Luca Fortis
Letterature diverse

Tra poesia e identità

Incontro con Chirikure Chirikure, dello Zimbabwe, uno dei più importanti poeti e performer contemporanei di lingua shona. «La poesia da noi ha anche una funzione politica»

Nell’ambito degli appuntamenti sulla letteratura dei paesi africani, in collaborazione con i professori di africanistica dell’Università Orientale di Napoli, riprendono le interviste ai protagonisti delle letterature dei paesi africani. Questa volta abbiamo intervistato Chirikure Chirikure. Nato nel 1962 a Gutu, nello Zimbabwe, Chirikure Chirikure è uno dei più importanti poeti e performer contemporanei di lingua shona. Formatosi all’Università dello Zimbabwe, la sua opera unisce la forza della tradizione orale alla critica sociale e politica del presente. Le sue raccolte poetiche, Rukuvhute (1989), Chamupupuri (1994) e Hakurarwi – We Shall Not Sleep (1998), intrecciano ritmo, ironia e denuncia, restituendo alla poesia shona la sua dimensione performativa attraverso la musica della mbira. Ha collaborato con musicisti come Oliver Mtukudzi e altri artisti provenienti dal mondo della musica tradizionale e contemporanea, del teatro e delle arti visive. Poeta, editore e traduttore, Chirikure rappresenta una voce che attraversa lingue e confini, capace di rinnovare la poesia africana contemporanea senza recidere le sue radici.

L’intervista è nata da un dialogo tra Chirikure Chirikure, il professore dell’Università Orientale, Roberto Gaudioso, docente di Lingue Bantu e di Letteratura Swahili e chi scrive.

Mi racconta degli anni della lotta anticoloniale?

Sono nato nel 1962, in un momento storico di grande cambiamento politico, in cui i gruppi che lottavano per l’indipendenza erano in pieno fermento. Sono cresciuto in campagna e i miei genitori erano insegnanti nella zona rurale del Paese, a sud della città di Masvingo, una delle aree più calde della chimurenga, il nome che diamo alla lotta per la liberazione.

Questa lotta assumeva diverse forme, non solo quella armata. Nelle scuole, ad esempio, manifestavamo a sostegno dell’indipendenza e contro la leva obbligatoria. Avevo persino pensato di scappare in Mozambico, che aveva da poco ottenuto l’indipendenza, per dare una mano da lì, ma uno dei guerriglieri mi chiese di restare. Erano anni duri, in cui i combattenti rischiavano la vita ogni giorno, e io ero ancora in età scolare.

Di notte i guerriglieri tenevano consigli nei villaggi, a volte anche a casa dei miei genitori. Molti studenti vi partecipavano e, per questo, la nostra scuola fu chiusa a seguito degli scontri avvenuti quando gli elicotteri rodesiani attaccarono un pungwe. I pungwe erano riunioni clandestine. Era giugno.

Trascorremmo così il resto del 1979 senza frequentare le lezioni e potemmo sostenere gli esami di maturità solo alla Harare High School. Fortunatamente ci eravamo registrati in tempo, quindi utilizzammo i nostri numeri di registrazione e ci assegnarono un’aula per rifugiati dove svolgere gli esami. La nostra classe di rifugiati risultò la migliore.

Mi spiega meglio i Pungwe?

Sia lo ZIPRA (Esercito Rivoluzionario Popolare dello Zimbabwe) che lo ZANLA (Esercito di Liberazione Nazionale Africano dello Zimbabwe) erano formazioni guerrigliere e, in una guerra di guerriglia, si sopravvive soprattutto grazie al sostegno della popolazione dei villaggi, che fornisce informazioni, provviste e appoggio logistico.

Le riunioni che duravano tutta la notte riunivano diversi villaggi in un unico luogo. La notizia si diffondeva semplicemente così: “Il pungwe sarà nella fattoria del signor Chirikure”. Durante queste notti si cantavano canzoni Chimurenga, guidate dai guerriglieri, si ballava, e poi si passava alla parte più seria dell’incontro.

Nel corso di questi pungwe avveniva infatti anche la formazione politica. La poesia, la musica e l’arte dell’eloquenza avevano un ruolo fondamentale in questo processo. Si rieducavano le masse spiegando perché stavamo combattendo, raccontando la nostra storia, le ragioni della guerra e la necessità di partecipare tutti alla lotta contro l’oppressione e per la riconquista della nostra terra.

