A proposito di “Museo di sabbia”
Scorciatoie d’arte
Ancora sul nuovo libro di Giovanna Di Marco, un percorso narrativo dentro la critica d'arte. Dal Medioevo fino a Renato Guttuso
Che libro è Museo di sabbia. Scorciatoie narrative (264 pagine, 18.00 Euro) pubblicato da Del Vecchio editore? L’ha scritto una palermitana, Giovanna Di Marco, che due anni fa aveva dato alle stampe, con notevole successo di critica, La sperta e la babba per i tipi di Caffèorchidea. Ma torniamo a Museo di sabbia partendo da alcune evidenze e cominciando dal titolo: che esibisce, incrociandoli, Museo d’ombre di Gesualdo Bufalino e Il libro di sabbia di Jorge Louis Borges. È lei stessa, del resto, a mettere subito le cose in chiaro, citandoli entrambi in epigrafe sulla soglia del volume. Borges e Bufalino sono due scrittori vertiginosamente metaletterari e spaventosamente colti. Hanno surrogato la vita non vissuta – la cecità del primo, la tubercolosi precoce del secondo – con la letteratura. Il secondo, però, arriva a correggere la frigidità estetica del primo con un «cristianesimo ateo e tremante»: che lo trasforma in quel «grande artiere» di memoria carducciana che punta l’arco verso l’alto, perché, con una parabola sontuosa, la freccia della letteratura colpisca inesorabilmente, e con sublime eleganza, il bersaglio della vita acquattato rasoterra a molte centinaia di metri di distanza. Proprio come Di Marco.
Seconda evidenza: il sottotitolo Scorciatoie. Ma scorciatoie di che? Proviamo a capire come il libro è costruito: un Prologo, tre ampie Stanze (Medioevo, Età moderna, Età contemporanea), un Epilogo (Il trionfo della morte di Palazzo Abatellis). Ogni stanza – ecco il punto – si compone di alcuni racconti dedicati ad alcune opere d’arte diversamente memorabili (dipinte – cito a caso – da Piero della Francesca o Antonello da Messina, Caravaggio o Velázquez, Picasso o Guttuso), senza dimenticare chiese (per esempio la sarda San Giovanni in Sinis), altari (magari quello dello Spasimo di Antonello Gagini), monumenti funebri (quello per Adelasia del Vasto) e sculture (che so? La statua di Ermione di Giulio Romano o l’altra di Giuditta a opera di Giacomo Serpotta). Tutto questo ci conduce senz’altro a capire almeno due significati del termine Scorciatoie scelto appunto come sottotitolo.
Di Marco ha studiato con passione e grande intelligenza critica la Storia dell’arte, sicché ha deciso di non scrivere racconti in quanto tali, ma racconti che potessero essere letti al posto di saggi, che cioè valessero anche perché scritti con intenzione critica. Ha preferito insomma la via narrativa, ma con obiettivi che implicassero, sempre e in qualche modo, la ricognizione critico-artistica, valorizzando il ruolo dell’ecfrasi, non di rado felicissima, e di estro talvolta longhiano, epperò concepita in ogni caso in gloria di un’epopea della vita. Tutto ciò, se è vero, appunto, che la descrizione dell’opera si risolva continuamente in racconto: prima attirandoci, poi trascinandoci oltre sé stessa, per farci così entrare nel mondo. Siamo così al primo e immediato livello di questo libro straordinariamente stratificato: quello di offrire ai lettori una serie di racconti che valgano anche come contratti e velocissimi saggi critici. Questi racconti però – ecco che arriva sulla scena la storica dell’arte – sono esposti – diciamo così – in Stanze che sono organizzate secondo la sintassi di un’epoca. Inutile aggiungere che la scelta di certi quadri invece che di altri – soggettiva: poco importa che si tratti di capolavori – ha un peso specifico di non poco conto nell’eventuale interpretazione delle succitate epoche. Siamo così al secondo livello del libro: il suo ineludibile intento di storicizzazione.
