Danilo Maestosi
Al Palazzo delle Esposizioni di Roma

Quadriennale addomesticata

La Quadiennale porta in scena un ritratto "morbido" e non conflittuale dell'arte contemporanea. Che dimentica in tutto e per tutto la realtà violenta e problematica di cui, invece, dovrebbe essere specchio

Quanta poca gente nelle sale del Palaexpo di via Nazionale. A pochi giorni dal taglio di un classico appuntamento che nel bene e nel male a Roma ha sempre fatto evento da non perdere: il ritorno in scena della Quadriennale con una diciottesima edizione, sdoppiata in due mostre che celebrano al passato e al presente l’arte italiana. Ancor più però mi colpisce, al piano terra, la compostezza e il distacco dei visitatori, che attraversano in silenzio e in fretta i cinque siparietti riservati alla produzione contemporanea, soste brevissime davanti alle opere, nessuno che si azzardi a fare un selfie, pochi quelli che vedo tornare indietro a fare un confronto, scambiarsi un’impressione, fare un ripasso di quel che hanno visto. Sembrano tutti intimiditi. Poco disposti a pronunciarsi. Persino a scivolare in quel bello con cui il pubblico senza patente in genere se la cava. Come se quel titolo ad aggettivo Fantastica che battezza la rassegna avesse già detto tutto, anche per loro, e non dischiudesse invece, come era nelle dichiarazioni dei curatori la possibilità e la voglia di misurare la fantasia delle immagini esposte e di fantasticarci su.

Questo silenzio prosegue anche fuori. Dopo l’ondata di recensioni su carta dell’anteprima, tutte molto prudenti, solo qualche distinguo su alcune testate specializzata. Tacciono i social. Nessun sussulto di interesse neppure in cronaca. Accantonati anche i perché e i come sulle prospettive della Quadriennale, che pure è patrimonio pubblico di prestigio e rilievo, anche se girano voci che sembrano voltar faccia al progetto di trasferire archivio e sale espositive nell’ex Arsenale Pontificio sulla Portuense, scelta di grande impatto anche urbanistico. Tacciono e per ora non si schierano in campo le varie migliaia di artisti di casa che pure sono stati ignorati da quest’edizione: appena tre, un decimo della rosa. In altre puntate per molto meno si è arrivati alle barricate. Rassegnazione o opportunismo? Chissà.

Non è buon segno per la vita culturale della città, che non attraversa certo un’epoca d’oro. E non è un buon segno per la Quadriennale, che dalle polemiche ha sempre tratto sangue per la sua anemica identità. Nata in pieno regime da una spartizione di campo con la Biennale, a Venezia una panoramica su quel che avviene nel mondo a Roma una ricognizione dei talenti italiani, dal dopoguerra, ha sempre avanzato a singhiozzo, sopravvivendo nell’interesse intermittente della politica. E sulla voglia di battersi dei personaggi che si sono alternati in cabina di regia, quasi mai seguendo le tracce dei loro predecessori.

Come ha fatto l’ultimo presidente, Luce Beatrice, critico di destra di solido curriculum, cancellando gli anni di lavoro preparatorio in proroga di Umberto Croppi e del suo direttore artistico Gianmaria Tosatti, performer consacrato da un padiglione in esclusiva alla Biennale di Venezia. Un cambio d’impostazione, benedetto dal governo Meloni che la sua morte improvvisa in corso d’opera gli ha impedito di portare al traguardo.

Impossibile dire se Beatrice avrebbe corretto in corsa il copione, che la sua scomparsa ha sicuramente illanguidito. La sua idea guida era che l’arte per rappresentare fedelmente il presente doveva adeguarsi alle nuove regole di un mondo e di un mestiere cambiato. Ampio spazio sulla carta dunque alla soggettività e alla fantasia degli artisti. Ma sotto la tutela dei cinque colleghi critici in carriera che si era affiancato. E a cui è rimasto l’ingrato compito di interpretare come un testamento la parte loro affidata.

