Flavio Fusi
Cronache infedeli

Geografia del massacro

Da Gaza a Kiev: perché la cosiddetta "sinistra" fa così fatica a indignarsi senza censurare alcun massacro? Qualche considerazione sul discorso pubblico “ai tempi del colera”...

Confesso: qualche giorno fa mi sono lasciato attirare e coinvolgere in una animata discussione sull’episodio della contestazione contro Emanuele Fiano all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Il luogo fisico di questo scambio di idee – manco a dirlo – era uno spazio Facebook, sul profilo di un vecchio amico e collega. I protagonisti dell’animata querelle erano quasi tutti miei antichi compagni di lavoro: giornalisti stimati, ormai maturi, per non dire anziani. Tutti di sinistra, appartenenti a quella galassia multicolore e spesso conflittuale che oggi chiamiamo “sinistra italiana.”

Il confronto è presto degenerato in una specie di deplorevole rissa, una sgradevole e inconcludente “lotta nel fango” che mi ha lasciato l’amaro in bocca. Due posizioni opposte si scontravano, armi – si fa per dire – alla mano. La prima era, o mi sembrava, elementare: in una democrazia come la nostra deve essere riconosciuto a tutti il diritto alla parola e alla libera espressione del proprio pensiero. Questo in assoluto, ma nel particolare la contestazione a Emanuele Fiano, figlio di un deportato ebreo, uomo di sinistra noto per la sua moderazione e per sue critiche all’attuale regime israeliano, si configurava come un inammissibile atto di censura.

L’opposta posizione affermava invece il contrario: la contestazione violenta al relatore era considerata sacrosanta, essendo Emanuele Fiano non solo ebreo, ma sionista reo confesso, cioè assertore del diritto all’esistenza dello Stato di Israele. A conforto di questa tesi, molti degli interventi si soffermavano sulle colpe gravissime e incontestabili del governo di Netanyahu, sull’atroce situazione di Gaza, sulle violenze dei coloni israeliani e sui crimini di guerra dell’esercito di Gerusalemme. Tutte accuse sacrosante, che poco o nulla – a mio giudizio – avevano a che fare con la censura a un libero dibattito organizzato da una libera università italiana. Ma proprio il termine “censura” veniva infine posto in discussione, sostituito da concetti fumosi e indistinti, come “indignazione”, “radicalità”, “solidarietà militante”.

La discussione social – fatico a definirla dibattito – è presto degenerata in una rissa verbale abbastanza miserevole. Alla fine, come sempre succede, il confronto si è spento per mancanza di ossigeno: ognuno è rimasto sulle sue posizioni e i protagonisti sono tornati alle loro prosaiche incombenze domestiche. Così vanno le cose sui social, e non è il caso di dolercene. Tuttavia questo minuscolo episodio può essere una spia dello stato penoso del discorso pubblico in questa epoca di ferro e di fuoco: in questo “secolo belva”, per usare la definizione coniata da un grande poeta russo assassinato nei gulag di Stalin.  E più in particolare – perché è questo che qui mi interessa – un segnale dello stato miserando del discorso all’interno della galassia della sinistra, che mai come in questi anni si trova lacerata, divisa, massacrata al suo interno.

Se la parola “censura” è quotidianamente censurata e minimizzata, relativizzata e “storicizzata”, viene meno un pilastro su cui si fonda, o si dovrebbe fondare una moderna democrazia, per quanto imperfetta e gravemente malata. Le parole – è il caso di dirlo – sono pietre, e non possono essere negate né imposte. Perché, insieme alla parola negata, anche la parola “imposta” è un altro corno del dilemma in cui si dibatte la nostra povera sinistra. In questo caso – e mi rendo conto che sto calpestando un campo minato – è la terribile parola “genocidio”, che viene usata e qualche volta abusata come segno di riconoscimento di una parte.

