Su “La vera vita di Margarito d’Arezzo, artista”
Il miracolo di Margarito
Paolo Morelli, nel suo nuovo libro, insegue la vita e le opere di Margarito d'Arezzo, artista toscano del XIII secolo: un mistero che scava nel segreto dell'arte e della creatività
Regola vuole che ogni libro, al suo apparire, risponda per intero di sé stesso dialogando col lettore attraverso gli aspetti peculiari del testo quali lingua, stile, trama, voce, ritmo, tono, temi, e infine, per intime relazioni, trovi un posto nell’intera produzione del suo autore. Con La vera vita di Margarito d’Arezzo, artista (Exorma, 250 pagine, 19,5 Euro), la regola sbatte contro l’eccezione e subito l’abbraccia, grata di così preziosa conferma.
Sede dell’eccezione, in questa nuova opera di Paolo Morelli – oltre alle numerose sfaccettature, ciascuna così colma di offerte da far sentire il lettore come il fortunato ospite di una grande bouffe a tema storico – la responsabilità che il libro si assume nell’essere il punto conclusivo di un processo relazionale che, attraverso la cessione di autonomia, fa prepotentemente emergere il disegno più grande che, grazie a tale cessione, si fa visibile.
Il consiglio è di prendere per buone le promesse che s’incontrano a ogni capitolo e, fiduciosi delle migliori intenzioni autoriali, seguirne le conseguenze fino a chiudere, assieme all’ultima pagina, anche l’ultimo dei tanti cerchi aperti nella lettura. A quel punto, il peregrinare tra le voci di un menù provocatoriamente agro-dolce avrà fornito alimenti ed elementi per una conclusione di sorprendente grazia.
Ma andiamo con ordine. Tutto nasce da uno sguardo, nello specifico, quello incantato rivolto dal Morelli turista non casuale a un San Francesco, dipinto su tavola da tal Margarito d’Arezzo (un particolare, nella foto accanto al titolo), e conservato nel Museo Nazionale d’Arte medievale e moderna della città omonima. Accade qualcosa, in quel guardarsi, di cui non era scontata la reciprocità, forse si stila un patto di scambio. Paolo Morelli potrebbe aver chiesto al santo di aiutarlo a trovare l’ultima tessera di un puzzle al quale lavorava da tanto e che, in tutta evidenza, ancora non riusciva a chiudere; forse neanche sapeva per quale ragione la chiedesse proprio al santo, quella parte mancante, ma conta che solo davanti alla sua immagine, rapito, abbia trovato le parole per capirlo. Il santo, a sua volta, potrebbe aver chiesto al Morelli un miracolo di ecfrasi che non si limitasse al racconto del dipinto in questione, ma che di quel racconto facesse l’inedito veicolo per esprimere riconoscenza nei confronti del pittore che lo fece; la cui vita, ignota a tutti, deve essere scorsa, invisibile, nel cono d’ombra di una vocazione esclusiva.
Le scarse notizie sulla vita di Margarito d’Arezzo disponibili prima di questo libro, portavano a un vago collocamento della vita attiva dell’artista nella seconda metà del tredicesimo secolo, quale apprezzato rappresentante di quell’arte greca o bizantina che, aliena al realismo descrittivo, concentrava la propria creatività nell’esercizio di variazioni su pochissimi temi riproposti ogni volta a maggior gloria dei soggetti raffigurati. Forme di devozione, probabilmente, preghiere da esaudire. Le opere di Margarito pervenute fino a noi – poco più di una decina, si dice nella “Premessa scritta dopo” – rappresentano Madonne col bambino, versioni di San Francesco, Cristo in croce.
Cosa fa il Morelli? Non potendo, né volendo, attingere a fonti che non ci sono, chiede alla fantasia il dono di una verosimiglianza biografica che, partendo da opere di toccante ieraticità, renda esplicita, di Margarito, la quasi impercettibile filigrana che la sua esistenza si è lasciata dietro come memoria omeopatica di sé. Di più; per non cadere nel limite cui è costretta ogni ricerca accademica, in tutto dipendente dall’autorevolezza delle fonti, Morelli cerca l’impronta di quell’intera vita evocandola con una lingua inventata (“una lingua furbesca che sola mi permetteva di vedere e non poteva essere altra”), non filologicamente fedele a quella del tempo ma che riesce a stabilire con l’epoca un rapporto identico a quello stabilito da Margarito con le sue iconografie del sacro in vesti di Francesco, Madonna col bambino, Cristo.
