Nadia Tarantini
A proposito di "Bagaglio leggero”

Scrivere è una casa

Mirella Armiero e Francesco Paolo Busco hanno indagato la vita e la scrittura di Fabrizia Ramondino attraverso il racconto dei luoghi della sua vita

Se sei nomade sin da piccola – le case acquistano un altro sapore. Come vestiti che puoi cambiare, e ogni abito ti restituisce un’altra immagine di te stessa. «A Fabrizia Ramondino appartengono moltissimi luoghi. E anche nella stessa Napoli sono molte le case che ha amato e adattato alla propria natura bifronte, intimamente solitaria e al tempo stesso aperta al sociale, al confronto con l’altro. Ma soprattutto nomade: così la scrittrice si sentiva e si definiva».

In Bagaglio leggero – Viaggio nei luoghi di Fabrizia Ramondino, Mirella Armiero e Francesco Paolo Busco (Nutrimenti, 144 pagine, 17 Euro) intraprendono lo stesso viaggio: «Due amici di vecchia data, provenienti da percorsi diversi e da qualche tempo sedotti entrambi da Fabrizia Ramondino, dalla sua scrittura e dal suo modo di stare al mondo. Uno è un camminatore curioso, ricercatore di luoghi, l’altra una lettrice più sedentaria. Un ingegnere e una giornalista.»

È il 2021, il periodo del Covid, e qualche portiere diffida, qualche vecchia vicina di casa si incuriosisce, apre le porte del suo appartamento. Il viaggio continua fra gli entusiasmi di Francesco Paolo, le pigrizie di Mirella; e regala ad entrambi scoperte e riflessioni. Comincia in un palazzo umbertino di Napoli, dove nel 1965 la scrittrice si trasferisce dopo la morte della madre; dopo la rottura con Francesco Alberto Caracciolo e quando si è appena accorta di essere incinta della figlia, Livia Patrizi, concepita a Milano nella relazione con Livio Patrizi. Un itinerario vertiginoso, che Ramondino ha attribuito ad Elettra, la protagonista del suo racconto Storie di patio: «I continui mutamenti di luogo avevano acuito in lei la percezione del tempo. E ora il continuo peregrinare di casa in casa, di paese in paese, di lingua in lingua, si aggiungevano ai mutamenti del suo corpo […].»

C’è l’infanzia in Spagna, con il padre diplomatico, appena tornato, nel 1934, dalla Cina; descritta in Guerra d’infanzia e di Spagna, è una «infanzia luminosa e fantastica», che delinea il mondo visionario ed estremamente concreto della scrittrice. L’infanzia di Maiorca è seguita da quella, non meno amata da Ramondino, che si svolge a Massa Lubrense, più inquieta e meno perfetta, raccontata in Athénopis. In Spagna ha abitato due case, quella che le è restata nel cuore si trova a Son Batle, ci torna per caso nel 1979 e scrive: «Quella prima casa è sempre stata per me, nonostante le esperienze tragiche di ogni infanzia, il paradiso perduto e l’ho rivista molte volte in sogno, vuota di abitanti e di cose, mentre ne invocavo il nome e mi disperavo».

Quando ha soltanto undici anni, la famiglia si trasferisce in Francia, a Chambéry, e Fabrizia Ramondino vivrà per due anni in un castello, dove il francese diventerà la sua seconda lingua – che insegnerà e tradurrà per anni. In Francia tornerà da adulta, per poi trasferirsi in Germania, esperienza raccontata in Taccuino tedesco. Così ci restituisce quel suo viaggio: «Tanto ero ignorante della vita, quanto ero brava a scuola. Con questo bagaglio contraddittorio di sapienza e ignoranza e con una piccola valigia partii per la Germania, affidata da mia madre a un mio cugino maggiore, impiegato di banca, che doveva fare uno stage presso la Rhein-Main Bank di Francoforte sul Meno.»

Un luogo speciale sarà invece Palazzo Marigliano a Napoli, già dimora di rivoluzionari, sede di importanti istituzioni storiche – dove la casa privata di Ramondino diventerà stanza collettiva per stare insieme, discutere, progettare e divertirsi. Vi arrivano intellettuali come Gerardo Marotta, Antonio Iannello. È a Palazzo Marigliano, costruzione marmorea incistata nei vicoli di San Biagio dei Librai, che Fabrizia scopre la fame dei bambini, non solo di cibo, ma di cultura, scrittura, letteratura. E comincia quell’insegnamento di strada che non lascerà sino alla fine della vita.

Non meno interessanti sono i suoi rapporti con il “paese dei bambini” a Torre Caracciolo, nei Campi Flegrei, mentre a Villa Amore, in via Manzoni a Napoli, le accoglienti stanze di Ramondino mescolano attivisti, studenti, proletari e nobili decaduti – segnando per sempre la sua duplice attitudine di scrittrice, intellettuale; e rivoluzionaria in servizio permanente nei confronti dei più deboli. Un giorno e mezzo è il romanzo che ci racconta quel periodo, quando la figlia Livia è piccolissima (nello stesso periodo, abiteranno anche uno stabile a Portici, Villa Patrizi). Figlia che, diventata ballerina, si trasferirà a Parigi – dove la incontriamo esibirsi a La Villette.

Non solo case, nel nomadismo di Fabrizia Ramondino; anche viaggi, una volta sino alle foci del San Lorenzo in Canada. Fino a che viene attratta inesorabilmente nella vertigine del Casone, una «un’antica e in parte diruta masseria sulla costa amalfitana», come scrive lei stessa. E in un altro mare, quello di Ventotene, in cui ambienta un intero libro, L’isola riflessa. Dove si alzava all’alba, e aspettata il sole in una piazzetta quadrata. Ma è di nuovo a Napoli che incontra un’esperienza drammatica, quella del terremoto del 23 novembre del 1980: Palazzo Spinelli di Laurino, ai Tribunali, non lontano da Palazzo Marigliano. Dopo il terremoto, il vagabondaggio con la figlia diventa concitato, presso amici e parenti, precario; fino all’approdo di Itri, l’ultimo approdo della sua vita nomade.

«Il paese non è né bello né brutto», scrive nel suo ultimo libro, La via, pubblicato il giorno dopo la sua morte, a giugno del 2008. Le piace Itri, ha conoscenze, ama scendere al mare a Piana Sant’Agostino, dove negli ultimi suoi giorni si trasferisce. Ha un’amica che l’aiuta anche a battere a macchina le sue opere. Il lavoro non lo abbandona, anche se l’alcolismo morde. Da Sant’Agostino si vedono Ponza, Palmarola, Ventotene e Santo Stefano. La sua tomba è orizzontale, non ha nessun elemento che si innalzi dalla terra, la scritta rappresenta un suo testamento spirituale: E SE LE COSE TERRENE TI HANNO DIMENTICATO/DI ALLA TERRA TRANQUILLA: SCORRO/ DI ALL’ACQUA RAPIDA: SONO.

Resta da dire, di questo libro piacevole da leggere, evocativo per approfondire l’anima di una grande scrittrice – che ci accompagna con garbo e delicatezza, che ci fa vivere il nomadismo di Ramondino come una scelta/non scelta (non ha scelto in quale famiglia nascere), che nel tempo diventa la plastica rappresentazione della sua creativa irrequietezza.


Accanto al titolo, Fabrizia Ramondino in una foto di Augusto De Luca.

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