Paolo Puppa
A proposito de “Il fascismo e noi"

Fascismo costante

Il bellissimo saggio di Roberto Esposito analizza il fascismo dal punto di vista filosofico. Partendo da una domanda: com’è stata possibile la pandemica interruzione del pensiero che ha contagiato e corrotto il cuore dell’Europa colta e civile?

Tutti noi, dentro, siamo un po’ fascisti. Ce lo ricorda con lucida tristezza il recente volume di Roberto Esposito, emerito in filosofia teoretica alla Normale di Pisa, scandito in sei agili capitoli (Il fascismo e noi. Un’interpretazione filosofica, Einaudi, 310 pagine, 26 Euro). Ogni volta che ammiriamo chi vince, e veneriamo il potere anche se ci domina e ci sfrutta, riveliamo una qualche forma di fascismo congenito. Basta in effetti sospendere per un momento l’approccio socioeconomico che ne fa di solito il braccio armato del capitalismo in crisi epocale, o la diga contro il bolscevismo, e utilizzare invece quello psicoanalitico sulla scia anche del dittico Capitalismo e schizofrenia di Deleuze e Guattari ovvero Anti Edipo del 1972 e Mille piani del 1980. A lettura terminata, loro così diventa noi.

Essendo professore universitario in quiescenza, mi chiedo innanzitutto cosa avrei fatto nel 1931. Mi spiego: mi sarei rifiutato di giurare nel regime, come i magnifici dodici (percentuale irrisoria e significativa) che persero all’istante cattedra e pensione, oppure avrei considerato la priorità di avere famiglia? Insomma, sarei stato assieme ai carnefici, il carro dei vincitori in quel caso essendo particolarmente inclusivo e minaccioso, o al massimo mi sarei collocato tra i voyeurs cinici e vili? Questo libro provoca, nella misura in cui attraversa l’orrore da vari punti di vista, raffreddandolo alla luce di una bibliografia contrastiva. La tensione nondimeno resta alta, perché si parla tra le righe del presente e del futuro. Nel 1995 Umberto Eco vara la nozione di ur-fascismo quale paradigma sempre pronto a riattualizzarsi. In precedenza, soprattutto ne gli Scritti corsari e ne le Lettere luterane, interventi saggistici redatti poco prima del suo martirio a Ostia nel 1975, Pasolini evoca un neofascismo di marca antropologica, l’autentico genocidio per lui operato dalla civiltà dei consumi sul proletariato e la conseguente omologazione piccolo borghese che ne muta persino i connotati fisici. E nel romanzo non finito Petrolio, la trasformazione in donna di Carlo e l’orgia nel pratone della Casilina, con la parata compulsiva di falli, a evidenziare la serialità psicotica del desiderio, e a ipotizzare responsabilità stragiste nelle multinazionali.

Il rimosso, avverte questo libro, può tornare. Ieri lo sfaldarsi delle istituzioni liberali, il conflitto coloniale uscito fuori controllo, i tumulti esplosivi del primo dopoguerra (pochi anni in Italia, quindici nella Weimar tedesca), le convergenze improvvise tra capitalismo e liberalismo contro la democrazia. Oggi, gli Stati Uniti da Obama passati a Trump, lasciato indenne pur tra vari reati penali e dopo aver fomentato l’assalto nel 2021 al Campidoglio, quasi a realizzare il distopico Complotto contro l’America del 2004 di Phil Roth, dove si immagina nel 1940 l’elezione di Charles Lindbergh filo nazista. Prevalgono nel mondo gli stati autocratici e si liberano le nostalgie del passato. Putin, se invade l’Ucraina, fa nascondere le sue deiezioni durante il recente incontro in Alaska con lo stesso Trump. E l’impero mediatico punta alle fake news con la lingua governativa che altera dovunque e nasconde la realtà.

