Ida Meneghello
Diario di una spettatrice

Povero Frankenstein!

Il Frankenstein di Guillermo del Toro si perde tra splatter e effetti speciali: il guaio è che i mostri veri di oggi fanno più paura di quello, proverbiale, inventato da Mary Shelley

In quale pezzo del corpo assemblato della Creatura risiede la sua anima? Alla domanda che gli fa Elisabeth, la fidanzata di suo fratello, il barone Victor Frankenstein non sa rispondere nonostante sia stato lui a riportare in vita quei pezzi di carne morta. Alla fine delle due ore e mezza del film scritto, diretto e co-prodotto dal regista messicano Guillermo del Toro, liberamente ispirato al romanzo di Mary Shelley Frankenstein o il Prometeo moderno, mi sono fatta la stessa domanda: in quale scena si nasconde l’anima del racconto della Creatura generata e poi ripudiata dal suo creatore, l’essere mostruoso che lo perseguita per ottenere la fine di quella vita che non gli ha chiesto? La risposta non l’ho trovata.

La storia del dottor Frankenstein ossessionato dalla morte e della sua Creatura è arcinota, come è nota la passione di del Toro per i “mostri” (basta citare i film La forma dell’acqua e Pinocchio). In questa ennesima rivisitazione cinematografica, del Toro ci offre la sua versione favolosa del celebre romanzo pubblicato nel 1818, un progetto che il regista inseguiva dal 2007, da quando, come dichiarò, il libro di Shelley “mi ha bruciato l’anima”. La mia impressione, e lo dico subito, è che il risultato non sia all’altezza di aspettative tanto elevate. Ciò che appare evidente fin dalle prime scene è un abuso di effetti speciali a discapito dell’anima del racconto cui si ispira, una spettacolarizzazione da Grand Guignol dettata probabilmente da chi ha reso possibile la realizzazione del film. Per cui allo spettatore non resta che godersi il risultato dell’equilibrio precario tra le esigenze del regista e gli algoritmi della piattaforma che lo finanzia e lo distribuisce.

La pellicola – presentata in anteprima a Venezia e dal 7 novembre visibile su Netflix – è costruita con un preludio e due capitoli e qui sta l’originalità della sceneggiatura: la storia viene prima raccontata da Frankenstein, poi dalla Creatura.

Preludio, 1857. Una nave danese in missione al Polo Nord è intrappolata tra i ghiacci. I marinai avvistano nella notte un’esplosione: in un accampamento trovano un uomo in fin di vita e un essere mostruoso che lo insegue e che non crolla neanche quando viene crivellato dai colpi dei fucili. Sarà l’uomo, il barone Victor Frankenstein, a raccontare al capitano l’inverosimile storia che lo ha portato a scoprire il segreto della vita, un lungo flashback che costituisce il primo capitolo del film.

Nel secondo, la parte più originale e interessante, entra in scena il punto di vista della Creatura. Pur non essendo nato da donna anche lui soffre come qualunque umano, le sue ferite guariscono subito per un misterioso dispositivo di auto-riparazione, ma il suo dolore resta e non ha fine, come la sua vita mostruosa condannata a non morire. Perciò insegue senza tregua il suo creatore, esige di essere liberato da quella vita che non gli ha chiesto. Il film si conclude con una citazione di Lord Byron: “così il cuore si spezzerà, eppure spezzato vivrà”. Ed è in questa frase la verità della storia.

Per riproporre Frankenstein oggi, nell’era dei mostri veri che minacciano il nostro presente e il nostro futuro, non basta costruire una favola gotica che ci lascia attoniti per gli effetti speciali che la tecnologia digitale offre al cinema, non basta trovare gli attori giusti e montare le scene con il ritmo che hanno tutti i prodotti targati Netflix. Non basta neanche ricordare allo spettatore il messaggio implicito nel libro e ripetuto nelle sue infinite versioni teatrali e cinematografiche, che cioè il vero mostro non è la creatura ma il suo creatore. Questi ingredienti producono spettacolo, ma non ci fanno toccare la verità della storia, il lato oscuro delle nostre paure più profonde, quella soglia tra la vita e la morte che nessuno può oltrepassare se non generando l’orrore.

Nonostante questi limiti, la pellicola di del Toro piacerà al grande pubblico, per le situazioni eccessive e splatter, per l’atmosfera gotica immersa nell’ombra densa e ambrata di Dan Laustsen (il direttore della fotografia danese ormai al quarto film con del Toro) e soprattutto per la bravura degli interpreti, a cominciare dalla Creatura incarnata da Jacob Elordi, australiano ventottenne, quasi due metri di altezza, fisico da ex giocatore di rugby, già Elvis Presley in “Priscilla” di Sofia Coppola, nuovo sex symbol della generazione Z con buona pace di Timothée Chalamet.
Ma a far riflettere sarà ancora una volta questa storia eterna, scritta da una ragazza di diciotto anni, che da due secoli ci interroga sul filo sottile che separa la vita dalla morte.

Avviso per chi come me conosce a memoria la leggendaria parodia che fece Mel Brooks cinquant’anni fa, Frankenstein jr: sarà inevitabile sorridere in alcuni momenti, per esempio quando il barone pronuncia il suo nome “Frankenstain” e non “Frankenstin”. E quando si dispera prendendo a pugni la Creatura che non dà segni di vita, resistete alla tentazione di gridargli con Igor: “calma, dignità e classe!”

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