Gloria Piccioni
Sul fascismo di Ungaretti /1

Il “caso” della dedica incriminata

Un saggio apparso su “Nuova Letteratura Italiana” riapre la vicenda antica delle presunte simpatie del poeta dell'“Allegria” per il Duce e il suo regime. Ma in modo poco convincente...

Il 18 agosto scorso è uscito sulle pagine del Corriere della Sera un articolo di Paolo Di Stefano dal titolo “E Ungaretti cancellò la dedica”. L’articolo riporta l’attenzione su un tema già molto dibattuto nel Novecento (non esattamente uno scoop dunque!) riproposto da un saggio pubblicato nel 2024 dal dantista Marco Grimaldi su “Nuova Letteratura Italiana”: l’adesione al fascismo di Ungaretti, la dedicata a Mussolini della sua poesia Popolo nel ’19 e la tristemente celebre introduzione dello stesso Mussolini nella edizione del Porto Sepolto del ’23, considerata da Ungaretti «orribile… curata in modo perfettamente cretino, illustrazioni, carta e prefazione». L’illustre dantista sembra affrontare gli scoscesi sentieri del Novecento italiano forse non proprio bene equipaggiato, almeno a giudicare dall’articolo del Corriere dove viene chiamato in causa Leone Piccioni, come l’«amico di Ungaretti», responsabile di aver contributo, nell’edizione del ’69 dei Meridiani Mondadori Ungaretti Vita di un uomo Tutte le poesie da lui curata, a ricoprire la “magagna” non riproponendo la dedica di Popolo a Mussolini. (Tuttavia, in quella edizione, la prefazione “incriminata” fu pubblicata in nota, ma questo particolare non viene ricordato). Sempre secondo Di Stefano, che si presume giudichi secondo la verità per così dire “ristabilita” dal dantista Grimaldi, Piccioni «liquidava come pettegolezzi i legami dell’amico con Mussolini», naturalmente anche facendo intervenire il padre Attilio, «potente esponente democristiano» per evitare a Ungaretti (e poi a De Robertis) l’epurazione dall’insegnamento universitario. (E c’è forse da rallegrarsi se non è stato evocato, a proposito di Attilio Piccioni, ancora una volta il caso Montesi, altro tema particolarmente caro, anche dopo settant’anni, alle nostre cronache).

Ora, volendo ristabilire un certo equilibrio, possibilmente respingendo letture sommarie e incomplete della vicenda, ci sembra utile ricordare che Leone Piccioni – non «amico» di Ungaretti, ma allievo prediletto, suo esegeta e per il poeta «come un figlio» – si è occupato della questione da studioso qual era in molti dei suoi libri dedicati a Ungaretti (Vita di un poeta Giuseppe Ungaretti, Vita di Ungaretti, Ungarettiana ecc.), nonché con relazioni a numerosi convegni, in modo tutt’altro che liquidatorio, ma semplicemente inteso a ristabilire il fondamento di verità, costellato da episodi e documenti che attestano in modo non reticente ma dichiarato (e non tardivamente), l’autentico antifascismo del poeta dell’Allegria.

Un particolare si mostra con tutta evidenza agli occhi non solo degli esperti, facendo nascere qualche sospetto. L’articolo di Di Stefano esordisce con una citazione di una lettera di Ungaretti a Leone Piccioni che rivela il suo anticrocianesimo (e del resto non solo suo nel ’900). Questa lettera è tratta dal libro dove è raccolto tutto il carteggio tra il Maestro e il discepolo: L’allegria è il mio elementoTrecento lettere con Leone Piccioni (a cura di Silvia Zoppi Garampi, Oscar Mondadori 2013). Lo stesso libro, dunque, dov’è contenuta una lettera di Ungaretti da Harvard del ’69, piuttosto lunga, in cui sono spiegati (e non “oscurati”) i suoi rapporti con Mussolini e viene dichiarato e dimostrato il suo impegno antifascista. Come mai si è deciso di ignorarla? Forse perché sarebbe bastata da sola a spengere un fuoco di paglia? Quale zelo intellettuale induce a riproporre una questione abbondantemente indagata, storicamente superata, senza aggiungere nulla di nuovo, ma anzi interpretandola in modo tanto parziale?

Peccato. Un’occasione mancata questa. Sarebbe infatti auspicabile che l’anno del centenario della nascita di Leone Piccioni (9 maggio 1925), di cui sono recentemente iniziate a Pienza le celebrazioni che continueranno, anche approvate dal Mic e sostenute da un Comitato promotore che fa capo al Centro nazionale studi leopardiani (sì, perché Piccioni è riconosciuto come punto di riferimento critico per gli studi sul poeta di Recanati), sia un’occasione per accostarsi al lavoro, in gran parte poco conosciuto, del critico letterario. Come questa agostana vicenda giornalistica dimostra.

Quindi, niente di meglio che far parlare direttamente i due protagonisti – Piccioni e Ungaretti – attraverso il testo di un intervento di Leone Piccioni a un convegno emerso dal suo archivio (che pubblichiamo qui di seguito), in cui viene resa nota, per la prima volta, la lettera di Ungaretti da Harvard allora ancora non edita.

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