Giovanna Di Marco
A proposito di “Ogni cosa fuori posto”

Romanzo fiammingo

L'esordio narrativo del poeta Andrea Accardi è segnato dagli scenari: la vicenda si sviluppa come in una serie di quadri fiamminghi. Da Brueghel a Bosch

Andrea Accardi, nato a Cagliari e cresciuto a Palermo, sceglie il Nord per l’ambientazione della sua prima opera di narrativa dal titolo Ogni cosa fuori posto (Edizioni industria & letteratura, 119 pagine, 10 Euro). Già autore di due poemi in prosa – Frattura composta di un luogo e Frattura composta di un nome (Ladolfi editore) e del libro di poesie Nosferatu non esiste (Arcipelago Itaca) – Accardi crea adesso un’intelaiatura narrativa sulla scia del noir, dove la suspense ricorre in ogni pagina. C’è una città dell’Italia settentrionale con un castello e un lago, una comunità con tanto di scuola e professori; poi l’arrivo di un medico che dimentica l’indirizzo dell’ambulatorio dove deve prestare servizio, la morte di una ragazza, un gruppo di tre giovani amici, un inquietante estraneo, che desta curiosità e timore negli abitanti del borgo anonimo. La trama si esplica, sì, in modo ben congegnato. Tuttavia, ben presto, ci si accorge di quanto il plot sia solo un pretesto, perché è intriso di sottilissimi e raffinati richiami, che certamente d’altro vogliono parlarci.

Mi spiegherò meglio attraverso una sorta di mise en abyme, che si snoda attraverso ripetuti riferimenti a opere d’arte, anzi, a dipinti, nello specifico. In uno di questi, alcuni personaggi, i giovani amici della ragazza morta, insieme al fratellino di quest’ultima, si recano al castello della cittadina e Davide, uno di loro, al suo interno nota: “Una cornice sulla parete opposta con un paesaggio di campagna un mulino fiocchi di pecore due carrozze in marcia. C’è qualcosa di già visto forse Brueghel con i cacciatori nascosti nell’ombra e pronti ad assalire la pianura e i contadini rotondi e felici e le donne con i fazzoletti in testa”. Ecco, il riferimento alla pittura, più precisamente a Brueghel. Accardi ci indirizza così verso un Settentrione, ancora più freddo del luogo dove si svolge la vicenda. Ma non è solo questo: l’autore si aggancia alla pittura fiamminga per riprodurne il suo senso più profondo, anzi, il senso più profondo dell’esistenza che essa ha voluto trasmetterci. E sembra preannunciare questa doppia realtà, quella specifica della suddetta corrente artistica rinascimentale qualche pagina prima: “Dentro l’ascensore si pensa poi a cosa potrà esserci nella cavità del condominio, nel ventre della balena, monete come dentro una fontana, sigarette e sigari, forbici piatti lische guanti, mappamondi e dentiere, vasi da notte, pettini lampadine, un mazzo di chiavi, qualcosa come un groviglio di peli e polvere e fili, e poi code di animali, pupille risvegliati dalla luce, dai rumori di superficie, oppure feti rifiutati e portati a compimento in un’acqua di sentina, in un fondo di gusci liquami detersivi, uomini del sottosuolo metà nani metà uccelli”.

Qui siamo realmente in un universo fiammingo, che più che farci sovvenire Brueghel è dichiaratamente ispirato a Hieronymus Bosch!

Cosa vuole dirci Accardi, nato in un’isola dell’Italia (la Sardegna) e cresciuto addirittura in Sicilia? Che, per scelta poetica, il suo immaginario, al momento, si è spostato altrove; che la nazionalità creativa trova la sua residenza nelle brume di altri luoghi, più confacenti al freddo dell’esistenza.

