Roberto Cavallini
La memoria che ritorna

Salviamo il Forte!

Viaggio a Forte Bravetta, a Roma, luogo simbolico della lotta partigiana per la libertà e della ferocia dei fascisti. E, forse proprio per questo, sempre più spesso oggetto di odioso vandalismo politico

Certe volte le notizie arrivano prima sul cellulare che dagli organi di stampa e così vedo comparire, il 2 giugno 2025, sullo schermo del mio telefono la fotografia dello sfregio fascista, la scritta, sulla lapide che ricorda i martiri di Forte Bravetta, “Remigrazione”. Non è stato questo il primo atto di vandalismo politico, perché il 25 aprile del 2024 comparve, sulla stessa lapide la scritta “Partigiano stupratore assassino”.

Il messaggio mi era stato spedito da una amica, Daniela Cirulli Presidente della Sezione locale dell’ANPI, intitolata proprio ai martiri di Forte Bravetta. Le chiedo quindi di accompagnarmi per un sopralluogo, una visita, una serie di ricordi, per una memoria anche visiva.

Ora la lapide, che è posta all’entrata del parco, è stata mondata dalla vernice, ma necessita di un ulteriore intervento di restauro per riportare in evidenza i nomi dei martiri che in parte sono scomparsi anche per l’energica opera di ripulitura.

Il Parco esterno al Forte è molto frequentato dalla cittadinanza, da chi si allena alla corsa e da chi porta a spasso il proprio cane.

La mia accompagnatrice, proprio in relazione all’attività ricreative che vi si svolgono, sostiene che il Forte non debba essere visto esclusivamente come un luogo di morte da aprire solo durante le ricorrenze del calendario civile. Sicuramente è un posto che va trattato con rispetto e cura, conoscendone e valorizzandone la storia con spazi espositivi e commemorativi, ma le finalità storico commemorative e quelle sportive, culturali e ricreative non dovrebbero entrare in contrasto fra loro.

Proseguiamo lungo un viale che confina con villa York e che si affaccia sulla valle dei casali, si incontra una garitta, una torretta d’avvistamento, ma dell’edificio del Forte non se ne avverte la presenza, fino a giungere di fronte all’entrata, aldilà del fossato, unita al parco da un ponticello, che una volta era un ponte levatoio.

Lungo il percorso di avvicinamento all’entrata, la mia guida mi delinea un quadro storico del Forte Bravetta, che è stato costruito in 5 anni a partire dal 1877, dopo l’unità d’Italia e che è uno dei 15 Forti che costituivano il Campo Trincerato, un sistema difensivo circolare che doveva difendere Roma da invasioni straniere, che si erano verificate durante il Risorgimento. È un Forte di tipo prussiano, massiccio e interrato per due livelli, circondato da un fossato asciutto. In realtà dal Forte non è mai stato sparato un colpo, perché quando il campo trincerato fu completato la città di Roma era cresciuta e i suoi confini superavano il sistema difensivo e la guerra non era più una guerra di posizione che si combatteva con obici, forti e trincee.

Il Forte venne quindi usato come caserma, deposito militare, poligono di tiro e venne di fatto dimenticato. Nel periodo fascista, dal 1932 al 1943, divenne tristemente famoso perché venne scelto per eseguire le condanne a morte degli antifascisti giudicati dal Tribunale Speciale per la difesa dello Stato, per crimini quali attentati alla vita del Duce, spionaggio per i francesi o i britannici, attività antifascista dei partigiani di lingua slovena: furono eseguite 37 condanne. Dall’8 settembre 1943 al giugno 1944 a Forte Bravetta furono fucilati 69 partigiani condannati a morte dal Tribunale Tedesco di Guerra, il Feldgericht, per attività antitedesca. Si trattava di partigiani dei GAP, di Bandiera Rossa, del Partito d’Azione, Militari monarchici badogliani e cattolici. Uomini di ogni età, condizione sociale e professione, che avevano in comune l’obiettivo di liberare Roma dai tedeschi e dal fascismo e di ristabilire la libertà e la democrazia. I loro nomi sono incisi sulla lapide di travertino all’ingresso del Parco che il Comune di Roma eresse nel 1967 e che ultimamente è stata ripetutamente vandalizzata, come già detto, con scritte di chiaro stampo fascista.

Nel 1945, liberata Roma, furono fucilati a Forte Bravetta 10 collaborazionisti dei nazisti, fra i quali il questore Pietro Caruso e il torturatore di partigiani Pietro Koch.

Come dalle parole dalla mia guida, gli ambienti del Forte sono molto suggestivi e destano quasi soggezione con i loro chiaro scuri dovuti alla illuminazione tenue, la fuga di aperture, i lunghi corridoi di cui non si vede la fine, le testimonianze antiche di lavatoi, di latrine, di focolari, i portoni in legno o ferro, le caditoie dell’acqua, le prese d’aria.

Tutto è ben conservato eppure antico, silenzioso, con una temperatura interna costante d’estate e d’inverno.  Impressionanti le scritte dei militi che li erano acquartierati e le scritte militari che indicano i corridoi e le scese di quel luogo maestoso in cui ci si perde. Quello, però, che emoziona in modo particolare è la Piazza d’armi ampia e verde, circondata da alture e terrapieni che la nascondono alla vista dall’esterno. Qui avvenivano le fucilazioni. C’è ancora un palo ad indicare il punto in cui veniva fissata con picchetti la sedia alla quale erano legati i condannati di spalle al plotone d’esecuzione, sempre costituito da militi italiani supervisionati da un ufficiale tedesco.

Si dice che il terrapieno conservi ancora le pallottole delle raffiche. Sulla piazza d’armi si avverte la sacralità del luogo.