Come modesto lettore, giornalista e cittadino mediamente informato, ho una resistenza invincibile a usare per la tragedia di Gaza questa parola che gronda sangue e dolore, un affronto all’umanità che segna indelebilmente la nostra storia. Tuttavia, se mi accosto con rispetto e tremore al concetto di genocidio, se non uso questa parola nel fatuo dibattito quotidiano tra noi inermi spettatori, chiedo rispetto e mi rifiuto di essere classificato come “negazionista.”   Uso la parola crimini di guerra, uso la parola massacro, uso la parola apartheid, che mi sembrano ben descrivere il passato e il presente dell’oppressione israeliana sulle terre palestinesi. Noto invece con sgomento che questa parola per me impronunciabile è diventata una bandiera che nello stesso tempo accoglie ed esclude: il simbolo di una parte che si riconosce in contrapposizione a un’altra parte. Più in particolare: la bandiera di una parte della “sinistra” che si autodefinisce autentica interprete della sofferenza palestinese.

Da genocidio deriva l’aggettivo “genocidario”, che viene anch’esso usato come segno di riconoscimento. Un caso per tutti: Francesca Albanese definisce “genocidario” il governo italiano, e “genocidaria” l’intera Europa, per la sua complicità al crimine che si consuma oggi in quelle terre. Va da sé che, essendo l’Europa “genocidaria”, l’intero Occidente viene ridotto alla infamante definizione di complice del genocidio: un tragico segno di riconoscimento simile a quella stella gialla che veniva imposta dai nazisti alla popolazione dei ghetti ebrei prima del definitivo sterminio.

Occidente, altra parola difficile. Se l’Occidente è condannato in blocco come genocidario, troppi di noi – uso questo “noi” con mesta consapevolezza – trovano difficoltà insormontabili a schierarsi a fianco dell’Ucraina: un Paese libero e massacrato che chiede di essere accolto con urgenza dentro il recinto delle garanzie e del primato della legge, chiede di diventare esso stesso Occidente, libero dall’ombra minacciosa dell’impero. Giusto clamore per Gaza, umiliante silenzio per Kiev. Non è mia la sinistra che tace sui crimini di Putin mentre giustamente invoca una Norimberga per la cricca di Netanyahu. Rivendico il diritto di indignarmi per i bambini palestinesi che muoiono sotto i bombardamenti israeliani e insieme di piangere i bambini ucraini uccisi negli appartamenti, negli ospedali e negli asili colpiti dai droni e dai missili di Putin. Rivendico il diritto di chiedere la liberazione di migliaia di bambini ucraini sottratti alle famiglie, rapiti dall’esercito invasore e scomparsi in Russia. E, a proposito di parole, rivendico il diritto di chiamare crimini di guerra le azioni dell’armata di Putin sulla terra ucraina.

Sono abbastanza vecchio per ricordare con benevola nostalgia le passioni della mia gioventù. Siamo scesi in piazza contro l’infame guerra del Vietnam, siamo scesi in piazza contro il tradimento del Cile di Salvador Allende. Ma siamo scesi in piazza anche per il nostro coetaneo Ian Palach, bruciato vivo in piazza Venceslao davanti ai carri armati dell’invasione sovietica, e non ci siamo chiesti allora se le nostre bandiere ci rendessero complici dei riconosciuti misfatti dell’Occidente.

È passato mezzo secolo e oggi mi sento in diritto di parlare insieme di Gaza e di Mariupol, che sono le due grandi fosse comuni spalancate sotto le nostre pacifiche finestre. Non sopporto il silenzio né a sud né a est, e miei compagni immaginari sono quelli che scendono in piazza per la Palestina e insieme per l’Ucraina, perché l’umanità massacrata mi riguarda oltre ogni frontiera geografica.  Questa è – sarebbe – la mia sinistra. Non censurare nulla, non tacere su nulla, non dimenticare nulla.


Accanto al titolo, Mariupol, Ucraina.

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