A dimostrare ciò, ricorrono, a circa metà del libro, dei capitoli alternati alla vicenda principale, dove il protagonista dove il protagonista è Marco (fratello di Sofia, un’altra ragazza scomparsa), un giovane uomo che si trova per motivi di studio a gravitare attorno agli ambienti universitari, in una grande città nord-europea e lì, pare si allarghi la dimensione angosciante dell’esistere. Più è grande la città, più lo spaesamento si riannoda al trauma infantile della perdita – per suicidio – della sorella. Ritornano i viluppi, che puntellano la trama e la arricchiscono: “Sorella sorella mia, gira la chiave che una buona volta fermi questa maledetta giostra di immagini”.

La giostra di immagini che ricorre nuovamente nella descrizione di un quadro: “Parlano dell’estraneo, Claudio l’ha visto di nuovo, in una sala d’aspetto su una poltrona rossa, sotto il quadro di un uomo a cavallo che si allontana di spalle ai margini di un bosco”.

Si tratta della copia di un quadro, pare di Corot, che suggella, quasi fosse la chiave di volta dell’arco di un’edicola votiva, la visione dell’uomo sottostante.

Ma le corrispondenze con le descrizioni pittoriche ricorrono anche grazie ad altre descrizioni che ci ricordano quadri dechirichiani (le piazze metafisiche) o addirittura surrealisti: “Vesciche messe a rilegare libri, femori a sostenere tavoli e seggiole e seggiole, stomaci diventati cuscini da ornamento, intestini come cordoni di tende”.

L’altro dato, strutturale nell’economia della narrazione, viene fornito dal principio di ogni breve capitolo di cui è composto il libro. Quasi ognuno di essi, infatti, inizia con: “La scena è questa”.

Non è quindi inconscio il meccanismo di presentazione visiva e scenica da parte dell’autore, ma ampiamente dichiarato. Si tratta di una finzione ostentata, che, attraverso il suo esplicarsi, ci indirizza al termine ultimo del vivere, come ho detto poc’anzi, ma anche al senso di ciò che è scrittura per Accardi.

Infatti, un richiamo allusivo alla propria operazione di scrittura, che lo espone a dichiarazioni di poetica, si ritrova nella mappa (addirittura un capitolo si intitola così), dove uno dei tre ragazzi del gruppetto di amici, Claudio, propone appunto la mappa da lui stesso tracciata, quella che vuole riprodurre la città dove si svolgono i fatti. Ma, di fronte a un’altra morte che avviene dentro alla vasca dei ranocchi, Claudio dice “La vasca dietro la scuola, nella mia mappa non l’ho messa, come ho fatto a dimenticarla, come ho fatto”. Gli era proprio sfuggita, quella vasca!

La realtà della quale l’autore vorrebbe minuziosamente riprodurre la forma, in modo a tratti grotteschi – come appunto avrebbe potuto fare Bosch – prende altre derive che l’arte e la letteratura non riescono a contenere, nonostante il supporto della parola che ogni cosa, in fondo, potrebbe replicare. I piccoli elementi di un paesaggio urbano scarnificato che vorrebbero essere rappresentati sono in realtà travolti da un fiume che rompe gli argini e porta ogni cosa a essere davvero fuori posto.

La mappa vorrebbe pianificare tutto, la scrittura vorrebbe rappresentare il mondo, intrappolarlo e riconsegnarlo, ma deve necessariamente omettere qualcosa. Sembra qui esserci, in latenza, un richiamo letterario a quel libro che certamente di arte parla: La carta e il territorio di Michel Houellebecq.

E allora si ritorna al caos fiammingo, o a visioni fantasmatiche già annunciate, come quella finale dello Yeti, che sempre tra le nevi sta.

Lì vuole stare Accardi, almeno per il momento, e lì lo lasciamo, grati a lui per questo esperimento di scrittura raffinata, sperando che ne produca altri, di esperimenti e che, come un buon Antonello da Messina, possa giungere alla sintesi tra l’elemento fiammingo e quello mediterraneo, mantenendo il suo sapiente gusto per il bizzarro, che, di certo, ben si sposerebbe con la dimensione paradossale e farsesca, almeno per quanto riguarda la popolazione siciliana!


Accanto al titolo, particolare de “Le tentazioni di Sant’Antonio” di Hieronymus Bosch.

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