Arturo Belluardo
A proposito di “Noi ci ricorderemo”

Tempo di Sciascia

Il poeta Nino De Vita ha raccontato in un libro sofferto i vent'anni di amicizia con Leonardo Sciascia, amico e maestro di cui mai come ora si sente la drammatica mancanza

È uscito per Le Lettere questo bel libro di Nino De Vita, “Noi ci ricorderemo. Vent’anni di amicizia con Leonardo Sciascia” (170 pagine, 18 Euro). “L’ho frequentato per vent’anni esatti.” mi dice Nino. “Pensa a quante conversazioni ho avuto con lui. Una grande amicizia è stata. Lui veniva qui nella mia casa di Cutusìo, mia moglie gli preparava i pranzi della tradizione. Una volta gli preparò le polpette di neonata (tu sai cosa sono, no?) e lui non volle mangiarle perché si chiamavano così. Di questo episodio parlo nel mio libro. E insomma: questo libro dovevo scriverlo e pubblicarlo”.

Sì, caro Nino, di questo libro avevamo proprio bisogno tutti.

Tutti noi, orfani di Sciascia che, in questi tempi cupi, dicotomici e manichei, sentiamo la necessità delle sue parole lucide e affilate, del suo essere sempre e comunque contro il pensiero conformato. Tutti noi, nati in Sicilia negli anni ’60, noi per cui Sciascia era il mito laico e tagliente cui fare riferimento nei terribili anni ’70, e nei vergognosi anni che ne seguirono. Tutti noi che, in quarta ginnasio, al Liceo Gargallo di Siracusa, proponemmo, obbligammo quasi, la supplente di lettere a farci leggere “Il giorno della civetta” al posto della lutulenta Eneide di Annibal Caro.

E quanto ci furono di conforto e lume le parole di Nanà, come lo chiami tu, Nino, all’epoca del rapimento Moro. La sua decisione di non schierarsi, “né con lo Stato né con le Brigate Rosse”, fu messa alla gogna dai più, ma noi che vivevamo immersi in quella melma mafiosa da provincia babba, dove il potere democristiano era un unicum con quello dei clan, dove il tuo compagno di squadra era il più giovane rampollo di una famiglia punciuta con la mafia, noi, ribelli inutili, trovavamo nelle labbra sottili e serrate di Sciascia un mentore fidato.

Come lo è stato per te, Nino, in prima persona: “Sciascia rappresentava già,” così scrive Massimo Onofri nella sua bella prefazione a libro “da prima che Nino nascesse si potrebbe dire (oh Borges!), e senza che potesse minimamente immaginarlo, il maestro che gli era stato assegnato da quegli dèi punici e greco-latini che ancora oggi vegliano sulle saline dello Stagnone”.

Che fortuna che hai avuto, Ninuzzu, a carriartelo in giro per Palermo nella tua Cinquecento di studente squattrinato, attorcigliato sul sedile a fumare in silenzio, e a rispondere laconico “Eh, sì!” ai tuoi goffi tentativi di avviare una conversazione.

Ma questo libro non racconta solo dell’amicizia con il “professore Sciascia”, cui De Vita ha sempre dato del lei per tutta la vita, racconta anche del cenacolo letterario palermitano di cui Nino, via Sciascia e i Sellerio, entra a far parte, racconta di Fernando Scianna e di Gesualdo Bufalino, di Sebastiano Addamo e Piero Guccione, di Angelo Fiore e Antonio Castelli. Di Danilo Dolci.

Tutto da gustare l’episodio con protagonista lo scoppiettante Ignazio Buttitta, dove troviamo il disvelamento botanico del termine cabbasisi, già a noi ben noto per le frequentazioni di un certo commissariato di Vigata. Così come da non mancare è la poesia (De Vita alterna memorie in prosa a splendide liriche in dialetto) sul dolente incontro con Vincenzo Consolo a Trapani, relegato in un letto d’ospedale e tormentato da un amore virale e infetto.

E proprio a Consolo, e al suo “Le pietre di Pantalica”, correrebbe in prima battuta il paragone accostandoci a questo viaggio di memoria di De Vita.