Ma i pungwe servivano anche come luoghi di disciplina e giustizia. Vi si giudicavano i traditori, sia tra i civili, che tra gli stessi guerriglieri. In questo senso, funzionavano anche come tribunali popolari: chi veniva giudicato colpevole veniva punito pubblicamente, spesso con percosse, per rafforzare la fedeltà e la coesione del gruppo.

Cosa successe quando i soldati attaccarono il pungwe?

I soldati una notte attaccarono un pungwe non lontano dal nostro villaggio e ci furono molte vittime. Morirono anche amici di famiglia. La gente del nostro villaggio andò con il pullman della scuola a seppellire i morti, perché il villaggio era legato al nostro. Fu uno dei peggiori massacri commessi dal governo rodesiano durante gli anni della lotta per l’indipendenza. Ho scritto una poesia nel mio secondo libro, per commemorare le vittime di questa strage. Molte persone della mia famiglia furono coinvolti nella battaglia.

Il suo dialetto, il Karanga è uno dei principali dialetti shona, particolarmente apprezzato in poesia, per la ricchezza lessicale, ha giocato un ruolo anche nella tua poetica?

I coloni ed i missionari arrivarono in Zimbawe inizialmente nella zona di Masvingo, dal Sudafrica. Portarono il cristianesimo e nacque la Chiesa Riformata dello Zimbabwe e la Bibbia fu tradotta in shona. Lo shona si standardizzò in lingua scritta dal nostro mondo orale. Anche se fu un processo imposto dai missionari, la scrittura non ha influenzato la lingua orale. Anche perché i dialetti sono mutualmente comprensibili. Anche io come scrittore ho affrontato questo problema di come scrivere poesie in shona e se all’inizio la mia scrittura era più vicina allo shona standard, progressivamente, aumentando la sicurezza e consapevolezza, ho incominciato a inserire elementi della lingua Karanga. Quando sono sul palco, il Karaga emerge naturalmente. Oggi anche gli altri poeti shona utilizzano di più i loro dialetti, specialmente nella poesia del genere “spoken word”, forma contemporanea dell’oralità. In questo modo la poesia risulta di impatto più immediato e forte.

Lei è uno dei rari poeti ad essersi allontanato dalla poesia celebrativa, per farne una più critica. Come poeta africano, è anche uno dei pochi che non solo critica l’Occidente e la colonizzazione, ma anche i politici dell’era post-indipendenza. Me ne parla?

Quando ho scritto quelle poesie, a metà degli anni Ottanta, mi venne naturale occuparmi non solo delle battaglie anticoloniali, ma anche di come i nuovi politici avessero tradito alcune delle promesse fatte durante quelle lotte. Il nuovo Zimbabwe non era tutto rose e fiori. Mi piaceva l’idea di rivitalizzare il ruolo tradizionale del poeta, che non era la voce del potere, ma della comunità. Per questo ho deciso di dedicarmi alla poesia performativa, collaborando anche con musicisti, per restituire alla parola poetica la sua forza orale e collettiva.

Ha incontrato politici che hanno saputo accettare le critiche contenute nelle sue poesie? O ne hanno paura?

Qualche anno fa recitai le mie poesie davanti al primo ministro, che mi disse: «Credi davvero che i politici ascoltino le tue poesie?». Io risposi di sì. Soprattutto negli anni Ottanta alcuni politici erano anche scrittori e partecipavano ai dibattiti pubblici sulla letteratura. Oggi, invece, i politici si sono allontanati dalla cultura. Una volta ho performato davanti al presidente post indipendenza, Robert Mugabe, una poesia molto dura contro la classe politica, e almeno apparentemente mi applaudì. Ricordo anche che un ministro mi disse che faceva bene ai politici essere criticati così duramente. Ma non erano sinceri: più volte mi sono ritrovato in televisione in servizi in cui manipolavano le mie parole, montando il tutto in modo che sembrasse stessi sostenendo il governo. Mi applaudivano davanti a un pubblico ristretto, ma in TV, davanti al grande pubblico, mi facevano apparire come un sostenitore del potere. In questo modo cercavano di neutralizzarmi. Inoltre, venivo monitorato dai servizi di intelligence, e in alcune occasioni sono stato anche attaccato dai sostenitori dello ZANU Party.

