A proposito di "Baltico"
Canto contro la guerra
La nuova raccolta poetica di Alessandro Agostinelli è come un canto che evoca guerre passate e presenti. Con l'obiettivo di combattere la paura con la forza della parola
Un anno fa Alessandro Agostinelli era a Ventspils, invitato nella Casa dello Scrittore del Ministero della Cultura lettone, sulle rive del Mar Baltico. Da quel luogo (molto vicino ai drammi della guerra russo-ucraina) e da quella esperienza lo scrittore toscano ha tratto il libro intitolato Baltico (Pequod, 51 pagine, 14 Euro). La prima cosa che colpisce in questa nuova opera poetica dal nitore nordico, è la lontananza, il vuoto di una periferia che è quinta teatrale della storia. I paesi baltici sono fatti di una geografia diversa dalla nostra, sono a ridosso del grande incubo o enigma europeo: cioè la Russia di Putin. Eppure sono vicini a noi, perché come noi sono popoli di migrazione e di cosmopolitismo fatto di luoghi deboli, dove si è consumato spesso il dramma di certe vicende internazionali – pensiamo al secondo conflitto mondiale.
Da questa complessa geografia nasce Baltico, un lungo poema fatto di quelle sospensioni siderali che si possono ascoltare solo nelle zone della terra in cui sono miracolosamente conservate le tracce dell’atto della creazione e dove sicuramente sono eternati gli echi dell’infinito: “In questi piatti paesi quello che difende/ dal falso il cuore è che in nessun luogo ci si può celare/ e si vede/ più lontano. Soltanto per il suono lo spazio è ostacolo:/ l’occhio non si lamenta per l’assenza di eco”. Si pronuncia così sul Baltico Iosif Brodskij, poeta amato da Agostinelli che stavolta sente e adotta vibrazioni più ampie di quelle che pure usa e sono la straordinaria tradizione letteraria del nostro paese. È una sospensione che diventa anche riflessione e approfondimento, perché è capace di far sentire e di far vedere quello che i drammi di una storia passata e recente hanno lasciato in queste terre e che sono dentro di noi, drammi vissuti generazione dopo generazione.
Il libro è quindi un intreccio tra guerre presenti e guerre del passato, un mosaico dialettico tra intimismo e pronunciamento civile sui drammi della storia del nostro tempo: l’Iran torturatore di donne, il conflitto israelo-palestinese, la guerra russo-ucraina. Ma anche riflessioni sulle guerre del passato: un passaggio continuo dalla realtà al sogno, tra osservazione geopolitica e canto, tra inabissamento lirico e volo ideale, per estrarre dall’anima, verità e bellezza.
Ne parla nella sua chiara postfazione anche Wlodek Goldkorn quando dice: “si parlavano quattro o cinque lingue e [qui] i poeti sceglievano liberamente la lingua in cui scrivere e parlare”.
L’incanto della Lettonia ha reso più attento Agostinelli alla struttura del suo poema, più preciso nel rendere il segreto, la raffinata identità del luogo: “Ventspils sembra una città deserta/ i suoi pochi passanti animati/ dal fine profumo del mondo come/ altrove ancora potrebbe essere/ ogni città, e non sudario colmo/ di ratti che combattono ovunque”. Proprio in questi versi è chiaramente nascosto il messaggio che può aiutare il poeta al recupero di antiche discriminazioni che possono essere trasformate in una ragione di lotta, di desiderio di cambiamento.
Aggiungo che la precisione, l’attenzione di Agostinelli al linguaggio proprio della poesia, si è fatta qui motivo di armonia tra i diversi elementi del canto: il significato, la ricerca musicale del ritmo e l’armonia della parola. C’è in questo libro Baltico una forza argomentativa, storica e musicale che impressiona. La forza consapevole della parola poetica di Agostinelli, associata al tema della guerra, ha dato un risultato potente a questo lavoro, aumentando ancora la reputazione letteraria del poeta toscano, sempre più maturo dentro il sistema contemporaneo della letteratura nazionale. Dunque è proprio vero il motivo che l’autore scrive in presentazione al suo poema: “La poesia non serve a nulla; finché non serve a qualcosa. E un giorno come questo ci si accorge che è come un presidio, che aiuta a cantare uno scaramantico disegno per il nostro futuro collettivo”.
La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.