Molte delle interpretazioni del nazi-fascismo qui esaminate con rigore, da Georges Bataille a Emmanuel Lévinas, da Simone Weil a Wilhelm Reich, da Herbert Marcuse a Erich Fromm, risultano scritte tra coraggio e disperazione quando l’inferno sembra vincere e Hitler pare destinato a trionfare. Ma Esposito fa parlare anche i geniali propugnatori della filosofia che nobilita il Führer e il Duce, eccentrici e ambigui nel rapporto con il regime. Così il giurista Carl Schmitt con il suo dualismo fondativo di amico/nemico; così ancora Heidegger con l’ebreo metafora e volano dello sradicamento, del distacco dall’Essere dell’ente, e il contiguo stordimento nel mondo della tecnica. Da noi, più modestamente Giovanni Gentile e il suo idealismo. Non si parla però di D’Annunzio, a proposito della mobilitazione febbrile, totale per dirla con Ernst Jünger, dell’entusiasmo nel tempo dell’interventismo con la Grande Guerra, il macello mondiale, a cui corrono molti giovani intellettuali e anche maturi scrittori, tra cui il poeta abruzzese alla ricerca della bella morte. Ma indubbiamente sia il fascismo che il nazismo, arrivati al potere con il voto, salvo a disfarsi dei partiti subito dopo, hanno saputo mettere in marcia un popolo, con la massa caos, centrifugata tra scioperi e scontri in strada, che viene forzata a cosmo, comunità di destino cementata nel sangue degli eroi, nella condivisione attorno al cimitero nel culto dei morti. Anche se poi non si esiterà a far morire questo stesso popolo idolatrato, e trascinarlo nella catastrofe non appena si mostra inadeguato alla lotta finale. E tra terrore, propaganda, manipolazione di consenso, l’adesione svapora solo a conflitto perduto.

Perché è la continuità con la guerra a decretarne le modalità espressive, la violenza del fronte, quella guerra invece odiata dal comunismo internazionalista. E si tratta di fede, in fondo, di vincolo religioso in risposta alla secolarizzazione, tramite una parola parlata più che scritta, anche se Mein Kampf per incidenza e ricezione non è inferiore al Manifesto del partito comunista. Un regime allora performativo quant’altri mai, con dittatori grandi comunicatori, al di là delle alterazioni fisiognomiche con cui li si riguarda adesso, fuori dal contesto incantatorio, e dove Hitler e Mussolini appaiono solo buffe e incomprensibili macchiette. Di fatto, una forza ignota ai sistemi democratico-parlamentari corrisponde alla estetizzazione della politica al posto della politicizzazione dell’arte, secondo la formula di Walter Benjamin.

Ma il libro fa di più, quando si pone dalla parte dell’abominio, come nel romanzo Le benevoli del franco-americano Jonathan Littell del 2006, ossia le memorie disinvolte di Max Aue, criminale sopravvissuto alla catastrofe e alla condanna.  Lo stesso avviene in Zona di interesse dell’inglese Martin Amis del 2014, con il protagonista che gestisce un forno crematorio e ci vive accanto con la famigliola. Romanzieri che entrano dentro la vita quotidiana degli assassini funzionari, a immedesimarsi in loro, sostenendo lo sguardo meduseo, rivolto al furore omicida camuffato da lavoro. Abitualmente, la storiografia fa parlare chi vince, lasciando inabissare nel silenzio chi perde. Qui, viceversa, viene data la parola al carnefice. E l’etologia di Konrad Lorenz precisa che l’uomo è la sola specie che uccide senza motivo, in una strategia sado-masochista.

La domanda lancinante di Esposito gira su questo enigma: com’è stata possibile la pandemica interruzione del pensiero, che ha contagiato e corrotto il cuore dell’Europa colta e civile. E in Germania, nonostante la presenza di un grande sindacato, con i ceti medi impoveriti in pieno panico economico, si affermano i bisogni inconsci e le attese messianiche, in un surplus frenetico di simbologie efficaci. Ed è Freud nel 1921, un anno prima della nostra Marcia su Roma, tra Psicologia delle masse e analisi dell’io e Al di là del principio del piacere, ad abbozzare una spiegazione, con il triangolo costituito dal capo al vertice, il padre dell’orda originaria, dotato di carisma, specie in quanto eliminato e trasformato in ideale dell’io, e alla base i sottoposti, i figli travolti dalla suggestione e dall’ipnosi. Si guarda alla Chiesa e all’esercito quali modelli gerarchici da imitare, ma intanto affiora la pulsione di morte. dentro la spinta dell’eros.

