A proposito di “Allo sguardo attento”
Enea e la metaletteratura
Il nuovo romanzo di Cosimo Filigheddu è un gioco metaletterario nel quale un attore si trasforma nel suo personaggio e porta il lettore nel cuore del Ventennio
«Io sono talmente vero in scena che porto con me questa specie di alone di credibilità che ti risucchia dentro». Chiunque abbia familiarità con Boris ricorderà di sicuro le parole di Stanis La Rochelle (Pietro Sermonti), il presuntuoso e a tratti pacchiano protagonista de Gli occhi del cuore, la soap che, nella finzione dell’ormai celebre serie tv, la troupe deve girare. Tra i meriti di Boris c’è quello di avere regalato al grande pubblico un’immagine sì grottesca ma non implausibile del dietro le quinte, passando dalle difficoltà quotidiane, tra problemi di budget e intromissioni della rete, alle più generali peripezie che si devono affrontare su un set.
Televisione che parla di televisione, dunque, in un meccanismo di metafiction di notevole livello. Affinché il risultato sia ottimale, la sceneggiatura deve essere impeccabile e non è raro, qui, trovare battute che per la loro incisività diventano volentieri slogan da riprendere a mo’ di frasi idiomatiche, come quella menzionata in apertura. Emblematica di un modello di pensiero da cui traspare un’arroganza di fondo, è anche rappresentativa dell’idea, pur non condivisa da chiunque, che nella recitazione si debba fare di tutto per sembrare veri. Ma cosa succede se invece di sembrare veri, veri lo si diventa? Allo sguardo attento (Il Maestrale, 272 pagine, 20 Euro), nuovo lavoro di Cosimo Filigheddu, indaga i risvolti di questo interrogativo.
Un attore teatrale di media bravura partecipa a un provino per un ruolo di spicco in un dramma non molto promettente. Recatosi sul posto (riconoscibile da alcuni riferimenti come il Teatro Verdi della cittadina sarda di Sassari, nella foto storica accanto al titolo) e resosi conto di essere solo, il giovane viene come posseduto dal personaggio che deve interpretare, l’imprenditore Enea Marinetti: inizia così un viaggio nel tempo che condurrà il lettore nel Ventennio fascista. Tra incursioni della Storia locale e nazionale e vicende artefatte ad hoc, prende il via una narrazione dal forte potere suggestivo.
Come spesso accade con la buona letteratura, non è solo la trama a funzionare, è soprattutto una scrittura su cui, come sarebbe lecito aspettarsi, si è senz’altro ragionato molto. Accanto a un dispiegarsi coerente di eventi, nel romanzo entra in gioco un sistema metanarrativo che si regge su due filoni discorsivi distinti: da una parte c’è il plot generale, piano ma mai scarno, che permette a chi legge di orientarsi e capire il susseguirsi degli eventi, dall’altra c’è la riproduzione del copione a cui il nostro si sta attenendo, copione caratterizzato da molteplici formule inefficaci. Non è un caso che il titolo sia Allo sguardo attento perché è esattamente a un occhio vigile che non sfuggirà l’implicita requisitoria nei confronti dell’immaginaria sceneggiatura: frasi fatte, stereotipi, dialoghi insinceri, che lasciano intuire come una penna sapiente – parliamo di quella di Filigheddu – sia capace, per dirla con Edoardo Sanguineti, di sapere bene come scrivere male. Sembra quasi che lo stesso Filigheddu si stia prendendo gioco di chi, mosso da troppa fiducia nelle proprie capacità retoriche, voglia riprodurre una lingua ormai passata senza però conoscerne a pieno i dispositivi. Ecco che il cortocircuito è presto servito: la medietà che convive placidamente con la più inelegante delle rese. E infatti non si faranno attendere i commenti di Enea che, in alcuni momenti di lucidità, nonché influenzato dai pensieri dell’attore di cui si è impossessato, prende coscienza dell’artificiosità dell’opera, rompendo così la quarta parete: «Enea non capiva, ma era affascinato dall’apparente sproloquio, gli sembrava che quei concetti, mai uditi prima, avessero in sé una travolgente modernità. Infine gli arrivò un suggerimento probabilmente dal misterioso attorino che ogni tanto gli si materializzava in testa. Il discorso era stato senza dubbio applicato ai giorni che ora vivevano, ma veniva dal futuro».
Come Boris è televisione che parla di televisione, questa è letteratura che parla di letteratura, mettendo a nudo i meccanismi a volte improficui in cui un romanziere inesperto può cadere. Ad esempio, la riproduzione di scambi stucchevoli restituisce bene come, nell’intento forse di elargire grandi massime, si possa inciampare nella più bieca banalità: «“Non mi importa molto di essere stato il tuo primo uomo, ma ci terrei a essere l’ultimo.” […] Enea si chiese se le battute che lo riguardavano fossero state dette davvero […]».
La velocità con cui si conclude Allo sguardo attento è paradigmatica di come Filigheddu stia in realtà denunciando la povertà del testo drammatico. Di fronte a un terribile evento che coinvolge la famiglia di Enea, lui e sua moglie Serenella passano con incurante nonchalance da un atteggiamento di forte apprensione a una convivialità ostentata, dove sembra che a spadroneggiare sia l’inflazionata massima dell’“andrà tutto bene”. Di nuovo, non si creda che sia una svista o una leggerezza: il canovaccio è arraffazzonato ma il romanzo che ce ne dà nota è tutt’altro che approssimativo. Come nelle precedenti uscite, e pensiamo in particolare a La guerra di Pasca, l’autore sassarese ha saputo ideare uno scenario che si muove in maniera agevole tra realtà e fantasia, tra momenti alti e volute cadute di stile, dando prova di una padronanza del mezzo artistico che lo erge a voce di inequivocabile valore.