Il Forte per me, prosegue Daniela Cirulli, non è solo un luogo importante per la sua storia, simbolo della condanna della pena di morte e della ferocia della guerra, non è solo una testimonianza di eventi importanti per la Resistenza Romana e l’antifascismo, non è solo un presidio militare che ha 150 anni,

per me è un luogo del cuore e della memoria che credo fortemente vada trasmessa.

I partigiani e gli antifascisti venivano fucilati all’alba, dopo un processo sommario senza difesa o appello, senza avvisare i familiari. Venivano fucilati alle spalle come traditori della Patria e sepolti in fosse comuni. I nazisti ne volevano cancellare la memoria perché non diventassero eroi, esempi da seguire.

Ogni volta che racconto ai cittadini e agli studenti le storie di quanti persero la vita per liberare Roma dai nazisti e dai fascisti, mi sento di fare un atto di giustizia e di restituzione.

In questi anni ho conosciuto diverse famiglie dei caduti e con loro ho condiviso le testimonianze, le sofferenze, i ricordi, i pochi cimeli rimasti (lettere dal carcere, foto, qualche testimonianza orale). Tramite le voci dei familiari ho conosciuto Ottavio Cirulli, Augusto Latini, Gino Rossi Bixio, Antonio Nardi, Romolo Iacopini, Paolo Renzi e altri già citati sulla lapide oltraggiata. Vedo scritto il nome di Giorgio Labò modenese di 25 anni, studente di architettura al Politecnico di Milano. Il giorno dell’Armistizio venne sorpreso mentre faceva il militare nel Genio Minatori. Entrò nella Resistenza e mise a servizio la sua esperienza sugli esplosivi per organizzare con l’amico Gianfranco Mattei, docente di chimica di 28 anni, la santabarbara dei GAP a via Giulia.

Con loro lavorò, come staffetta partigiana, Luciana Romoli una ragazzina di 13 anni di Casal Bertone che fu testimone oculare della cattura di Giorgio Labò e Gianfranco Mattei a via Giulia nel febbraio del 1944 e che, ancora oggi a 95 anni, quando viene a Forte Bravetta, accarezza questa lapide come se accarezzasse quei ragazzi.

Giorgio e Gianfranco vennero portati a via Tasso e torturati con ferocia. Gianfranco per paura di tradire i compagni si impiccò in cella e scrisse ai genitori l’ultima lettera sul retro di un assegno, ancora conservato a via Tasso, in cui diceva “Siate forti sapendo che lo sono stato anche io”. Giorgio condannato a morte senza processo viene giustiziato a Forte Bravetta, con altri 9 compagni, il 7 marzo del 1944. Dovettero portarlo a braccia davanti al plotone di esecuzione perché per le torture non si reggeva in piedi.

La sorella più piccola di Gianfranco, Teresa Mattei, anch’essa staffetta partigiana protagonista di tante azioni eroiche per la quale fu anche arrestata e oltraggiata da militi nazisti, a 25 anni fu la più giovane delle 21 donne elette all’Assemblea deputata a scrivere la Carta Costituzionale, base valoriale ed organizzativa della nuova Italia. Teresa dette un contributo rilevante all’art. 3 della Costituzione, quello sul tema fondamentale dell’uguaglianza, facendo inserire il dovere della Repubblica di rimuovere tutti quegli ostacoli che, “di fatto”, limitano la libertà e l’uguaglianza delle persone.

Dal 2021 come ANPI e ANPPIA abbiamo condotto numerose visite guidate gratuite con cittadini e con le scuole pubbliche di zona. Tutti i partecipanti, anche i ragazzi, sono stati molto interessati, hanno fatto domande e tutti hanno dichiarato che non conoscevano il Forte e la sua storia.

Nel 2020 il Comune di Roma ha dichiarato di voler acquisire la proprietà dei 15 forti per riqualificarli e restituirli alla cittadinanza, proprio a partire da Forte Bravetta. Un timore, sui tempi di realizzazione, aleggia dentro di me e vorrei che la riqualificazione del Forte non fosse per “un dopo di noi”, ma che possa vedere la luce in tempi ragionevoli, vista l’importanza storica non inferiore alle Fosse Ardeatine, a via Tasso e al Quadraro, insieme ai quali viene citato nella motivazione con la quale il Presidente Mattarella conferì a Roma nel 2018 la Medaglia D’Oro al Valor Militare per i fatti della Resistenza.

«La Città eterna, già centro e anima delle speranze italiane nel breve e straordinario tempo della Seconda repubblica romana, per 271 giorni contrastò l’occupazione di un nemico sanguinario e oppressore con sofferenze durissime. Più volte Roma nella sua millenaria esistenza aveva subito l’oltraggio dell’invasore, ma mai come in quei giorni il suo popolo diede prova di unità, coraggio, determinazione. Nella strenua resistenza di civili e militari a Porta San Paolo, nei tragici rastrellamenti degli ebrei e del Quadraro, nel martirio delle Fosse Ardeatine e di Forte Bravetta, nelle temerarie azioni di guerriglia partigiana, nella stoica sopportazione delle più atroci torture nelle carceri di via Tasso e delle più indiscriminate esecuzioni, nelle gravissime distruzioni subite, i partigiani, i patrioti e la popolazione tutta riscattarono l’Italia dalla dittatura fascista e dalla occupazione nazista. Fiero esempio di eroismo per tutte le città e i borghi occupati, Roma diede inizio alla Resistenza e alla guerra di Liberazione nazionale nella sua missione storica e politica di Capitale d’Italia. 9 settembre 1943 – 4 giugno 1944».


Le fotografie sono di Roberto Cavallini.

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