Enrico Fraccacreta
“Ispirazioni” di Lucia D’Augelli

Due farfalle alla ricerca dell’Oltre

Dalle campagne di San Severo risalendo a Regent’s Park. È quasi un volo in coppia quello della poetessa pugliese con Sylvia Plath. Simile è «la compenetrazione con la natura», comune il tema della guarigione e «l’esplorazione della tensione emotiva, tra ansia e aspettativa», il “dire totale”

Il poeta Attilio Bertolucci ha più volte ribadito al suo caro amico e critico Paolo Lagazzi che solo nella valle del Bratica, luogo appenninico nei pressi della città di Parma, è riuscito a osservare farfalle volare in coppia. Qualche volta, raramente, a me è sembrato vederle volare insieme anche qui, in mezzo agli uliveti di San Severo.

Nel marzo del 1961 Sylvia Plath pubblica uno dei suoi capolavori, Io sono verticale, lirica scritta in anni precedenti e poi inclusa nella raccolta Crossing the Water (1971). «Stasera, / all’infinitesimo lume delle stelle, / alberi e fiori / hanno sparso i loro freddi profumi. / Ci passo in mezzo / ma nessuno di loro ne fa caso. / A volte io penso / che mentre dormo / forse assomiglio a loro / nel modo più perfetto / – con i miei pensieri andati in nebbia. / Stare sdraiata è per me più naturale. / Allora il cielo ed io / siamo in aperto colloquio, / e sarò utile il giorno / che resto sdraiata per sempre: / finalmente gli alberi mi toccheranno, / i fiori avranno tempo per me» (traduzione di Giovanni Giudici).

La poetessa pugliese Lucia D’Augelli scrive nella sua nuova raccolta, Ispirazioni (Riccardo Edizioni, pagine 68, euro 14,00): «Fiore mio / ti offri al mio sguardo stupito / le braccia imbrattate di polline / le dita odorose / il capo gentile / quanto hai anelato / avvolgere con la mia stessa pelle?». Ovviamente, pur in modo differente, in epoche diverse, con distinte esperienze, Sylvia e Lucia sembrano apparire come le farfalle di Bertolucci. Stesso volo, stesso cielo, farfalle gemelle nella medesima traiettoria.

Simile è la compenetrazione con la natura («Ora vedo una foglia e l’istante dopo / sento la sua voce»; o anche, dice Lucia in un’altra poesia: «Pregavo le piante / di sospendere i fruscii»). Uniforme è l’esplorazione della tensione emotiva, tra ansia e aspettativa («Raccolta e mite è la giovane speranza / è la chiave indiscussa per tutti gli affanni / e le paure e le ansie»). E ancora, in Guarigioni(tema molto caro a Sylvia), Lucia chiude con questi versi: «L’immacolata guarigione / è provare gratitudine / per il proprio mistero».

Pare indubitabile che le liriche di Sylvia e Lucia si codifichino sulla stessa sottile linea d’ombra, col miracolo, a volte compiuto dalla poesia, che accade quando si hanno «promesse da mantenere» e la luce sottratta al quotidiano misteriosamente illumina le parole. È il punto di non ritorno, di sospensione dell’indicibile, di quello che non è possibile trattenere, totalmente dire per lasciare agli altri lo spazio di un riverbero di speranza. Un atto supremo di coraggio, di amore; screziato sulle ali nel volo della «ricerca dell’Oltre» di queste due farfalle nel loro lungo itinerario tra Regent’s Park, Winfield House, le campagne di San Severo e il mondo.

Nell’immagine vicino al titolo: Vincent van Gogh, Farfalle e papaveri, 1889

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