell’Oxford Improvisers Collective e dei concerti di improvvisazione libera europea. Peter Brötzmann, Evan Parker e Derek Bailey furono figure fondamentali, così come l’esperienza nella funk band M4 con il fratello chitarrista Evan. Già negli anni Novanta, Thomas emerge come figura di riferimento della musica improvvisata britannica, con un approccio radicale e visionario. Il suo debutto solista, New Jazz Jungle: Remembering, mescolava drum’n’bass, funk mutante e astrazione sonora, anticipando una nuova sensibilità musicale senza tradire la disciplina del jazz.

Nel corso degli anni ha collaborato con una galassia di artisti, da Lol Coxhill e Tony Oxley a Matana Roberts, fino a formare un quartetto [Ahmed], capace di ripensare la musica di Ahmed Abdul-Malik attraverso improvvisazioni ipnotiche, ossessive e trascinanti. Parallelamente, Thomas ha esplorato la musica elettronica, dalla glitch e IDM di This Is Trick Step all’astrazione estrema di Kanza Al Qalb, sempre con un approccio rigoroso e una cura quasi liturgica per il dettaglio sonoro.

La devozione al Sufismo ha plasmato anche la sua concezione della performance e dell’ascolto. Per Thomas, la musica è pratica spirituale, mezzo di trasformazione e contemplazione. Non sorprende che in registrazioni.chiave della sua carriera, come The Solar Model of Ibn Al-Shatir o Burdah Variations, la spiritualità e la curiosità storica si fondano con l’inventiva tecnica, dando vita a paesaggi sonori che sono al tempo stesso profondi, intelligenti e accessibili.

Il suo nuovo album, Hikmah, appena pubblicato per TAO Forms, rappresenta il culmine di questo percorso. Otto composizioni per pianoforte solo, tra improvvisazioni e scritture cesellate, registrate presso lo studio Fish Factory di Londra, in cui la saggezza e la meditazione si fondono con la sensibilità tecnica e l’intuizione artistica. L’apertura è delicata ma già intensa, introducendo un dialogo costante tra tensione e sospensione. Nei brani centrali, il pianoforte si fa materia fluida e architettura instabile: cluster che esplodono e si dissolvono, arpeggi che sembrano respirare nello spazio dello studio, pause che diventano stanze di contemplazione. La mano sinistra scandisce ripetizioni ossessive mentre la destra esplora linee melodiche libere, generando un misticismo tangibile e ipnotico. È una musica che richiede attenzione, ma ricompensa con la sua profondità. Ogni ascolto rivela nuove connessioni tra armonia e silenzio, ritmo e meditazione.

Il fascino di Hikmah risiede anche nel dialogo con la tradizione. Thomas attinge dal jazz più vibrante, ma non ha timore di introdurre armonie arabe, modulazioni orientali e riferimenti alla musica classica occidentale. Il risultato è un linguaggio del tutto personale, costruito sull’esperienza diretta e sulla pratica spirituale. Come scrive William Parker nelle note di copertina, la musica di Thomas diventa “profezia e preghiera, tutto in un unico gesto”.

Hikmah è la sintesi di una vita dedicata alla musica, un percorso che attraversa generazioni, continenti e stili diversi, fino a condensarsi in un’opera che è insieme istruzione, preghiera e celebrazione della bellezza sonora. In questo senso, non si tratta solo di un semplice album, ma di una mappa di saggezza, di un invito ad attraversare con l’artista le pieghe del suono, lasciandosi trasportare tra le note, i silenzi e la meraviglia, fino a percepire la musica come esperienza di conoscenza e, perché no, di trascendenza.

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