Tra fascismo e nazismo una qualche gradazione del male, di recente confutata da Emilio Gentile: il primo sarebbe una variante artigianale rispetto al climax demoniaco del secondo. Ebbene, i due anni finali di Salò, illuminati dal film pasoliniano Salò, girato in limine mortis, costituiscono un aggancio sinistro con la Germania degli ultimi mesi, una “scatola nera” del senso di apocalisse implicito nella vocazione autodistruttiva nei due regimi. Certo, se pensiamo alla fine dei due dittatori, uno si traveste goffamente da soldato tedesco, prima di essere sconciato a Piazzale Loreto, mentre l’altro si uccide nel bunker berlinese, con i russi alle porte, in un rovesciamento umiliante rispetto alla situazione di Stalingrado assediata tre anni prima. E il contorno di Goebbels, ministro della propaganda, il nano mostruoso e zoppo, contrapposto al ciccione lardoso dalle gambe grosse come colonne, ovvero Göring, marionette grottesche in Mephisto, il romanzo, edito nel 1936, di Klaus Mann, figlio di Thomas, omosessuale come il padre ma non celato come quello, e poi suicida nel 1949. Per di più la Signora Goebbels a sua volta sopprime con sé stessa anche i sei figli. Il tutto in un clima da tragedia nibelungica. Tanto più Esposito ha buon gioco nel sottolineare come il teschio stampato sulla camicia nera degli Arditi viene esorcizzato dal motto goliardico “Me ne frego”, mentre nelle inquietanti adunanze dei gruppi attuali tipo Predappio, in barba alle leggi che li vieterebbero, si usa rispondere “Presente” all’evocazione dei morti martiri per la causa, “trovata scenica” che banalizza il mito della resurrezione dei caduti.

Gradazione specie nella distruzione del mondo ebraico, invenzione tedesca, subìta dall’alleato italiano, la Shoah senza senso economico e militare, nel tentativo folle di estirparlo alle radici, sino al nome stesso, iniziativa identitaria conferita in tal modo alla razza superiore, nello sviluppo esasperato del darwinismo ottocentesco.

Biopolitico il taglio di Esposito, attratto da questo indirizzo già in studi del 2004 e del 2022. Ne esce un paradigma metastorico, la contemporaneità del non contemporaneo analizzata da Ernst Bloch, e insieme una biologia realizzata. Immanenza, desunta dal paganesimo, e corpo in quanto unica sostanza vivente dello spirito, nell’avversione per l’antinatura della religione ebraico-cristiana, per l’al di là del corpo nell’orizzonte trascendente. Qui s’innesta altresì la misoginia connaturale in tale ambito, a cancellare oltre all’ebreo, al malato e al diverso anche e soprattutto la donna, quasi mirando ad un’auto-generazione maschile. Ma fa paura, questa macchina generativa di impulsi e di energie, ossimoro in grado di inglobare gli opposti, tecnica e mitologia, movimento e regime, partito e Stato, anarchia e nuova legge. E l’origine con-fusa che annette cultura contadina e ordini cavallereschi, corporazioni medievali e leghe antinapoleoniche, così come saghe wagneriane. Vedi il nome scelto per il partito, nazional-socialismo.  Simone Weil arriva proprio nel discorso sul dominio a collegare il nazismo alla concezione romana del potere. Proprio la inquieta Weil che addita nella forza la smania di sradicamento verso i popoli sottomessi, dai Romani stessi agli ebrei verso la Palestina (ieri come oggi, potrei aggiungere!). La medesima congerie si ritrova nella genealogia del fascismo, reazionario e rivoluzionario, tradizionale e modernista, latifondisti agrari e industriali, sindacalisti massimalisti, nazionalisti e radicalismi di sinistra, frammenti male assimilati di Nietzsche (uomo senza patria) e futurismo. Da qui, un blocco sociale altrettanto ibrido, fusione tra le classi e non contrapposizione come nel soccombente fronte comunista.

Dodici anni dura l’inferno nazista, venti quello fascista. L’intento di questo Fascismo e noi è omeopatico e depurativo, e spera forse di funzionare da vaccino contro eventuali ricadute.

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