A proposito di "Malagrazia”
Napoli visionaria
Alexandro Sabetti racconta una Napoli seicentesca piena di misteri, sovrapponendo un corpo femminile al ventre della città
Alexandro Sabetti ambienta Malagrazia (edizioni Kulturjam, 223 pagine, 17 Euro) in un Meridione sospeso tra incanto e crudeltà, nel cuore del Regno di Napoli del 1644, immaginando un tempo in cui la città e i suoi territori erano attraversati da un clima saturo di superstizione e di paura. Un’epoca in cui, in Italia, il potere inquisitorio della Chiesa romana si esercita con forza, sebbene il caso napoletano conservi tratti peculiari, meno insidiosi rispetto ad altri contesti italiani. Pur non essendo un romanzo storico, Malagrazia si radica in un tempo in cui la Chiesa indossa la maschera della giustizia per colpire tutto ciò che è “altro”, diverso, incomprensibile. È in questo tempo che nasce la protagonista: Malagrazia Trastámara.
È un romanzo denso, misterico, permeato da atmosfere gotiche. Con una scrittura curata, ironica, a tratti poetica, Alex Sabetti costruisce un intreccio che si muove su piani temporali e spaziali diversi, radicati nel corpo femminile e nel ventre profondo di Napoli — città viva, ferita, “ctonia” — ma anche nella Roma seicentesca, barocca, dove il potere si fa carne, simbolo e violenza.
Ma il “contesto storico” non è sfondo passivo, bensì parte viva della narrazione. Ci si immerge in un Seicento barocco e febbrile, in cui il sospetto si insinua nei vicoli e il femminile è temuto quanto desiderato. Il titolo stesso rimanda a una figura leggendaria, una donna “nata male”, depositaria di un’eredità oscura e sacrale, incarnazione di tutte le donne messe a tacere, giudicate, punite per aver trasgredito.
Attorno a lei si condensano molteplici narrazioni: il culto popolare, la religione, la maternità, la follia e la morte. Nei corpi, tra l’altro mai descritti fisicamente, si annidano le ombre, le colpe, i segreti tramandati come un peccato originario, ma senza redenzione. La stessa protagonista prende consistenza dal rumore dei suoi passi, dei suoi pensieri, delle voci intorno che la raccontano. Soprattutto, ogni personaggio si definisce attraverso il proprio dolore che lo rende esistente.
Fra gli aspetti più riusciti, il modo in cui l’autore si diverte a intrecciare la Storia con la storia: da una parte, la figura di Agnese, madre di Malagrazia, trovata morta in circostanze poco chiare dopo la realizzazione di un suo ritratto che invece prende vita; dall’altra, l’evocazione potente e drammatica di personaggi storici come Papa Urbano VIII e il cardinale Monti, descritti in un notturno che restituisce tutta l’ambiguità del potere papale: «Le finestre alte del palazzo lasciavano intravedere la distesa della città eterna, nera di un cielo senza luna. Roma dormiva sotto il dominio della Chiesa, ma per Urbano VIII il riposo era un lusso di altri».
Se Napoli è il luogo del sangue e dei legami familiari ancestrali, Roma è il cuore ideologico del dominio patriarcale e clericale. I due poli si tengono, si guardano, si influenzano. L’autore non li contrappone in modo manicheo, ma li dispone come voci diverse dello stesso canto tragico.
Malagrazia non si lascia incasellare: è fiaba, leggenda, racconto gotico ma anche una riflessione sulla lingua, sulla memoria e sulla trasmissione del trauma. La parola diventa gesto, carne, esorcismo.
Il corpo della protagonista, e quelli che le ruotano attorno, si fanno specchio del mondo e delle sue ferite. Si muove tra un presente sfocato e un passato che emerge come bruma. La sua famiglia, il casato dei Trastámara, è al centro di una faida secolare con gli Altamirano, una rivalità che ha il sapore della maledizione.
Malagrazia un giorno sparisce e ritorna senza un graffio, ma con lo sguardo di chi ha camminato nel buio. Da allora, la sua vita è una mappa sfalsata di ricordi, scomparse e visioni.
«Nessuno mi aveva insegnato che si può tornare a casa senza più appartenerle» — è una frase che Malagrazia avrebbe potuto pronunciare. Perché è proprio questo che traspare mentre «ormai cresciuta, si muoveva tra le stanze fredde e cavernose, con passi che sembravano non lasciare traccia, un’anima errante sempre pensierosa, gravata da pesi ignari agli altri abitanti della dimora». La casa non è più rifugio, ma guscio che richiama: «Ogni stanza conserva l’eco di un passato migliore, ora ingabbiato sotto una patina grigia e soffocante».
Sabetti scrive con una lingua visionaria, capace di evocare, più che spiegare. Il tempo, nel suo romanzo, non è cronologia, ma vertigine interiore: «Il tempo non è una linea, ma un pozzo», e l’intera narrazione sembra tuffarsi in quell’abisso, a spirale, dove memoria, trauma e desiderio si avvolgono l’uno nell’altro.
Il dialetto napoletano, presente in alcuni dialoghi, arricchisce l’atmosfera del romanzo, pur con alcune licenze e imprecisioni che si possono comprendere nell’economia di una narrazione che, in questo caso, punta più all’effetto suggestivo che alla fedeltà linguistica.
La casa, i quadri, la voce degli antenati, il silenzio delle madri, ogni elemento è denso di significato simbolico. Il ritratto della madre Agnese, realizzato da un fantomatico pittore Mauriello, ha “gli occhi che guardano dove la luce non arriva mai”. È l’immagine chiave del romanzo: l’arte che non riproduce, ma inchioda.
Se amate le narrazioni stratificate, le genealogie misteriose, se cercate una storia che incanta, Malagrazia è il libro per voi, scava e lascia cicatrici luminose.
Accanto al titolo, Massimo Stanzione, Donna napoletana in costume popolare, 1635.