Every beat of my heart
Ero e Leandro
Per aver molto amato, uno dei protagonisti delle “Eroidi” di Ovidio muore portato via dal mare. Il suo «cuore non regge all’amore», consegnandosi così per sempre all’amata. Che in questo monologo di Roberto Mussapi descrive la sua sorte tanto diversa da quella di Didone, di Arianna, di Penelope…
Mi accorgo che il mio primo monologo in versi tratto da Voci dal buio (Jaca Book, 1992) fu scelto da Ivana Monti, che non conoscevo: certo ricordo gli avvenimenti, non necessariamente la cronologia. Ero già stato interpretato in teatro, ma circa trent’anni prima, a Sabbioneta, e Ivana Monti dopo averlo scelto, lesse il mio monologo su Didone, Accanto al fiume oscuro, con la regia o curatela di Edoardo Siravo. Personaggio tragico Didone, come altre donne tradite o abbandonate che appaiono nel meraviglioso Heroides, Eroidi, che significa Eroine, di Ovidio. Da lei ad Arianna, vicende disperate, monologhi in cui il sommo poeta fonde lirica epistolare, elegia e teatro.
Ma ho pensato a una donna del mito dal diverso destino: Ero perde Leandro che la ama infinitamente, raggiungendola ogni notte a nuoto al faro dove lei vive. Finché una notte tempesta, mare infuriato, il cuore non regge. Ma Ero perde un uomo che la cerca e la ama continuamente. Mi è nato questo monologo per Ivana, che fu la prima a leggere miei versi di questo genere poetico di teatro.

Eroidi, Ero
per Ivana Monti
Le ho viste in sogno, mi sono apparse
in quello stato semisveglio che precede il mattino,
in cui le visioni della notte e i bagliori del giorno
si confondono in quelli che i sapienti dicono
“i sogni bianchi”, i sogni del mattino.
Che sanno fare bianchi anche quelli notturni,
l’ho esperito, fisicamente dal buio, le ombre
apparse oltretempo come oscuri e pur netti fantasmi
venivano come illuminate internamente da una luce
che pareva irradiare da un centro invisibile
ma non inesistente: no, percettibile.
Ed erano loro, in quella luce che un poeta a venire
descriverà come di Purgatorio, un luogo strano,
come tra inferno e cielo infinito,
venivano apparendo al mio ricordo immemoriale
di voci o volti vissuti e scomparsi
e vivi ancora nell’anima mia,
Arianna che guidò Teseo nel Labirinto con un filo,
e fu da lui abbandonata nell’isola, di notte,
Didone, che sempre di notte fu abbandonata da Enea,
Penelope che lo attendeva mentre lui si incantava…
E mentre scorrevano i volti e le voci
di loro tradite o abbandonate da un uomo,
io vidi Andromaca come me, in uno specchio,
io non lasciata come Arianna o Didone,
o come Creusa la moglie del pio Enea
dimenticata come uno straccio mentre Troia bruciava.
Andromaca, la moglie di Ettore che morì per lei
più ancora per lei che per le mura di Troia.
Ettore che morì combattendo contro un semidio
protetto dall’ingannevole dea Atena,
Ettore che il semidio trascinò con la biga
nel sangue e nella polvere, fece scempio.
Anch’io, come Andromaca, non tradita o ingannata,
fui resa vedova dalla morte e dal Fato.
Ma quella che per lei divenne tragedia fu un dono
per me, Ero, non fatta schiava
da un lurido Pirro acheo vincitore.
Soltanto Foscolo, e Baudelaire, due poeti a venire
seppero piangere Andromaca, in nome di Ettore.
Ma lo specchio mentiva, la morte che la rese schiava
è del tutto diversa dalla morte che io ho subito:
Leandro non fu ucciso da un uomo o da un semidio
(si assomigliano, stessi istinti bestiali):
chi portò via dalla mia vita l’uomo amato,
chi fece morire Leandro fu il mare,
mentre nuotava ogni notte per me, essere mio.
Il mare lo volle non per portarmelo via
ma per farlo per sempre, eternamente mio.
Da quella notte io, dopo il pianto disperato,
io, Ero, cessai di disperare,
perché era vivo, in ogni onda lo sento e lo sentivo
nel respiro dell’alba e nel tramonto sul mare.
Non sono Andromaca, non schiava né sola.
A volte, come scrivono i cattivi poeti,
a volte il cuore non regge all’amore.
E lui non è fuggito, lui se ne è andato
per me, per avermi infinitamente amato.
Roberto Mussapi