Ma torniamo all’uso dell’ecfrasi, avvalendoci di un esempio. Sentite qua, da La Madonna assisa in trono del Maestro di Castelsardo, un racconto significativamente dedicato da Giovanna Di Marco allo zio Angelino Sanna, «il sussincu», che aveva sposato una sorella di suo padre: «Il quadro raffigurava una Madonna seduta in trono tra sei angioletti e altri tre ancora più piccini che si appoggiavano sulla sommità dello schienale del trono e tutti suonavano uno strumento – chitarra, arpa, flauto, violino e trombe; il Bambino Gesù stava seduto su di lei, che era bionda con due lunghe trecce, la corona sulla testa e l’aureola dietro». Ma quella Madonna, e quel singolare paese arrampicato ai piedi d’un castello «a picco sul mare», in cui non c’era nulla se non quel cielo «quasi sempre azzurro», ha un significato speciale proprio perché consente all’autrice di narrarci la storia di Baingia (nome così sardo) Alvarez, con quel cognome spagnolo, benché in Spagna né suo padre, né suo nonno, né il nonno di suo nonno, c’erano mai stati. Baingia e lo zio «sussincu» – uno scampolo di struggente Sardegna tra tanta Sicilia ipnotica, poco importa se storicamente cruenta o favolosa – ci segnalano il terzo livello del libro: l’autobiografia dell’ombra. Quella che mette in giuoco il rapporto della scrittrice con l’uomo amatissimo cui il libro è dedicato, sino a scrivere uno dei più bei racconti d’amore che siano stati pubblicati in questi ultimi anni: La sposa del vento di Oskar Kokoschka.
M. s’affaccia in passaggi cruciali ma aleggia quasi ovunque: nel bellissimo Prologo, che muove dall’«ecfrasi bufaliniana de Il Trionfo della Morte»; nelle Note alla Sala I, II e III; nel racconto La chiesa di San Giovanni in Sinis (VI-IX sec.), sotto le spoglie di Torquato, ma anche in quello intitolato Il Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo, cui M. ha dedicato forse il suo libro migliore. Racconto speciale quest’ultimo, perché vi troviamo, appena velato con pudico gesto onomastico, uno struggente ricordo del padre, candido socialista, e della sua crudele morte. Ma torniamo a La sposa del vento di Oskar Kokoschka, che di quell’autobiografia dell’ombra, nutrita di luce e lutto, ci restituisce la luce più intensa e tenera: «Lui non sa cosa sogno quando dormo sul suo petto. Rimane per ore supino con le cuffie alle orecchie e gli occhi aperti a guardare serie su Netflix, poi dorme fino a mezzogiorno; io invece mi alzerò alle sei. Non mi dà fastidio che lui resti sveglio a guardare serie tivù, sono sempre talmente stanca che potrei dormire in tutte le situazioni». E poi «Il nostro letto gravita nella notte e nell’oscurità, a eccezione della luce del piccolo schermo di un cellulare. Lui non sa cosa sogno, a meno che io non glielo racconti al suo risveglio. Ma i sogni, si sa, sono difficili da ricordare. So solo che mi costano sempre fatica e il mio sforzo nel subirli non mi concede il giusto riposo». E ancora: «Lui non sa cosa sogno, a meno che non glielo racconti, dicevo, ma questo accade solo quando dei sogni mi è rimasto qualcosa di significativo». Infine: «E, quando gli parlo di un sogno che mi ha turbato, non se lo spiega: sono sana, ho un lavoro che mi piace, sto vivendo un periodo sereno e quindi, per lui, avrei tutto il diritto di reputarmi felice».
La felicità – si sa – è sempre ottusa – in questa sua ottusità, però, può essere anche sublime –, ma Di Marco è troppo sensibile, troppo intelligente, troppo consapevole di sé e del mondo, non ignora quale inferno siano “gli altri”, quasi tutti. Però, almeno in modo intermittente, sa che quella felicità può viverla nell’amore ricambiato di M., candido socialista come suo padre. Scorciatoie e raccontini (1946) s’intitolava un bellissimo libro di prose brevi di Umberto Saba, il poeta della vita e della «poesia onesta». La vita, dunque: quella che spira appunto, straziata e straziante, nel Museo di sabbia di Giovanna di Marco. Perché la vita è tutto ciò che abbiamo, ma anche – leopardianamente – tutto ciò che dobbiamo patire e perdere. Sabbia. Solo sabbia.
Accanto al titolo, La Madonna assisa in trono del Maestro di Castelsardo.