Beppe Navello
In memoria di un grande scienziato

Geografia dell’uomo

Ritratto di Claude Raffestin, uno dei padri fondatori del concetto di paesaggio come invenzione simbolica. Le sue teorie combattevano le proliferazione delle frontiere; nel nome della centralità dell'Uomo

Certo, Claude Raffestin è stato scienziato e geografo di fama mondiale, cattedratico dell’Università di Ginevra, vicerettore dello stesso ateneo per lunghi anni, uno dei padri fondatori del concetto di paesaggio come invenzione simbolica. Molti studiosi lo hanno ricordato in questi ultimi giorni, dopo la sua scomparsa avvenuta in Torino il 25 settembre scorso: ma, forse il più delle volte, leggere i meriti scientifici e storici di un personaggio, non vuol dire percepire quanto quei meriti siano influenti nella vita degli uomini. E la geografia praticata da Claude era una geografia per noi, per gli uomini di ogni giorno. “L’oggetto della geografia umana non è lo spazio, bensì la pratica e la conoscenza che ne hanno gli essere umani”, si legge all’inizio del suo libro tradotto in tutto il mondo, Per una geografia del potere che smascherava le pretese naturali del concetto di frontiera dimostrandone la pretestuosità o addirittura l’intento di sopraffazione.

Claude Raffestin era certamente un umanista proprio perché metteva, come gli intellettuali europei del XV° e XVI° secolo, l’uomo al centro dell’universo. La sua curiosità era, come la sua geografia, “senza confini”: appassionato di matematica, di economia, di storia, di filosofia, di linguistica e di letteratura, navigava tra i libri come testimoniano le sue biblioteche sparse nelle molte case dove ha abitato; ma la semplicità con la quale ricorreva alle più diverse discipline del sapere per descrivere, capire e spiegare la complessità delle vicende che ci tocca vivere, non ne faceva un erudito ma un uomo di dialogo e di rapporti fecondi, soprattutto con i giovani. Questa disponibilità dipendeva dalla sua autobiografia di cittadino del mondo? Mi è sempre piaciuto pensarlo.

Lui, parigino di nascita, ancorché con ascendenze polacche, educato da una nonna portinaia negli anni difficili dell’occupazione tedesca, si era poi trasferito con la madre in Svizzera, a Ginevra, dove si era formato culturalmente; per scegliere infine l’Italia, nell’ultimo trentennio della sua vita, più precisamente, il Piemonte, terra anche quella di montagne e laghi, come la Svizzera, ma soprattutto scelta d’amore.

Stava bene ovunque e amava maliziosamente definirsi con gli amici un immigrato clandestino a Torino… forse anche per questo non si fermava mai, amava i viaggi e gli spostamenti come se temesse di appartenere troppo a qualche luogo. Sembrava dunque conseguenza naturale che avesse indirizzato i suoi buoni studi e le sue onnivore letture a dimostrare che le frontiere sono pericolose invenzioni umane, strumenti occulti di potere; sentirgli raccontare del suo risentimento nei confronti della Francia che lo aveva considerato disertore nella guerra d’Algeria perché ormai residente altrove; della sua infanzia nella Parigi occupata dove la nonna lo travestiva da bambina per via di una paurosa diceria secondo la quale gli occupanti nazisti mutilavano il braccio destro dei piccoli maschi per evitare il rischio di vederli crescere con il fucile imbracciato contro di loro.

La sua vita mi evocava un altro ginevrino, vissuto qualche secolo prima: un adolescente povero, appassionato di letture nelle quali si immergeva presso le biblioteche pubbliche, infervorandosi e immaginando un futuro avventuroso fuori delle mura della città; e la domenica, sentiva il bisogno di correre nella campagna, sempre più lontano, tanto da rischiare più volte di non rientrare al tramonto, quando i tamburi annunciavano la chiusura delle porte urbane. Fino a quando, una sera, quelle porte le trovò sbarrate e allora decise di mettersi in cammino con i soli vestiti che indossava, verso il mondo. Attraversata la frontiera, appunto, che divideva la libera repubblica di Ginevra dagli stati del Re di Sardegna, arrivò fino a Torino, a piedi. Si chiamava Jean Jacques Rousseau. Anche lui detestava le frontiere, soprattutto quelle tra i saperi, tra le religioni, tra le opinioni.

Pochi anni fa, proprio a Ginevra, Claude Raffestin dovette sopportare un ennesimo ricovero in una clinica di cura. Mi raccontò di aver scoperto una lapide che ricordava come Musil, l’autore de L’uomo senza qualità, avesse abitato quell’edificio nella prima metà del Novecento. Ne parlò con il medico che lo seguiva il quale gli rispose laconicamente: “Non ne so nulla, io mi occupo soltanto di scienza”. Mi disse che si era chiesto se non fosse finito nelle mani del medico sbagliato per essere curato a dovere.

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