E sbaglieremmo. Consolo incide i suoi ritratti siciliani in volute barocche nel calcare del Teatro Greco di Siracusa e della Necropoli di Pantalica.

Quello del poeta di Cutusìo è un epos, un viaggio stupefatto che trasmette tutta la meraviglia del giovane delle campagne del marsalese alla scoperta di un mondo intellettuale per lui, fino a quel momento, inimmaginabile e inarrivabile.

E che si declina da subito nella lingua che Nino usa per raccontare il primo incontro con Sciascia, nello studio di Enzo Sellerio: sebbene sia prosa, deriva cadenze, ritmi e costruzioni dal rimario siciliano.

“Era Sciascia, ma io non lo riconobbi. E come avrei potuto? Solo qualche foto di lui avevo casualmente visto. Sellerio, dopo che ci salutammo e io rimasi per qualche momento, fermo, a guardare le foto, i quadri, appesi alle pareti ‘Venga’ mi disse ‘venga, le presento Leonardo Sciascia’, così, d’improvviso. Io venni preso da un’emozione”.

Emozione che rotola poche righe più in basso, quando a Nino si spalancano le porte della vita futura, quando scrive: “Cominciò Sellerio, sul tavolo della sua stanza, a poggiare (…) foto”.

Cominciò Sellerio: bastano queste due parole a denotare lo spiegamento delle vele del viaggio epico, scandito dagli schigghi dei pupari, dalle vuciate dei fratelli Cuticchio all’Opra dei Pupi. È il viaggio di Astolfo sulla luna, sono le peregrinazioni di Ulisse. In rigoroso dialetto marsalese di Cutusìo.

Viaggio che trova la sua punta più alta e sublime nella storia di Angelo Fiore, romanziere caduto in miseria, dal carattere impossibile, che fugge da alloggio misero a pensione miserrima.

“Canciava sempre postu
Picchini era zillusu,
turdu, miraculusu.
Ogni cosa cci rava
Mpacciu.”

E quando De Vita gli comunica che Sciascia ha intenzione di aiutarlo a ricevere un vitalizio dalla Regione, Angelo Fiore reagisce così:

Angiulu mi taliau,
allisciannu e rrascannusi
una mascidda, ‘u pumu chi cci avia
chinu ri viniceddi.
Accuminciau a passari
‘a manu a tutti ‘i bbanni
ra faccia, s’a tratttinni
pi ncapu ‘u varvarottu.
“Ma tu talia” mi rissi,
c’un còccanu mmiscatu o’ ‘na rrisata
chi ggheu cci canuscia.
“Talia soccu cci speccia
a stu scritturi ranni.
Picchì, rimmillu tu,
picchì s’unn’havi stima
ri libbra mei, picchì,
s’ava ntrissari, ah,
iddu ri sti facenni
mei?”

(Angelo mi guardò,
lisciando e raschiandosi
la guancia, lo zigomo che aveva
pieno di venuzze.
Cominciò a passare
la mano in tutti
della faccia, si afferrò
il mento.
“Ma tu guarda” mi disse,
con un tono mischiato a una risata
che io gli conoscevo.
“Guarda che cosa va a pensare
questo scrittore grande.
Perché, dimmelo tu,
perché se non ha stima
dei libri miei, perché
si deve interessare, ah
lui di queste necessità
mie?”)

E gli episodi si inanellano in una lunga tavolata a Chiaramonte Gulfi, dove siedono tutti, con Sciascia a capo tavola con l’inseparabile Bufalino e Nino De Vita a scherzare con i nipotini dello scrittore di Racalmuto. E a cunto si aggiunge cunto, ad aneddoto aneddoto, in una catena che vorresti infinita.

E alla quale mi permetto di aggiungerne uno.

Qualche tempo fa, mi chiesero di recensire un libro di uno scrittore siciliano che Nino ben conosceva. Il libro non mi convinceva molto e chiesi un parere all’amico poeta. “Il libro” mi rispose De Vita “a dire la verità io non l’ho letto e non lo leggerò”. Raccontai l’episodio a un amico comune, Marco Marino, che esplose in una risata. “Citava una frase di Sciascia: non l’ho letto e non mi piace”. Da allora è il mio motto.

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