Al Ravenna Festival
Händel allo specchio
PIer Luigi PIzzi, con la direzione di Ottavio Dantone ricostruisce con fantasia e rigore la "Trilogia d'autunno" di Händel: “Orlando”, ”Alcina” e “Messiah”
Quest’anno il Ravenna Festival ha ideato la Trilogia d’Autunno dedicandola a George Frederich Händel mettendo in scena Orlando, Alcina e Messiah, indubbiamente tre fra le maggiori opere di questo padre della nostra musica, compositore inarrivabile e genio drammatico; coetaneo di Bach, allo stesso modo grande e moderno, eppure rivolto ad altri orizzonti e in particolare al teatro. Ed è soprattutto grazie alla collaborazione tra il rigore visionario di Pier Luigi Pizzi e l’indiscutibile talento di Ottavio Dantone a cui è stata affidata questa Trilogia, in occasione dei 340 anni dalla nascita di Händel, che l’autorevole Festival Ravennate è riuscito a richiamare il mondo ideale e intramontabile dell’epica cavalleresca.
E pensare che a Inizio Settecento in Inghilterra si disprezzava l’opera italiana al punto che quando andò in scena The Tender Husband (“Il marito amorevole”) di Richard Steele, l’autore esortava i compatrioti ad opporsi all’invasione italiana e all’opera, in quanto cavallo di Troia del cattolicesimo: “Britannici… preservate questo palcoscenico dall’insulto straniero, non accogliete più le schiamazzanti tribù degli italiani. in lingue ignote; è papismo, nello spirito”. E nonostante questa atmosfera, Händel (nato in Germania ma vissuto in Inghilterra), poco tempo dopo si dimostrò paladino della musica italiana. Grazie anche ai testi di Ludovico Ariosto, rielaborati da Carlo Sigismondo Capece, da cui derivò il magnifico Orlando che abbiamo visto come prima opera di questa Trilogia ravennate.
Di questo prezioso regista novantacinquenne, Natalia Aspesi ci raccontava che “lui è il gentiluomo che ha sempre fatto quello che ha voluto, il gran signore che non smette mai di sorridere mentre si muove veloce, come se il tempo non andasse sprecato. È uno dei grandi del nuovo teatro, l’ultimo forse, a parlare di loro per averli ben conosciuti”. E prosegue delineando perfettamente il suo stile: “Estetica, Rigore e Ironia”.
Le memorie di Pier Luigi Pizzi, regista, scenografo e costumista, attraversano poco meno di un secolo di storia del teatro e del nostro Paese. Nato nel 1930, a Milano, spettatore della Scala fin da bambino, è testimone del grande fermento culturale del dopoguerra, periodo in cui scopre la sua vocazione teatrale. Segue la rottura con la famiglia, il trasferimento a Roma per seguire la sua passione e la rapidissima affermazione. Passato da un repertorio all’altro, da un linguaggio all’altro, in una carriera straordinaria divisa tra prosa e opera e cinema, non c’è regista, cantante o direttore che non abbia incrociato sul suo cammino, a cominciare da Luchino Visconti e Giorgio Strehler. Fondamentale l’incontro con Giorgio De Lullo e Romolo Valli negli anni della Compagnia dei Giovani, ma anche con Luca Ronconi, l’amicizia con artisti come Leyla Gencer, Gianandrea Gavazzeni, Riccardo Muti, Valentina Cortese, Franca Valeri e tantissimi altri.
“La mia impazienza – ci racconta Pier Luigi Pizzi – è uno stato d’animo che mi accompagna da più di novant’anni e di cui ho parlato in tante occasioni. È la parte più forte del mio carattere, che mi costringe ad andare avanti immaginando ogni volta nuovi traguardi, nuovi punti di arrivo. Per tutta la vita ho desiderato anticipare le cose, invece di aspettare la fine per valutarle. E non si tratta di fretta. La fretta porta inevitabilmente a una mancanza di approfondimento. Nel mio caso ho sempre sentito una smania nascosta, come se ci fosse dentro di me una sorta di motore, una sorgente costante di energia, di propositi, di novità”.
Orlando, dramma musicale in tre atti, andò per la prima volta in scena a Londra al King’s Theatre il 27 gennaio 1733. E il pubblico londinese di allora, come quello di pochi giorni fa a Ravenna si è ritrovato davanti la tavolozza di Händel in cui si succedono recitativi, strumentati, ariosi, recitativi semplici e arie. Con innovazioni strepitose. E lo stesso succede in Alcina dove più che i sinistri trofei è rappresentato il declino, con arie che trasudano umanità e ne fanno dimenticare la natura di emissaria satanica. Tutto ciò ci è restituito con grande maestria da Pier Luigi Pizzi e Ottavio Dantone. Per Pizzi, Orlando, solo come scenografo, con la direzione di Mario Ferrero, fu il primo incontro con l’opera Barocca, nel 1959 al Maggio Fiorentino. Allora si costruivano i personaggi come stereotipi. Mentre nel 1978 al teatro Filarmonico di Verona la sua prima regia fu Orlando Furioso di Vivaldi diretto da Claudio Scimone. E qui affrontò questo allestimento legandosi a un’altra idea che nel frattempo si era fatto del Barocco. “Barocco per me – ci sottolinea Pizzi – significa libertà, in tutti i campi. Per esempio nell’architettura venivano utilizzati gli stessi elementi del classicismo, la colonna, il capitello o l’architrave, ma in modo totalmente diverso e imprevedibile. Borromini e Bernini seppero riprendere componenti dell’architettura classica trasformandoli in libere fantasie che tuttavia avevano sempre una struttura e una base e quindi divennero un linguaggio e uno stile nuovo. Anch’io allora sono partito dall’idea di riproporre gli elementi di un teatro che si basa sull’immaginazione e sulla fantasia, adottando la macchineria del barocco, ma con modalità più moderne”.
