Un giorno nel regno della "fantasia"
Teatro Nazionale di Topolinia
Un regista si immerge a Disneyland, nella finzione di Topolinia, e coglie in profondità il senso della crisi del teatro: qui il successo è assicurato dalla ripetitività e dall'assenza di approfondimento critico. L'importante è illudersi...
Gabriella ed io abbiamo regalato alla nipotina Valeria di nove anni due giorni a Disneyland Paris. Non c’ero mai stato e quindi ci sono andato molto volentieri, curioso di capire le forme e le ragioni di un successo planetario così inarrestabile da trentatré anni, dal 12 aprile 1992 in cui si aprirono le porte di quell’universo fiabesco ispirato agli ideali culturali propugnati da Topolino, Paperino and Co., dalle Principesse (Cenerentola, Biancaneve, Bella Addormentata, Frozen ecc.) e da tutti gli animali antropomorfi inventati dalle matite di Hollywood. L’avventura è risultata stupefacente e mi è accaduto di riflettere su come si può avere successo creando eventi spettacolari. Mi sono anche preoccupato di non essere colto da soprassalti di invidia visto che sono stato un bambino incantato da Walt Disney, con il consenso di genitori cattolici preconciliari appena temperati nel fondamentalismo da un buon senso illuminista e dalla fiducia nel progresso democratico della storia umana: non è irrilevante che, dopo qualche esitazione (avrebbero preferito mettermi in mano soltanto i fumetti de Il Vittorioso, peraltro illustrato dalla presenza fantasmagorica di Jacovitti), io abbia avuto l’autorizzazione a frequentare anche le ebdomadarie avventure di Topolinia.
Ma torniamo al nostro viaggio a Disneyland. La prima cosa che ho visto è la folla strabocchevole di umanità, proveniente da tutte le più lontane contrade del pianeta, accorsa insieme ad ascoltare la lingua universale della Terra di Disney: evidentemente una lingua che parla non soltanto con me e con la nipotina Valeria ma con ebrei, musulmani, buddisti, atei, anticristi, eretici, abitanti del primo, secondo, terzo e quarto mondo; ho visto non pochi chador nei viali del villaggio, molti hijab, qualche kippah, fez e turbanti. Modi di vestire che segnalano punti di vista e di pensiero, spesso conflittuali nella società contemporanea, nelle molte nazioni faticosamente impegnate a far convivere, lavorare e dialogare insieme il cosmopolitismo. E là invece, tutti applaudivano i festosi carri dai quali Topolino e suoi amici lanciavano baci alle decine di migliaia di persone che facevano ala al passaggio della Parade quotidiana: tutti si riconoscevano in quella ritualità che evidentemente era radicata in modo solido nella memoria collettiva. E non si pensi a un universo infantile: bambini tanti, certamente, nei marsupi, in carrozzina, in braccio o per mano di adulti; ma anche moltissime coppie giovani, meno giovani e addirittura anziane, non necessariamente con figli e nipotini, accanto a percentuali non irrilevanti di disabilità e di difficoltà.
E allora sono andato a controllare i numeri, così come potevo, senza eccessivi scrupoli di attendibilità scientifica e statistica (del resto non sono un economista della cultura e non voglio insegnare nulla a nessuno): Disneyland ha avuto nel 2024, primo anno di definitiva uscita dalle difficoltà del Covid, una media di 49.000 presenze giornaliere, con un ricavo complessivo in quell’anno di € 2.400.000.000 (per dirla in lettere, due miliardi e quattrocento milioni di euro); non sono neanche sicuro che in questo computo sia tutto compreso, ho l’impressione che le molte attività in appalto (ristorazione, vendite di abbigliamento, gadget, ecc.) confluiscano in quella cifra soltanto per la concessione degli appalti nell’area e siano esclusi quindi i profitti dell’indotto. Ma se anche fosse, il risultato finale mi induce ad alcune conclusioni, ribadisco del tutto personali, anzi umorali.
Ho capito perché il teatro di Strehler Visconti Squarzina o Missiroli, quello al quale sono stato educato per imparare a elaborare creazioni culturali attraverso studi preliminari approfonditi, attraverso almeno un mese di prove quotidiane con attori (costi che non danno ricavi) e un piano di distribuzione dello spettacolo, è entrato in una crisi temo irreversibile. Non conta l’atto registico e drammaturgico che inevitabilmente parlava “ai gruppi avanzati della borghesia” come ci ha spiegato Pasolini e che, ovviamente, deve sempre aggiornare la sua contemporaneità, dialogando con il mondo che cambia: conta il format che utilizza contenitori sempre uguali per contenuti elementari e fissati nella loro forza originaria. Una forza che non deve misurarsi con le diversità ma anzi le deve scavalcare cercando l’unanimità su pochi buoni sentimenti elementari. Gli spettacoli ispirati ai grandi eroi della Disney (Peter Pan, Ratatouille, i Pirati dei Caraibi, ecc.) sono uguali da decenni e quasi tutti costruiti come un viaggio di pochissimi minuti su un veicolo elettromeccanico in una scenografia suggestiva, dopo code per ottenere il posto di almeno un’ora: il che amplifica il desiderio e predispone all’indulgenza. Gli spettacoli dal vivo, con attori e danzatori professionisti sono anch’essi brevissimi, modesti e in una programmazione territoriale diversa non reggerebbero il confronto, per dire, col Teatro Ragazzi e Giovani diretto nella mia Torino dall’ottimo Emiliano Bronzino.
Ma è il modello economico vincente a insegnarci qual è la strada per organizzare il teatro che non ha bisogno di contributi pubblici, il sogno da sempre dei ministri e assessori alla cultura: un grande investimento iniziale da parte di una multinazionale in strutture di accoglienza turistica; un’assistenza che assicura efficienza e controllo (19.000 operatori per 49.000 spettatori paganti, uno ogni due); un biglietto giornaliero dal prezzo piuttosto alto ma non troppo che dà diritto a tutte le performance (salvo quelle dal vivo, salvo il pernottamento nell’hôtel 5 stelle, salvo i pasti ai bar e ai ristoranti, salvo…); poche centinaia di attori e danzatori professionisti tra i diciannovemila lavoratori impegnati, scelti tra giovani di incerto mestiere senza particolari qualità, attraendoli con la prospettiva di qualche anno di lavoro continuativo (tra 1.300 e 1.800 € lordi il mese), pochissime prove, fitta presenza giornaliera nelle parade quotidiane e negli interventi performativi molto improvvisati.
Ma tutti eravamo contenti e si stavano costruendo nuovi padiglioni e tutti imploravamo per i bambini una foto con una principessa, non certo vestita da Pierluigi Pizzi o Luigi Perego.
Il Teatro è morto, viva il teatro!
I disegni, non disneyani, sono di Giulia Cavallini.