Con qualche condizione esplicita. Primo: sfoltire la rosa per non ingombrare di troppe presenze il percorso. Come poi si è fatto: appena 54 invitati, quasi tutti con più lavori, 187 opere in esposizione, molte inedite o eseguite per l’occasione Secondo: selezionare tutti autori mai apparsi in altre Quadriennali, anche qui solo poche eccezioni. Terzo: ammettere solo figure attive in questo scorcio di terzo mllennio e rodate da comprovate presenze all’estero, se devono rappresentare l’Italia da esportazione che non le cucino addosso un abito troppo provinciale. Fin qui, poco da obiettare. Se non fosse per una quarta raccomandazione, circolata in privato: evitare richiami alla politica, sconfinamenti che generino conflitti, prese di posizione che alimentino dissenso e polemiche. Insomma una sorta di regime di libertà vigilata nei limiti del gradevole che ha imbrigliato un po’ tutti.

I cinque curatori per primi: Luca Massimo Barbero, Francesco Bonami, Emanuela Mazzonis di Pralafer, Francesco Stocchi, Alessandro Troncone. Navigatori di lungo corso di salotti bene, si sono adeguati confezionando capitoli incorniciati da titoli così vaghi – unico alibi è che è una vecchia abitudine del sistema – da svicolarli da ogni responsabilità. L’importante era l’eleganza della confezione e il non dare scandalo, anche quando le opere selezionate e in gran parte commissionate per l’occasione sfioravano temi controversi e scabrosi. Nessun accenno diretto alla guerra e alle stragi in corso. Alle strategie prepotenti dei nuovi despoti, alle povertà e alle migrazioni alla democrazia in crisi, alle derive della sessualità. Colpi di spugna, testa e voce bassa su tutto. L’arte del futuro che questa Quadriennale ci profetizza riassunta in un catalogo da galateo del buon gusto e del quieto vivere. Se queste sono le nuove regole, sconsigliato persino chiedersi se sono giuste o chi le ha dettate.

Anche gli artisti convocati hanno fatto la loro parte. Ma è comprensibile e umano: sono da tempo l’anello più debole, in un paese come l’Italia, ai margini del mercato che fa così poco per sostenerli, perché lasciarsi sfuggire questa ciambella? E in fondo qual è il sacrificio? Mettersi per una volta in giacca e cravatta invece che presentarsi in tuta da battaglia, uno sgarbo che non ha giovato a Zelensky alle prese con quel bruto di Trump? Far gli eroi ed essere bollati per terroristi? Giusto che ognuno segua le sue inclinazioni e difenda la risorsa della propria soggettività, che per l’arte è sempre stata un tesoro, e l’oggi in cui viviamo ha trasformato in un culto di frammentazione della volontà e di delega in bianco a chi ha più vocazione al comando. È dunque alla cabina di regia che va prestata più attenzione, perché è lì che le potenzialità e i messaggi di tanti io creativi vengono soppesati e indirizzati. Come è successo con questa mostra.

Un esempio concreto per capirci. Tra le 187 opere esposte ce n’è una sola che affronti il tema dell’Intelligenza artificiale che pure è di incalzante attualità. È un’istallazione di Emilio Vavarella, 37 anni, trapiantato da Monfalcone negli Usa. Ripropone un esperimento interattivo governato dall’Ai avvenuto davvero. Attraverso l’esame del Dna prelevato al visitatore una macchina tessile, seguendo le istruzioni di un algoritmo gli cuce davanti il tappeto che più corrisponde ai suoi gusti. Che meraviglia. Ma se fosse un cavallo di Troia? Un dubbio rimosso, allontanato come un’eresia?

A noi però l’imbarazzo di raccontare una mostra che su questa tensione patinata, questi guizzi d’estetica addomesticata è costruita. Non me ne vogliano gli autori in gara se l’unica scappatoia che ho trovato è segnalare solo qualche lavoro, in cui mi è sembrato di avvertire segnali in più di conflitto e disagio.