Il regista da tempo collabora con Ottavio Dantone: nell’edizione ravennate dello scorso anno misero insieme Il Ritorno di Ulisse in Patria di Monteverdi e Didone ed Enea di Purcell. Nella nuova edizione 2025 dedicata a Handel hanno adottato un progetto unico utilizzando lo stesso dispositivo scenico con varianti per ogni singola opera ma mantenendo la stessa linea interpretativa. Anche perché le due opere – ci dice il regista – provengono dalla stessa fonte, il poema cavalleresco di Ludovico Ariosto. In stretta parentela di linguaggio poetico.
Pizzi ha pensato all’allestimento come una struttura scenica basata su materiali specchianti in grado di produrre riflessi, rimandi, immagini sfuggenti, proprio come le trame e i personaggi. Restituendoci perfettamente la figura di Angelica, (ben interpretata dal soprano di lunga esperienza Francesca Pia Vitale) esempio classico di donna che possiede femminilità, bellezza, fascino, potere di attrazione e seduzione, ma anche falsità, volubilità, ambiguità, capriccio. Attorniata da Dorinda (la perfetta Martina Licari soprano che ha avuto calorosi applausi a scena aperta anche nell’Alcina nel ruolo di Morgana). Tutto questo per Pizzi rende il suo personaggio simile a un gioco di specchi. E lungo tutti gli atti gravita l’affascinante figura di Amore (interpretato dall’attore Giacomo Decol, non più allegoria ma figura reale).
Mentre Orlando (portato in scena dal controtenore Filippo Mineccia) è un eroe sconfitto, combattuto fra la gloria e l’amore, un uomo pieno di dubbi e di insicurezza. Eroe immortale ma fragile, esposto al potere assoluto dell’amore. Che si rapporta a Medoro (interpretato dall’altro controtenore Elmar Hauser anche lui di nuovo in scena nell’Alcina nel ruolo di Ruggero) e al giustamente austero e regale Zoroastro (impersonato dal baritono di origine cilena Christian Senn).
Gli specchi, anche in questo caso, servono a trasmettere un senso di fuggevolezza, di effimero, all’interno di un luogo della memoria. In Händel non c’è un personaggio che abbia una sola faccia e questa regia, associata alla magistrale direzione musicale di Dantone, ce lo sottolinea magnificamente.
Per ottenere questo risultato Pizzi utilizza splendidamente un enorme ledwall (che peraltro avevamo già apprezzato nelle sue regie pucciniane a Torre del Lago durante il Festival Puccini 2024, quando ne era stato nominato direttore artistico). Tutto quello che vediamo è parte della natura, alberi, prati, boschi, architetture arborescenti e un labirinto di siepi, dove ci si perde con tanto fascino incantando il pubblico ravennate di questa preziosa rilettura handeliana. Mentre in Alcina, che debuttò sempre a Londra al Covent Garden il 16 aprile 1735, si respira un clima diverso dominato dalla magia. E naturalmente producendo continui applausi alla protagonista Alcina (restituitaci in modo egregio dal mezzosoprano Giuseppina Bridelli) a scena aperta e nel finale a tutto il cast di grande qualità.
Per Pizzi non esiste Barocco senza il rigore e l’ordine, senza avere per forza capricci. Estasi deliqui, deliri e follie a cui in passato eravamo abituati. Il regista vuole trasmetterci emozioni, puntando sulla forza della musica e sul potere della parola.
E questo risultato lo si è ottenuto anche grazie alla grande sintonia con lo scrupolosissimo Ottavio Dantone. Lui è sempre stato capace di trovare le ragioni della musica, possedendo anche un profondo senso del teatro. Dantone definisce il teatro come “strategia delle emozioni” e anche nell’oratorio in lingua inglese, il Messiah a conclusione di questa bellissima trilogia, Dantone riesce a valorizzare la genialità di Händel creando qualcosa di inedito rimanendo pienamente riconoscibile nel proprio stile. Che intrecciando l’esperienza accumulata con l’opera italiana, la propria estrazione tedesca, e anche la conoscenza degli usi musicali francesi, può dirsi a pieno titolo lo “stile perfetto”.
Insomma, la Trilogia d’Autunno dedicata a Händel prosegue la grande qualità del festival ravennate, garantita ogni anno dalla Direzione Artistica di Franco Masotti e Angelo Nicastro, assieme a Cristina Mazzavillani Muti, presidente onorario.
Le fotografie sono di Zani-Casadio.