Senza bisogno di sospensione dell’incredulità, seguiamo con interesse i dettagli di un’esistenza che si rivela aspra, temprata, fin dalla venuta al mondo, attraverso tutto il difficile riservato a chi non godeva di altro agio, per affermarsi, che le proprie abilità artigianali e la benevolenza dell’Altissimo. E non sorprende nemmeno che la vicenda – credibile come possono esserlo certe cruenti notti raccontate in diretta da quell’insonne cronista della Rivoluzione francese che è stato Réstif de la Bretonne – oscilli nel tempo al punto che, raccontando le pene inflitte alla megera Varvara, l’io narrante si conceda il candore di una simile osservazione: “Per ciò che riguarda le fiamme purificatrici avvertiamo che allora non erano in moda, la macchina dell’inquisizione appena rodata, ancora non ci avevano pensato”. Stessa discronia quando, per dire la solitudine dei soggetti di Margarito, si fa riferimento alle bottiglie di Morandi e all’onda di Hokusai.
Ma dobbiamo passare alla relazione di questo libro con alcuni altri del Morelli per cogliere la peculiarità utile a rileggere parte della bibliografia come il tracciato di una dinamica dall’alto potere rivelatore, quanto al ricorrere di ragioni profonde che sottendono la nascita di opere interconnesse di fatto tra loro, malgrado all’apparenza molto diverse l’una dall’altra.
Quando ci siamo chiesti, infatti, per quale ragione La vera vita di Margarito d’Arezzo, artista, si portasse dietro, tra i precedenti libri di Morelli, proprio Caccia al Cristo, Racconto del fiume Sangro e Sragionamenti sull’anarchia, ci è stato possibile intravedere, da una parte, il nucleo della fascinazione che ha avvicinato il Morelli a Margarito la prima volta che ha visto dal vivo un suo dipinto, e, dall’altra, il muro dell’eccezione che ha permesso alla regola di confermarsi, di cui si è parlato all’inizio.
Nella “Premessa scritta dopo”, Paolo Morelli accenna al valore della fraternità, e a quello, platonico, della vicinanza del bello al bene, ed è stato forse al termine della presentazione romana di Margarito alla librerie Fahrenheit, in cui l’autore si è confrontato con le letture di Massimiliano Manganelli e di Emanuele Dattilo, che ci è parso di cogliere, probabilmente per la somma di intelligenze prodottesi nel corso di quello stimolante interloquire a tre, il motivo particolare alla base della fascinazione del Morelli.
Se pensiamo ai soggetti sui quali Margarito, rappresentandoli ha esercitato la propria sensibilità, Francesco, la Madonna con bambino, Cristo crocefisso, vediamo il ricorrere di pochi protagonisti facilmente definibili: il fratello, la madre e il figlio, la donna e il bambino, e ci accorgiamo non solo dell’assenza del padre e delle pesanti peculiarità a esso riferibili, ma anche di come la fertile solitudine della Verna, da una parte, assieme alle complementari mitezze della donna e del bambino (della madre e del figlio), dall’altra, rendano i soggetti di Margarito i naturali abitanti di quel binomio virtuoso mirabilmente sintetizzato, qualche secolo dopo, da Spinoza, coi termini di libertà e letizia.
Lì abbiamo compreso che l’inclinazione da cui è stato mosso Paolo Morelli è politica o, meglio, è filosofica nella sua accezione di valore fondante della buona politica. È l’anarchia senza il padre vincolante della legge ma con la femminile e filiale fraternità della coscienza che si autoregola. È il protagonista di Caccia al Cristo che fonda, con la rottura del ruolo dove la religione è pura apparenza, il coraggio della propria libertà riconquistata. È il fiume Sangro che racconta la storia del territorio dalla inedita prospettiva della superficie dell’acqua, icona della propria indiscutibile verità. È il gioco dello sragionare sull’anarchia, che istruisce un finto metodo per dire, di sponda, ciò che con una comunicazione diretta non avrebbe la stessa oziosa incisività.
Che poi con Margarito si concluda l’epoca dell’opera senza autore (per dirla col titolo di un film che ha l’arte per protagonista), epoca su cui incombe l’ombra di un Trecento presto folto di autori-imprenditori, può essere letto come uno dei tanti momenti in cui la Storia ha avuto l’infelice necessità di raccontare il tramonto di qualcosa.
Il libro di Paolo Morelli si aggancia a quel declino e fa di più di quanto non possa una resurrezione rituale che restituisce, nell’ordine inverso all’accaduto, il debito della mancanza; fonda la vita dove non c’erano che orme presunte, trova i più minuti sentimenti rimasti nell’uomo dopo che la messa in atto della sua arte si era presa così tante energie da non lasciarne altre per testimoniare un po’ di vita, e inventa la sola lingua con cui tutto questo poteva essere raccontato; una lingua inimitabile e così unica da immaginare che possa aver avuto un qualche ruolo nella parsimoniosa loquacità dell’artista; gemella soltanto, per ruvidezza aggraziata di tratto, ai disegni d’epoca con cui Carlo Bordone, in “Appendice”, inventa dal vero alcuni ritratti del finalmente visibile Margarito.