“Cura” di Mauro Sambi
Il vero sentire
Il poeta di Pola elegge il sonetto a «baluardo di autotutela», rinnovandolo dall’interno» e «affinando l'arte della parola fino a convertirla in fulgido diamante, latore di bellezza, armonia e verità». È un «itinerario di purificazione» il suo, che si risolve in una «generosa offerta di sé»
Priva di qualsivoglia orpello, e compresa nella sorvegliata oscillazione tra la solenne gravitas di Brahms e la leggerezza mozartiana, la nuova silloge di Mauro Sambi, in analogia con le righe di un pentagramma, si articola in cinque sezioni, una delle quali, la quarta, integralmente riservata alla traduzione di 16 sonetti da Shakespeare. Non si tratta di un vezzo, dal momento che gran parte dei testi che la compongono ha per oggetto tematiche saldamente radicate al vissuto dell’autore, quali il trascorrere inesorabile del tempo, il tema del doppio, sempre uno e plurimo nel polesano, la fatica di vivere o di resistere, l’interrogazione sulla morte e l’essenza dell’amore. Il bardo di Stratford-upon-Avon, infatti, costituisce agli occhi di Sambi un compagno di strada e un faro irrinunciabile, un confidente col quale misurarsi e confrontarsi quasi quotidianamente come col migliore degli amici, conformemente in questo (e altrettanto nella manifesta predilezione per la forma sonetto) alla relazione che manteneva Petrarca coi suoi classici: a testimoniarlo la frequenza con cui le versioni dai sonetti dell’anglosassone compaiono nelle sue raccolte, dalla prima fino all’ultima, con la sola eccezione della silloge Una scoperta del pensiero e altre fedeltà (Ronzani, Vicenza 2017). E lo stesso si potrebbe dire per la costante attenzione alle lezioni di Auden, Walcott, Giudici o Zanzotto.
Ma il cuore e la ratio della raccolta, come si ricava sin dal titolo, Cura (Ronzani, Vicenza 2024, 111 pagine, 15 euro), è il serrato confronto con la propria finitezza in un corpo a corpo senza fine con una patologia che impone limitazioni oggettive e severe terapie farmacologiche (il Parkinson), aprendo al contempo la porta a un guadagno insperato, vale a dire l’approdo alle potenzialità catartiche, e persino terapeutiche, della poesia.
Come già Baudelaire non si mostrava ostile alla severa disciplina della forma chiusa, così l’esperienza del limite mette paradossalmente il poeta nella condizione di attingere lo status di massima libertà, una volta sciolto dai molteplici lacci che condizionano le nostre esistenze: «Abbriva la barca / liberata dalla / zavorra, s’inarca / in volo […]» (5. Alla fine, p. 105), con l’indubbio guadagno di piegare alla medesima declinazione le aree semantiche della navigazione e del volo, ben familiari ai poeti della nostra tradizione da Petrarca a Pierluigi Cappello, quasi in un’ideale aspirazione alla conciliazione degli opposti, con un tocco di raffinatezza aggiuntivo nell’impiego di una voce verbale di ascendenza etimologica provenzale (abrivar, nell’antico francese “abriver”, ovvero “mettersi in moto”, salpare. Cfr. Dizionario Treccanion line), né è assente, mutatis mutandis e a rinforzo della presenza del doppio anche a livello semantico, un’eco dantesca del volo di Gerione nel XVII dell’Inferno (vv. 100-101), visto e considerato che, all’atto di sciogliere gli ormeggi e spiegare le vele, anche il nocchiero più esperto (Achab?) si espone fatalmente a insidie potenzialmente rovinose.