Ecco l’ecclettico Luca Bertolo, 57 anni, milanese, stare al gioco, stendendoci davanti, sulla soglia della sezione in cui è ospitato uno stuoino di benvenuto da condominio qualunque. Welcome. Ma poi subito sporcare il messaggio, con pennellate di colore che simulano tracce di merda. Oppure altra contaminazione, rielaborare la visione di una storica deposizione con un collage di ritagli addossati a un muro che cambia volto ai personaggi: a compiangere il Cristo morto una sagoma di guerrigliero col mitra e un altro profilo di uomo che si copre il volto. Sopra un cielo solcato da aerei di bombardamento. Sembra la parodia della finta pace che regna a Gaza.

È tra i pochi lavori che qui al Palaexpo evochino direttamente l’incubo e l’attualità della guerra, Gli altri ci girano attorno. Come fa Roberto Pugliese, simulando un duello tra due bracci meccanici che però si agitano a tirar colpi senza nemmeno sfiorarsi. Le macchine come forze ostili che stanno rubando all’uomo anche il compito di riscrivere la storia. Credo che fosse anche l’intento della messinscena, già vista in altre rassegne, che il vicentino Arcangelo Sassolino ha affidato a una imponente polipo d’acciaio, che scatena a terra i suoi tentacoli ad artiglio, che tracciano segni sul pavimento. Sono i graffi che dovrebbero parlare. Ma un improvviso guasto, non riparato, ha bloccato il congegno. Il mostro tecnologico non può più graffiare. Sembra una metafora del compito svolto dagli organizzatori: tagliar le unghie agli artisti che hanno schierato in campo.

Anche sulle incontenibili varianti della sessualità, che non esaltano certo l’ipocrita scudo protettivo della famiglia targato governo, cala in questa passerella una vistosa passata di ammorbidente. Sì, c’è un siparietto riservato all’erotismo affidato agli acquarelli e alle ceramiche di Shafei Xia, pittrice cinese, 36 anni, emigrata e integrata a Bologna. Ma la licenza del nudo è camuffata dietro la maschera di un alter ego improbabile, una tigre che non azzanna ma allunga maliziosa la lingua. E sulla lingua nasconde e si concede il vezzo di qualche più esplicito accoppiamento. Al bando ogni asprezza che porti in scena le istanze del femminismo, evochi lo spettro dei femminicidi.

Ad aprire qualche spiraglio in questa cappa di reticenza solo gli autoritratti di Marta Spagnoli, trentunenne veneta: un groviglio di pulsioni, illusioni e desideri racchiuso in una sagoma indistinta di animale selvatico. Sì, c’è, forse, qualche accenno all’omosessualità, nei giovani sdraiati in salotto che il milanese Emilio Gola ritrae con poetico iperrealismo. Ma via, vista così, sembra solo una transizione d’adolescenza, un’influenza passeggera.

Chiudo con l’opera che più mi ha colpito. L’unica che mi abbia restituito il senso inquieto d’allarme e di spossessamento che in tanti oggi ci opprime. Ma anche l’insidia degli strumenti e delle norme con cui tenere a bada l’insicurezza. È un gigantesco montaggio fotografico di immagini scattate da telecamere di sorveglianza, e miscelate con qualche app da Irene Ferrara, 35 anni, bolognese. Il buio della notte solcato da traiettorie confuse e bagliori. Una fascinosa rappresentazione del caos in cui l’ansia di garantire e sbandierare l’Ordine come primo rimedio contro il male di vivere ci precipita.

Non si può imbalsamare il presente entro un ordine prestabilito spiegare troppo rigido, e neppure simulare come ordine il disordine del non prendere posizione. Se si vuol fare il punto sull’arte italiana, far capire dove sa andando. È l’errore in cui questa antologica della Quadriennale è caduta. Tradendo persino il suo passato, a cui pure ha voluto rendere omaggio con un’altra mostra, riservata alla seconda edizione della rassegna, celebrata nel 1935, firmata da Calo Efisio Oppo, proprio qui al Palaexo, dove torna in scena nei corridoi del secondo piano: I giovani e i maestri.

Una carrellata lacunosa e veloce, che è comunque un piacere per gli occhi, un ripasso della cultura e la scultura dell’epoca: in alto fotografie e documenti, sotto quadri e sculture. In pieno regime tutte le tendenze rappresentate. Anche le voci di palese dissenso o che comunque sconfessavano l’euforia e la propaganda imperiale del Duce.

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