Su Giovanni Piccioni
Indizi da un infinito
«La poesia è l’unico mezzo con cui possiamo condividere la sua autentica vicenda interiore, da cui non ha cessato, fino all’ultimo, di provare a estrarre un canto, per quanto franto, tritato». Così lo ricorda, a un anno dalla scomparsa, Daniele Piccini
Si è svolto di recente a Pienza, il convegno La parola della poesia – Per Giovanni Piccioni, curato da Succedeoggi con il contributo del Comune di Pienza e della Fondazione Conservatorio San Carlo Borromeo. Numerosi gli interventi di poeti, studiosi e amici. In ricordo del poeta pubblichiamo la testimonianza di Daniele Piccini.
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Per parlare della poesia di Giovanni Piccioni (1952-2024), da Per dire di un anno (I Quaderni del Battello Ebbro, 2000) fino a Luci da un mare notturno (Effigie, 2022), è utile soffermarsi sull’immagine del luogo da cui si scrive. Giovanni Piccioni ha scritto da un limine, da un confine (tra vita e morte, suggerisce un testo di A una più chiara luce, Pananti, 2004). Ha scritto da un sanguinare e di un sanguinare. Ha scritto da un dopo, sempre da un dopo, per cercare di chiarire e illuminare l’intrico di quanto era stato. Cito i versi finali di Un giorno senza sole, in Forma del mattino (Raffaelli Editore, 2011):
C’era un tempo confidente
(ogni promessa s’avverava)
il tuo docile sorriso,
la sincera mente.
Ha scritto da una sorta di interiore condizione agonica. Cito la chiusa di Notizie da un’infermità, in Forma del mattino (2011):
Allora sono da dare
notizie da un’infermità
senza pertugio,
senza feritoia.
Non a caso a questo testo ne corrisponde uno di Luci da un mare notturno:
Nei miei meandri mentali
mi sono perso:
scrivendo tento l’impresa
di scovare un’apertura
un accesso alla luce.
Giovanni ha scritto da sé a sé, cercando il suo vero essere, la sua figura integra e compiuta, sempre da riconquistare, da ritrovare. È un percorso scosceso, uno scendere nei crepacci (come dice in una poesia dell’ultimo libro), che quasi non gli lascia tempo ed energia per altro. La stessa divinità, secondo la citazione da Democrito che apre Luci da un mare notturno, è enigmatica e indecifrabile per lui, non sembra avere le fattezze del Dio-uomo cristiano.
Giovanni ha scritto dalla solitudine per arrivare a un sé liberato, in un giro di stagioni sempre ritornanti, ossessivamente, di oggetti, di amuleti, di persone invocate. Giovanni ha scritto da una ferita non rimarginata, chiedendo aiuto. Poco gliene ho saputo offrire io. Eppure questa sua poesia è un chiamarci al suo destino, a vederlo, ad averne notizia. Giovanni ha scritto dal destino che ha avuto in sorte, dall’interno di quella sua vicenda. La poesia è l’unico mezzo con cui possiamo entrare nel suo travaglio, fare parte con lui, condividere la sua autentica vicenda interiore, da cui non ha cessato, fino all’ultimo, di provare a estrarre un canto, per quanto franto, tritato. Giovanni, infatti, ha scritto anche da dentro un canto che aveva udito, si può dire, in anni immemoriali, innocenti: penso alla voce di Ungaretti di cui parla una poesia di Forma del mattino, a tutta la bellezza transitata verso di lui tramite il padre Leone. Ha cercato di ricordare quel canto, attraverso la sua dura prova, risalendo fino a certi lampi leopardiani, oltre che ungarettiani. Giovanni ha scritto da un corpo, da una storia, da una memoria e ci ha lasciato indizi terrestri della sua umile e fiera battaglia. C’è una poesia, di Forma del mattino, in cui dice che il dolore «è un infinito», salvo poi nei versi che seguono dire: «e sento di fidare nella fine / del male».
Che sia così.