Strumento privilegiato di tale cimento con l’altro da sé resta il sonetto: nella forma canonica, in quella elisabettiana, o in altre varianti ancora (l’ipersonetto zanzottiano, in particolare, a cui è ispirata la seconda sezione PARKINSON. Ipersonettino). A questo modo Sambi, senza darlo a vedere, opera quel miracolo che è concesso solo ai grandi, ovvero di rinnovare un canone operando dal suo interno: nell’assoluta fedeltà al sonetto, concepito quale irrinunciabile bastione identitario e insieme estremo baluardo di autotutela, si concretizza un itinerario di purificazione, se non proprio di ascesi laica, che si risolve nella prassi della più alta e generosa offerta di sé. Sottesa a tale prospettiva sta una visione della scrittura e della poesia come dono gratuito che non attende alcun contraccambio che non sia la poesia medesima, insieme al più sincero inno di grazie e di lode alla vita, riconoscibile anche nella cantabilità del settenario, per il tramite di un esercizio mai concluso o della pulsione inesausta al sublime: «Più nitido […] // lo sforzo disadorno / a guardia delle porte / e tanto più ritorno / – ma sì! – a far la corte // alla vita…» (XIV, p. 46). Ma la poesia, in Sambi, congiuntamente alla lingua del sì, assolve un’altra delicata funzione relativa al fluire irreversibile del tempo, con la conseguente e sistematica erosione dei ricordi: essa viene a connotarsi, infatti, quale «piccolo scrigno» (2. Parkinson. Ipersonettino, preambolo, promemoria p. 31) cui è affidata la missione di salvare, appunto, la memoria, tanto quella individuale insidiata dall’ospite ingrato (Parkinson 1, p. 33), quanto quella collettiva propria di una delle più tormentate fra le regioni d’Europa (l’Istria, terra natale dell’autore) non meno a rischio di sfaldarsi, contrapponendo all’oscurità della storia o del destino quel «niente / di speranza» (XII, p. 44) che riverbera la propria luce su tutto.
Affrancatosi una volta per tutte da ogni vincolo, incluso lo scrupolo della prudenza, il poeta di Pola, sulle ali della più lieve ironia, nella terza sezione Cosa muove i sonetti? arriva a fare i conti con se stesso nella duplice veste di chimico e di poeta col risolvere nei seguenti termini l’apparente contraddizione: «Comprendere il visibile attraverso / l’invisibile con un fitto via / vai tra segno e sostanza, credo sia / quanto le unisce...» (I, Formule I, p. 55), espediente che se non dirime la questione, irrisolvibile in sé, la rilancia come provocazione all’intelligenza del lettore. E ancora, con maggior chiarezza e radicalità: «È autentica esperienza dell’incanto // tutto quanto dal fondo affiora e trema / sull’orlo, irriducibile a uno schema // saputo, prevedibile, immaturo» (VII. Al confine, p. 61). Ed è qui che Sambi può chiudere il cerchio sulla scorta di Walcott, espressamente citato (e tradotto) nel distico d’apertura, col proclamare ad alta voce il proprio credo nella veste di un autentico testamento morale ai posteri: «Io non chiedo niente alla poesia, solo il vero sentire / non fama, non pietà, non di guarire / […] / Accogli sempre l’amore che ti è dato / ricordati l’amore che hai avuto / immemore – sempre – di quanto hai perduto / a ogni passo, fino in fondo. Sii grato». (XII. Disposizioni finali e transitorie, p. 66).
Allo stesso tempo egli si misura sul terreno metapoetico con le ragioni del comporre (sonetti) sciogliendo le residue antinomie col supporto delle voci autorevoli di T. Mann (in un esergo dal Tonio Kröger) e di Goethe (grazie alla traduzione dal Divano occidentale-orientale della lirica Gingo biloba, p. 53) entrambi propensi a riconoscere in se stessi una duplicità profonda e costitutiva.
Andrà inoltre sottolineato a questo punto che, tra le molteplici valenze semantiche che il titolo occulta, ve n’è una che forse è la più importante per chi abbia vissuto sulla carne il trauma identitario patito nell’ostinata negazione di cittadinanza pervicacemente riservata alla propria lingua materna, l’italiano, a lungo osteggiato e irriso dalle autorità dell’ex Jugoslavia: «Erano sempre loro il mio terrore. / Aspettano giù in strada, che sia a tiro / incalzano a sassate mi deridono / gridano “talijan, fašista!” al settenne / rincorso fino al cancello di casa […] / […] Tu capisci. Questa lingua / oggi è cura alle ferite dei sassi» (XI. Pietre, p. 65). Questo perché, se vale l’assunto che la lingua è la casa che tutti abitiamo, il più sacro dei santuari, saldo quanto la pietra, allora gli sfregi che le vengono inferti risultano di gran lunga i più amari e dolorosi e l’unica “cura” plausibile consiste necessariamente nel riappropriarsene fino alle radici elevandola a emblema araldico della poesia e di se stessi, vocazione che ha consentito a Sambi di maturare un’esistenza autentica senza indulgere minimamente a intenti revanscisti o nostalgici, ma affinando l’arte della parola fino a convertirla in fulgido diamante, latore di bellezza, armonia e verità.
Il disegno accanto al titolo è di Michelangelo Pace.