Nadia Tarantini
Su “Il cuore affamato delle ragazze”

Etta e la fabbrica

Il nuovo romanzo di Maria Rosa Cutrufelli racconta le vicende di tre donne, Etta, Molly e Tessie, alle prese con sé stesse e con la grande storia. Sempre nel segno della coscienza collettiva

Spesso le catastrofi sono precedute da un momento perfetto. Un attimo di pura gioia – la perfetta coincidenza fra una situazione esterna e un sentimento intimo.

«Noi. Così diverse l’una dall’altra, ma pur sempre “noi”. Tre amiche con una casa in comune e un’intimità che legava con naturalezza le nostre imprese quotidiane: battaglie, lavoro, divertimento. E amore. E dubbi. E paure, accompagnate tuttavia da una segreta convinzione di forza che le controbilanciava. Avevamo vent’anni e una fede invulnerabile nel nostro corpo, nei nostri sentimenti e nelle scelte spontanee, o concrete, che da quei sentimenti scaturivano. Insomma, credevamo di possedere una leva che ci avrebbe consentito di rovesciare il mondo e noi stesse. Ma ovviamente andò in tutt’altra maniera».

Perché, quello stesso giorno, scoppierà l’incendio alla Triangle.

“Noi” sono le tre protagoniste de Il cuore affamato delle ragazze, di Maria Rosa Cutrufelli (Mondadori, 279 pagine, 19,50 Euro): Etta, Molly e Tessie: così diverse, così simili. Etta infermiera professionale, Tessie attivista e poi sindacalista nomade, Molly sarta, poi, stilista, poi imprenditrice. È il decimo romanzo dell’autrice che ci ha regalato, tra le altre, la storia di Olympe de Gouges (La donna che visse per un sogno), della giovane Tina, soldato di mafia (Canto al deserto, ora tradotto negli Stati Uniti col titolo di Tina, mafia soldier), delle insegnanti marchigiane prime a conquistare un voto per le donne (Il giudice delle donne), dei più piccoli partecipanti al tragico Primo Maggio del 1947 (I bambini della Ginestra).

Sono storie che incontrano la Storia, in una scrittura fluida, narrative che non rinunciano all’immaginazione, anzi la usano per dare corpo allo scrupoloso studio delle carte – dei documenti a volte inediti. Corpi di donna, nella quasi totalità dei casi, e a chi glielo va chiedendo ad ogni presentazione (“perché scrivi di donne?”), Maria Rosa Cutrufelli risponde citando Nadine Gordimer, che alla stessa interrogazione sulle sue storie di apartheid, rispose che non se le andava a cercare, quelle storie, ma erano ciò che meglio conosceva, di cui era intessuta la sua vita.

E quante volte ce l’hanno raccontata, ad ogni 8 marzo della nostra vita militante. La storia delle operaie bruciate nella fabbrica. Potente la ricorrenza, vaghi e contraddittori i particolari, frutto di una memoria maschile (socialista? sindacale? sovietica?) – incarnavano l’ideale, il conflitto fra il capitale e il lavoro, una data fra le tante, più rara perché riguardava le donne.

Ci voleva Il cuore affamato delle ragazze per restituirci i corpi di quelle operaie, le cucitrici della Triangle***, a partire da un’immagine breve e potente come un brutto sogno: «Piombavano giù, in uno spicchio di cielo dietro la cornice del portone, disegnando lunghe scie incandescenti. Ed erano gonne, erano vestiti che contenevano corpi in fiamme». È il 25 (non l’8) marzo del 1911, e sono passate 276 pagine, quando irrompe il fuoco nel romanzo di Maria Rosa Cutrufelli; e prima abbiamo visto le ragazze vivere, lottare, soffrire e gioire per le ingiustizie del mondo – e per se stesse, giovani donne immerse in un mondo e un tempo segnato dal conflitto – tanto spesso invisibile nella Storia – tra la fame delle ragazze e un patriarcato becero, criminale, trionfante. Fame di libertà, di indipendenza. E di amore, di libere scelte nell’amare. Il fuoco ne ucciderà 146.

Il cuore del romanzo non è l’incendio, non gli scioperi di quattro mesi delle operaie tessili di New York e via via di altre città; non l’alleanza a volte stupefacente fra le giovani donne italiane od ebree che vengono dai quartieri poveri, e le esperte suffragiste colte e ricche, che vivono nel centro della città borghese. Non l’inevitabile insuccesso che le aspetta, nonostante importanti conquiste: sì, colpa del capitale; ma anche di sindacalisti maschi e miopi, di giornalisti compiacenti e giudici non meno.