Oggi i politici si interessano alla scrittura solo se circola sui social media; altrimenti, non gli importa più nulla. L’University of Zimbabwe, la più importante del paese, ha persino cancellato il Dipartimento di Lingue Africane, arrivando a eliminare l’insegnamento dello shona.

 

I nuovi media hanno aiutato la diffusione della poesia o hanno accentuato la crisi del mondo editoriale?

I social media sono più immediati, e la gente li segue molto di più rispetto a ciò che si scrive in un libro. Tuttavia, se porti la tua poesia sui social o sul palco, allora puoi ancora instaurare un vero dialogo con il pubblico.

Nell’epoca dei social media le persone tendono ad amare più il poeta che la sua opera, che in realtà conoscono solo in modo frammentario, attraverso i post o i video online. Proprio per questo spesso regalo copie dei miei libri al pubblico, nella speranza che si prenda il tempo di leggere e approfondire davvero il mio lavoro.

Mi parla dei nuovi autori shona?

Oggi ci sono molti nuovi autori sulla scena letteraria shona, e diversi di loro stanno producendo opere molto interessanti. Abbiamo poeti giovani che hanno partecipato ai circuiti di poesia slam dal vivo e che recentemente hanno pubblicato la loro raccolta di poesie in shona. Tra questi ci sono Mambo Guramatunhu e Hombarume the Giant. Abbiamo anche ottime pubblicazioni di Ruvimbo Jeche e della musicista Hope Masike. La maggior parte di loro sfrutta principalmente le piattaforme di performance e gli spazi online per presentare la propria poesia. La maggior parte degli editori non accetta raccolte poetiche e molti poeti finiscono per autopubblicarsi, il che può risultare piuttosto costoso per alcuni dei più giovani.

Purtroppo, infatti la situazione editoriale è pessima: è difficile trovare editori disposti a pubblicare, molti scrittori sono costretti all’autopubblicazione, e vendere i libri è ancora più complicato. Paradossalmente, durante l’epoca coloniale esisteva un ufficio che si occupava di letteratura rodesiana, anche in lingua shona, e che pubblicava regolarmente. Molte delle opere che ci restano oggi provengono proprio da quel periodo. Forse bisognerebbe ripensare a qualcosa di simile anche oggi, perché senza un intervento delle università o del Ministero della Cultura diventa quasi impossibile pubblicare. Anche le Nazioni Unite, attraverso l’UNESCO, potrebbero svolgere un ruolo importante nel sostenere la produzione letteraria in shona.

Nelle sue poesie a volte usa un linguaggio considerato dai benpensanti rude, per esempio nella poesia Hakurarwi. Me ne parla?

Ho utilizzato un linguaggio forte per scuotere il pubblico e risvegliarlo. È questo, credo, il vero ruolo del poeta: dire ciò che gli altri non osano dire, anche a costo di disturbare.

Hakurarwi
Non si riposa quest’anno
senza sanarci
Quest’anno non si dorme
senza compire

Non possiamo lasciarti devastare soltanto guardando
Non possiamo lasciarti raggirare soltanto tacendo
Non possiamo lasciarti demolire cogli occhi sbarrati
Non possiamo lasciarti torcere tremando accovacciati

Quel giorno hai offeso la nonna, ci siamo zittiti
L’altro hai venduto le proprietà, siamo stati zitti
E ieri hai bruciato il granaio, ci siamo zittiti
E oggi butti merda nel pozzo?
merda nel pozzo?
merda nel pozzo?

Gore rino hakuvatwi
tisina kuzvigadzira
Rino gore hakurarwi
tisina kuzvipedza

Hatingaregi uchiwondonga, takangotarisa
Hatingaregi uchibvoronga, takangonyarara
Hatingaregi uchiwondomora, takangodzvodora
Hatingarengi uchibvonyonga, takangoduka

Zuva riya wakatuka mbuya, tikazvinyarara
Riya zuva wakatengesa pfuma, tikangonyarara
Nezuro wakapisa dura, tikazvinyarara
Nhasi woisa tsvina mutsime?
tsvina mutsime?
tsvina mutsime?

Traduzione Roberto Gaudioso e Flavia Aiello

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