Il cuore del romanzo, intimo e politico, ruota attorno alle domande che la testa di Etta continuamente formula – mentre cura gli immigrati ad Ellis Island, quando crea un ambulatorio per le donne nelle stanze del sindacato; quando passeggia o quando partecipa alle riunioni.

Cosa accade se una ragazza californiana, nata alla fine dell’800 – figlia di un medico e di una maestra – scopre di essere confusa su ciò che prova per un’ amica, in particolare per Tessie, quella giovane donna  «Pacata e inesorabile. Era proprio così che Molly aveva definito Tessie – lei tutt’intera, non solo la sua voce – ancora prima di conoscerla da vicino. Compassionevole e tuttavia impietosa. Pronta ad ascoltarti e tuttavia intransigente». Se non sa dare un nome a qualcosa di speciale? Se insieme a lei conosce donne che si amano, che vivono insieme, e non sa definire cosa ne pensa? Piccoli gesti. Parole che lasciano Etta a pensare. Riflessioni imperfette, indecise. Ci vuole tanto tempo per nominare con il corpo, e poi col cuore, l’amore fra Etta e Tessie. «Tessie, quasi a consolarmi, posò una mano sulla mia. Era calda, molto calda. Ma la tolse subito per accendersi un’altra sigaretta, e io rimasi a guardare le mie dita nude, spoglie del suo calore. […]». E ci vuole l’intera vita di Etta per restituire la forza di quell’incontro. Il potere che emana.

Le donne che si amano – ci racconta Maria Rosa Cutrufelli –; le donne che coltivano nel cuore e praticano nella vita quell’invisibile al cuore di Etta, quando si interroga, dubita, si confonde: quell’invisibile emerge con la forza di un cambiamento epocale. Sono le donne che si amano a cogliere e a vivere fino in fondo il cambiamento, e a farne una necessità vitale. Per sé e per tutte le altre. La consueta scrittura levigata dell’autrice (levigato, s.m.: Rendere liscio, liberare da irregolarità e scabrosità alla superficie; Rendere privo di difetti, affinare) ne Il cuore affamato delle ragazze brulica di emozioni, vibra – con sobrietà – di risonanze personali.

È il maggio del 1970, l’alba. Quando Etta si sveglia, «Nell’aria vibrava un pulviscolo fine, rarefatto, come il residuo di un pensiero notturno ancora sospeso sul letto». Il pensiero che la inquieta è la richiesta che viene da un’università. Vuole raccontare quel che ha visto, che ha vissuto, l’incendio della Triangle? Etta è più che reticente, non vuole attraversare di nuovo quel dolore – e la perdita personale, ancora più dolorosa. Ha quasi ottant’anni e vorrebbe archiviare il passato, vivere con Tilde ed Ellen, la figlia e la nipote di Molly, arrivate un giorno nella sua vita a portare la gioia.

Riposare dalle tempeste della vita, prepararsi a lasciarla. Ma le voci tornano: Il nostro cuore ha fame…dateci il pane e dateci le rose, le rose, le rose…, gridavano per strada le operaie, le suffragiste. Cos’era, se non il profumo del futuro? E se per lei di futuro non ce ne è più molto – Etta sa che può nutrire il futuro della figlia e della nipote di Molly raccontando la sua storia. E conclude, per sé e per noi: «Non ho fatto pace con la memoria, anche se ho smesso di bere alla fonte dell’oblìo […] però ho capito che ci sono epoche, tempi, momenti della vita che vogliono essere ricordati. Che lo pretendono. E pazienza se ricordare è un esercizio faticoso».

*** Pochi mesi prima del romanzo di Maria Rosa Cutrufelli, Iacobellieditore ha pubblicato Le ragazze della Triangle. Saggi intimi e politici sull’incendio di una fabbrica newyorkese, a cura di Edvige Giunta e Mary Anne Trasciatti. Sulla coincidenza editoriale, a più di cento anni dall’evento, trovate sul web l’incontro che ha visto insieme la curatrice Edy Giunta, Maria Rosa Cutrufelli, Paola Bono (traduttrice dell’edizione italiana), Anna Maria Crispino ( direttora editoriale di Iacobellieditore): https://www.iacobellieditore.it/evento/le-ragazze-della-triangle-presentazione-online-da-boston/.


La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.

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